Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Je est un autre

(G. Richter)

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

[Rm 14,7-9]

***

Non eroi, né santi.

Nessuno che possa sbandierare con sicumera la propria identità, sbattendola in faccia a chi, con umiltà, ricerca affannosamente un proprio modo di essere.

“Nessuno di noi vive per se stesso”.

Il poeta lo coglie e lo intuisce. Rimbaud lo aveva scritto: “Je est un autre”, “Io è un altro”.

Parole dette, parole scritte, prima e dopo e durante le crisi di una umanità troppo grande per bastare a se stessa. “Je est un autre” è più che una crisi di identità. È un’affermazione che fonda l’identità su terreni che non ci appartengono, che abbevera l’identità a sorgenti che non governiamo, che apre l’identità ad infiniti che ci abitano.

Chi può dire “Io” se non a partire dal “volto” dell’altro? neanche Dio può. Neanche Dio si comprende come Dio se non nel suo essere Padre. E “padre” è termine relazionale che si comprende solo a partire dal Tu del figlio.

“Nessuno vive per se stesso”. Né a causa di se stesso, né avendo se stesso come fine.

“Se viviamo, viviamo per il Signore”. È solo nell’altro la radice della consapevolezza di sé. Nell’altro, il principio di realtà che diventa coscienza.

Non è forse questo quello che chiamiamo amore?

Sì, perché amore non è cercare nell’altro un se stesso che manca; non è desiderare ardentemente di impossessarsi dell’immagine di sé che l’altro mi rinvia. Se così fosse, saremmo ancora e sempre vittime del narcisismo esistenziale che naturalmente ci contraddistingue. L’altro non è uno specchio. L’altro è il luogo del mistero originario in cui è la sorgente di me, sorgente che non mi appartiene.

La mia identità, ciò che propriamente fa di me me stesso, è a partire dalla consapevolezza dell’alterità. Io sono io a partire dall’apparire del “volto” dell’altro, un tu, che mi interpella e continuamente mi provoca, non alla ricerca di sovrumane armonie dialogiche, ma ad abitare le distanze, per fecondarle.

Vivere “per il Signore” non risponde ad afflati mistici alienanti, fonda invece la mia esistenza su una alterità che continuamente mi viene riproposta come desiderio che nutre aperture inimmaginabili per chi si illude di potersi autofondare.

Non c’è fusione fra me e l’altro. C’è, al contrario, spazio vitale; spazio in cui accade l’identità, che non potrà fare a meno dell’altro per pensarsi come autonoma. In questo spazio, fra me e l’altro, non in me o semplicemente nell’altro, risiede la possibilità, di dire “Io”, senza violenza, senza uccidere, senza negazioni o sopraffazioni.

In questa identità non si risiede, con la stabilità che non conosce vacillamenti, ma si diviene, con il desiderio accogliente e continuamente inquietante. L’altro non è minaccia all’integrità identitaria, ne è criterio e senso, ne costituisce apertura e fecondità.

Chi può dirsi straniero? Chi può tracciare e difendere confini? Come continuare ad ignorare e a calpestare diritti e dignità? Quale forza sarà più forte della debolezza dell’amore?

Nuova idea di convivenza umana, nuova idea di giustizia, nuova idea di pace.

Nessuno di  noi vive per se stesso”

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