Lo stato dell’arte. Daniele Ricci

“La scrittura è un atto di necessità”. “Ciò che si scrive è”. “Sono fermamente convinto che la scrittura fissi la verità di alcuni momenti della nostra vita”. Non posso non partire da queste parole del poeta Francesco Scarabicchi (in Aa.Vv., Poesia e tempo, Ancona, Il Lavoro editoriale, 1988, p.105), in cui mi ritrovo interamente, per rispondere ai quesiti che mi sono stati posti.

La poesia è nata con l’umanità: la sua origine coincide con quella del linguaggio, che è di per sé poetico, creativo. La funzione primaria della parola, infatti, è dare significato alle immagini e alle percezioni della mente, proiettandole all’esterno e rendendole concrete attraverso la relazione sociale: il linguaggio, si dice, organizza il pensiero e il mondo.

Nel definire le diverse funzioni della lingua, gli studiosi hanno distinto appunto dalle altre la “funzione poetica”, che concentra l’attenzione non sull’emittente, sul destinatario o sul referente della comunicazione, ma sul messaggio, ossia sull’enunciato stesso, in quanto formulazione creativa. Nella poesia, il linguaggio funziona al massimo livello delle proprie potenzialità espressive, che ne fanno una fondamentale e insostituibile forma di conoscenza. Per questo la poesia è necessaria, come testimoniano le innumerevoli letture di testi dei grandi poeti d’ogni tempo che si fanno in tutte le scuole e università, librerie e biblioteche, centri culturali e dimore private del mondo. E che sia un bisogno assolutamente attuale lo dimostra anche quanto sta accadendo oggi nel mondo. Nella società attuale, dominata dal linguaggio dei media, da Internet e dai social network, presa dalla fretta e allettata dalla facilità, sembrano venir meno le occasioni di darsi il tempo che occorre per scoprire, in una poesia, una visione e un significato, per rifletterci sopra e dialogarci. Ma solo così è possibile riconoscere in essa un momento privilegiato della conoscenza di sé e del mondo: un potente antidoto all’omologazione del pensiero e una risorsa morale nel disagio e nell’insicurezza dei cambiamenti, rapidi e a volte sconvolgenti, della realtà che ci circonda. La poesia è, per questo, assolutamente necessaria all’umanità che continua a esistere, nonostante tutto.

Dunque la poesia semplicemente esiste, ed è qualcosa di inseparabile dall’uomo, una parte della realtà che rimarrà viva finché durerà il mondo, finché ci sarà l’uomo.

La poesia è necessaria ed eterna. Forse può sembrare difficile vedere in essa una qualche utilità pratica. Ma perché allora esiste ancora e viene ogni giorno scritta e letta, detta e ascoltata? Perché risponde a un’esigenza profondamente umana, quella di riflettere sulla vita e interpretarla in forma d’arte. Ciascuno di noi ha bisogno di farlo; il poeta è colui che riesce a parlare dei fatti, delle cose, dei sentimenti, delle idee, con un linguaggio denso e aperto a molteplici significati. Anche la letteratura in prosa si propone questo fine; tuttavia sono caratteristiche specifiche della poesia di ogni luogo e di ogni tempo la musicalità (ovvero la frequenza di effetti ritmici e sonori grazie alla scelta e alla disposizione delle parole) e la maggiore concentrazione espressiva (ovvero il ricorso a parole che contengono e richiamano molteplici significati, oltre a quello letterale).

Perché leggiamo e scriviamo poesie? Attraverso la poesia sia chi la scrive sia chi la legge o ascolta approfondiscono la conoscenza di sé e definiscono la propria visione del mondo. La poesia rivela il mondo e apre al mondo ovvero mette in contatto con altre visioni del mondo. La poesia parla di ciò che ci riguarda, può dirci cose diverse nel tempo. La poesia è un piacere e fa crescere.

E poi c’è la poesia civile.

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo 
è un pezzo del continente, una parte del tutto;
se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa
ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi o la tua
stessa casa; la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana: essa suona per te”.

John Donne, Meditation XVII (1624), in Devozioni per occasioni d’emergenza, Roma, Editori Riuniti, 1994, pp. 112-113 (trad. it. di Paola Colaiacomo).

La poesia non è solo espressione di emozioni e affetti personali e privati, ma può anche rispecchiare e mobilitare la coscienza collettiva, il sentire comune di popoli e intere civiltà. Gli eventi storici, i problemi del mondo, le questioni della giustizia o della violenza, possono essere sentiti in modo altrettanto forte degli affetti personali o del sentimento della natura. Alcuni poeti, per ragioni storiche, biografiche o di sensibilità, hanno avvertito in modo più forte l’appartenenza alla vita di una società, alla storia di un popolo o alle grandi questioni del mondo; hanno perciò scritto poesie su temi civili, sociali, politici.

Alla poesia che parla del rapporto dell’individuo con il mondo, la storia, la vita sociale si dà il nome di “poesia civile”, perché dà voce ai sentimenti e ai pensieri che una persona può esprimere o condividere in quanto “cittadino” (in latino civis), partecipe della vita di una città, di un popolo ma anche o soprattutto della civiltà umana.

La poesia civile pertanto sviluppa temi individuali e sociali insieme, etici e politici, esaltando i princìpi su cui si fonda la vita della comunità: giustizia, libertà individuale, diritti e doveri del singolo nell’ambito della convivenza sociale, tolleranza delle idee altrui. Essa si propone di risvegliare e sollecitare la consapevolezza di far parte di una società in cui il diritto del singolo confina sempre con il dovere di salvaguardare la libertà dell’altro e con la lotta contro ogni forma di oppressione e di dispotismo.

Per queste ragioni la poesia civile, ieri come oggi, si rivolge a ogni singolo individuo trattando argomenti che coinvolgono tutti: il contrasto fra pace e guerra, la lotta per la difesa della libertà, la necessità dell’impegno politico, la presa di coscienza di fronte ai più pressanti problemi sociali, l’attenzione ai più deboli.

La tradizione della poesia civile affonda le sue radici nel mondo classico: tra i poeti greci mi viene in mente lo “spartano” Tirteo, autore di versi celebrativi e di numerosi canti che esortavano i soldati a combattere per la patria. A Roma fu significativa l’opera del poeta Orazio che sviluppò una satira di costume rimasta esemplare per il tono lucido ma pacato dei versi; più violenta fu invece la denuncia del poeta Giovenale, che tracciò un pessimistico quadro della classe dominante romana tra il I e II sec. d. C.

L’importanza della poesia civile si ritrova nel tardo Medioevo, quando molti poeti intervennero con le loro opere a commentare le continue lotte tra comuni, impero e papato, e i disordini sociali che ad esse si accompagnarono: nella Divina Commedia Dante affronta il problema dell’Italia divisa e priva di una guida (Dante accarezzava il sogno di un’autorità imperiale forte, che governasse saldamente la vita sociale e politica, affiancando la Chiesa, preposta all’ambito spirituale e religioso); più tardi, Francesco Petrarca, il maestro riconosciuto della tradizione lirica occidentale, incluse nel suo Canzoniere alcune canzoni di argomento civile e politico (nella più celebre Italia mia… si rivolgeva ai signori d’Italia perché cessassero di combattersi tra loro in guerre fratricide e di assoldare milizie straniere che devastavano il suolo della patria comune).

In Italia, a partire dal Rinascimento, il frazionamento territoriale e la successiva rivalità franco-spagnola per il controllo della nostra penisola provocarono un lento abbandono dei temi politici e civili da parte dei poeti, condizionati anche da una pesante censura.

Nel Settecento lo sviluppo della cultura illuminista risvegliò l’interesse di studiosi e letterati per i problemi di tipo sociale e civile, nell’ottica di una spinta progressiva all’ammodernamento della società; tra le voci poetiche ricordiamo quella di Giuseppe Parini, che con il suo poema Il giorno denunciò le abitudini di vita di una nobiltà divenuta ormai parassitaria e socialmente inutile.

Con il profilarsi nel XIX secolo dei moti risorgimentali, la poesia civile acquistò un rilievo totalmente nuovo: in Italia ne sono testimonianza il carme Dei sepolcri di Ugo Foscolo, la canzone All’Italia di Giacomo Leopardi e le odi di Alessandro Manzoni Marzo 1821 e Il cinque maggio. Ne La ginestra Leopardi invita a prendere atto dell’infelicità degli uomini, come individui e come specie, così da stabilire un rapporto di solidarietà (il “vero amore”) tra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica, la natura.

Il Novecento offre un panorama più variegato: la nostra letteratura, accanto a poeti dall’intonazione spesso celebrativa come Gabriele D’Annunzio, annovera la pacata ma incisiva riflessione civile di Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Salvatore Quasimodo, o la lirica “impegnata” e risentita di Franco Fortini, Primo Levi e Pier Paolo Pasolini, per limitarci solo a pochi nomi.

I profondi e spesso violenti cambiamenti politici e sociali che hanno caratterizzato il Novecento e soprattutto i conflitti mondiali del secolo scorso hanno accresciuto nei poeti contemporanei la consapevolezza di condividere il proprio destino con quello degli altri uomini, denunciando i massacri di cui sono stati testimoni e celebrando i valori di pace e solidarietà in cui hanno scelto di credere. Soprattutto a partire dagli anni Venti si sono aperte nella lirica del Novecento enormi suggestioni di impegno civile e “politico”: dalla lirica spagnola di Federico Garcìa Lorca, Emilio Prados e Rafael Alberti alla tradizione sudamericana dei vari Pablo Neruda, Mario Benedetti e Manuel Bandeira; da Edgar Lee Masters e i poeti della beat generation in Nord America alla lirica impegnata di Bertolt Brecht ed Hans Magnus Enzensberger, Ingeborg Bachmann ed Erich Fried in Germania e in Austria.

Oggi la poesia civile è soprattutto poesia di denuncia, che mette a nudo i problemi cruciali del nostro tempo: il dramma delle guerre e dei genocidi, il divario esistente tra il nord e il sud del mondo, il problema del rispetto dei diritti dell’uomo e della difesa di un equilibrio naturale sempre più precario. In Italia, nell’ultimo trentennio, il massiccio arrivo di immigrati provenienti dalle zone povere del mondo costituisce un passaggio cruciale per la nostra società, costretta a confrontarsi con culture e tradizioni radicalmente diverse. A coloro che reagiscono a questo fenomeno con indifferenza o aperta ostilità, difendendo i privilegi consolidati di cui godono i paesi occidentali, si contrappone la voce di chi decide di raccontare con forza il dramma dell’esodo che quotidianamente conduce sulle coste italiane centinaia di disperati in cerca di una aleatoria forma di sopravvivenza”. Poeti contemporanei come Giovanni Raboni o Giancarlo Majorino (da poco scomparsi, ma ancora molto “presenti” e attuali per il loro impegno civile in poesia), Erri De Luca o Gianni D’Elia, per fare solo qualche esempio, attribuiscono allora alla poesia il compito civile di rendere evidenti verità che spesso per viltà ed opportunismo vengono negate, affermando l’idea che nessun uomo può considerarsi un’isola e che nessuna coscienza può sentirsi esonerata dall’assumersi le proprie responsabilità rispetto a un dramma che coinvolge i nostri simili.

Naufragi

Nei canali di Otranto e Sicilia
migratori senz’ali, contadini di Africa e di oriente
affogano nel cavo delle onde.
Un viaggio su dieci s’impiglia sul fondo,
il pacco dei semi si sparge nel solco
scavato dall’àncora e non dall’aratro.
La terraferma Italia è terrachiusa.
Li lasciamo annegare per negare.

Erri De Luca

(da Opera sull’acqua e altre poesie, Torino, Einaudi, 2002)

Dunque quella dell’impegno civile è una poesia che nega l’egoismo e sollecita ognuno a ragionare e a operare non per sé ma per la collettività (oggi mondiale) di cui fa parte. Essa è anche la poesia che stimola ampi e inquietanti interrogativi sulle priorità che ciascuno deve porsi nella propria esistenza; interrogativi destinati a rimanere aperti, ma che hanno il merito di mettere in discussione le nostre opportunistiche certezze e di spingerci a impegnarci per realizzare un mondo migliore, più giusto e meno violento.




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