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Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore

Nota di lettura di Franca Alaimo

Daniele Ricci, La macchina da cucire. Geologia del dolore, Pasturana, puntoacapo Editrice, 2025, nella collana “Intersezioni” a cura di Mauro Ferrari, Prefazione di Fabrizio Lombardo. In copertina Paolo Del Signore, racconto (2017).

Nella poesia di Daniele Ricci, l’io ed il noi si confondono nell’esperienza comune del dolore, appena consolato da qualche memoria infantile e da certe immagini di bellezza offerte dalla natura. I fatti raccontati, attinti dalla cronaca e dalla storia contemporanea, di solito non hanno una precisa collocazione spaziale e temporale. Il tempo, infatti, sembra assumere un ritmo ossessivo di ripetitività nell’uso assai frequente del modo verbale dell’infinito, in cui tutto finisce per ricominciare, secondo una concezione dell’eterno male, che trae ispirazione da grandi modelli della poesia ottocentesca e novecentesca, quali Leopardi e Montale.
Ma la contemporaneità della versificazione di Daniele Ricci è rintracciabile soprattutto nella struttura perlopiù frammentata dei testi e nell’urto tra i fatti narrati e il loro riverbero psicologico che immettono un certo disordine narrativo, come se la poesia si imponesse di registrare contemporaneamente più dimensioni e restituire l’ininterrotto spezzarsi di vite e del loro ricominciamento, come annunciano i cieli albali e i canti delle allodole. La sofferenza diventa in tal modo intrinseca al registro linguistico, che tende a riprodurre, con l’uso di un lessico greve e dolente, la postura mentale dell’autore di fronte ai casi del mondo.
E tuttavia non c’è in lui assuefazione alcuna al male, ché anzi una profonda pietas intride i versi, non disgiunta da una timida speranza, di cui si fanno metafore , tra l’altro, “un girasole”, “le foglie di pesco appena nate”, “le lucciole”, perché, nonostante tutto, resiste in Ricci la fede nella parola poetica che, come una sarta, con la sua “macchina da cucire” mette insieme le cose lacerate, componendole in un arazzo verbale: il lato rovescio è tutto un garbuglio di nodi, ma quello esposto offre un’ immagine che parla a chi, osservandola, sa leggerla.

*

Non senti quel verso
dell’ultimo fiato
la pioggia nella tua bocca
l’asola dove passa la nostra vita
lo spillo che traversa due stoffe
il filo del vento
sottratto ai pensieri
con la sola lotta
che simula l’amore.

Vorrei restare qui
a scrivere all’aperto,
qui tra gli alberi,
la prima parola
dopo la fine

6 gennaio 2023

Lo stato dell’arte. Daniele Ricci

“La scrittura è un atto di necessità”. “Ciò che si scrive è”. “Sono fermamente convinto che la scrittura fissi la verità di alcuni momenti della nostra vita”. Non posso non partire da queste parole del poeta Francesco Scarabicchi (in Aa.Vv., Poesia e tempo, Ancona, Il Lavoro editoriale, 1988, p.105), in cui mi ritrovo interamente, per rispondere ai quesiti che mi sono stati posti.

La poesia è nata con l’umanità: la sua origine coincide con quella del linguaggio, che è di per sé poetico, creativo. La funzione primaria della parola, infatti, è dare significato alle immagini e alle percezioni della mente, proiettandole all’esterno e rendendole concrete attraverso la relazione sociale: il linguaggio, si dice, organizza il pensiero e il mondo. Continua a leggere

La parola ai poeti. Daniele Ricci

È difficile dare una definizione esatta ed esauriente di “poesia”. “La poesia – disse Mario Luzi – è imprendibile, perché c’è sempre qualcosa che rimane inespresso. Tutto sommato è la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima”.
La poesia nasce da un’urgenza profonda. Come scrisse Paul Celan in un testo poetico programmatico, è un “Canto d’emergenza dei pensieri/ nato da un sentimento, // che ha/ dei nomi svegliati dal canto/ non molti…”.
Una poesia è un insieme di parole ordinate secondo un ritmo che è quello dell’anima del poeta. Il poeta è un’“anima musicale”. La poesia è creazione e ricreazione di un’esperienza interiore in parole ordinate musicalmente; è un’esperienza di profondo sentire, è vivere creativamente la realtà quotidiana: un’esperienza “poietica”. Continua a leggere

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Daniele Ricci, Lezione di meraviglia

a cura di Alberto Fraccacreta

Il mare dorato
sotto la bianca luce del cielo.
Sono solo come sempre
nella cabina 12161.
Ascolto il fragore dell’acqua
tagliata dalla nave.
La coperta sul letto è rosso bruciato con sfumature chiare.
Da fuori entra un’aria calda e umida,
porta una fissità leggera
a questa mia inquietudine.
Qualcuno dovrà pur bussare alla porta,
ma prima sentirò i suoi passi
cammini invisibili tra questo divano
e il nulla.
Non il mare, non le parole
per recuperare nel silenzio una memoria,
solo l’indifferenza del mondo
e la nostalgia di un ritorno senza scampo.

Daniele Ricci, Lezione di meraviglia, peQuod 2022 Continua a leggere