Archivio mensile:Agosto 2025

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 45

«Non pensare che l’abbia fatto tanto per, io ragiono prima di agire»;
«Hai sempre avuto il maledetto vizio di parlare giusto per.»;
«Quel birbante ne combina di ogni.»;
«Non sono certo il tipo che davanti al prossimo si prostra piuttosto che.»

Come definire questi modismi (reali, beninteso, non d’invenzione) che si diffondono sempre più largamente (per ora, se ho ben visto, solo negli ambienti cólti del Settentrione e in alcuni testi narrativi)?
Sospensioni?
Reticenze?
Aposiopesi?
E a che si deve quest’improvviso bisogno di stringatezza nei parlanti/scriventi più antonomasticamente prolissi dell’Occidente?
Il tema merita studio.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il proprio posto

                                               

«Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.»

[Lc 14, 1. 7-14]

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Malcom Lowry

di Giorgio Stella

Dopo la pubblicazione di “Sotto il vulcano”

Il successo è una specie di orribile disastro
Peggio di quando ti brucia la casa, gli echi della rovina
Delle travi del tetto che crollano più veloci una a una
Mentre stai li, testimone impotente della tua dannazione.

Cotne un beone la fama consuma la casa dell’anima
Manifestando che hai lavorato soltanto per lei –
Ah, mai avessi sofferto il suo bacio traditore
Meglio restare per sempre nel buio a fallire e andare a picco.

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 3

di Giulio Bruno

Le suore. Il ruolo della donna nella società e nella Chiesa.

Le suore compaiono in diverse scene del film. L’atrio che funge da luogo d’arrivo delle suore è quello dove il cardinale Lawrence si trova all’inizio del conclave (l’ambiente reale è l’ex ospedale Carlo Forlanini, un complesso ospedaliero storico di Roma, noto per la sua architettura solenne e maestosa). Poi, le si vede in altri ambienti, per preparare i pasti e pulire le stanze dei cardinali e fornire ogni supporto logistico necessario per garantire che tutto si svolga senza intralci. L’aura di discreta compostezza, di responsabile premura e di religiosità incarnata dalle suore, e in particolare da suor Agnes, responsabile dell’organizzazione dell’ospitalità dei cardinali, si manifesta inizialmente come significato implicito, che emerge in maniera mediata, cioè dagli elementi simbolici ascrivibili al film, come “manifestazione di senso non immediatamente evidente[1]. Sono, soprattutto, due sequenze a trasformare in esplicito tale significato, consentendo di “assegnare alla diegesi, mediante un’operazione di astrazione, un valore particolare, un significato più concettuale”; la prima, in via indiretta, attraverso le prime parole dette pubblicamente, in presenza di tutti i cardinali, dal cardinale Benitez; la seconda, in modo diretto e particolarmente efficace, con le parole pronunciate dalla stessa Suor Agnes.

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Umberto Saba

di Giorgio Stella

Caffè Tergeste

Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.

Caffè, di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.

Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?

Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.

Caffè di plebe, dove un di celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 14

Il Mosaico Spezzato: Verso una Comprensione Totale di Noi

Perché viviamo come compartimenti stagni, separando lavoro da amore, razionalità da emozioni? Come possiamo capire chi siamo guardandoci solo a frammenti? E se la vera saggezza fosse abbracciare finalmente la nostra complessità irriducibile?
La totalità dell’esistenza come quadro interpretativo significa riconoscere che l’essere umano non può essere compreso attraverso prospettive parziali. Ogni tentativo di ridurre la persona a una singola dimensione – biologica, psicologica, sociale – ne tradisce inevitabilmente la natura autentica.
Binswanger aveva intuito che questa comprensione totale non è un lusso intellettuale, ma una necessità esistenziale. Per lui, solo riflettendo sulla forma integrale del nostro essere possiamo cogliere l’essenza dell’umano. Quando amiamo, non amiamo solo con il cuore; quando pensiamo, non solo con la mente. Ogni esperienza mobilita l’intera struttura del nostro essere, creando risonanze che attraversano tutti i livelli dell’esistenza. La coscienza che emerge da questa visione integrale è più autentica perché ci permette di riconoscere che le nostre contraddizioni non sono difetti da correggere, ma espressioni della ricchezza inesauribile dell’esistere umano. Lo sviluppo personale diventa un processo di integrazione dove ogni parte trova senso solo in relazione al tutto.
Forse è tempo di smettere di cercare soluzioni semplici a esistenze complesse e iniziare ad abbracciare la bellezza della nostra intrinseca molteplicità.
Ma siamo davvero pronti ad accettare che conoscere noi stessi significhi accogliere anche ciò che preferiremmo ignorare?

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 2

di Giulio Bruno

L’omelia del cardinale decano Thomas Lawrence e la questione del rapporto fede – dubbio.

Il cardinale decano, attraversato da una profonda crisi di fiducia nella preghiera che lo ha in precedenza portato a rassegnare le dimissioni (non accettate dal papa ora defunto), preferisce non essere votato. Egli esprime, prima dell’inizio delle votazioni, la sua avversione per le certezze granitiche. Sono le parole pronunciate durante l’omelia a sviluppare in modo inatteso il tema del rapporto fede – dubbio: “Lasciatemi parlare con il cuore per un momento. San Paolo disse: Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Per lavorare insieme, per crescere insieme, dobbiamo essere tolleranti, nessuna persona o fazione deve cercare di dominare l’altra. […] Paolo ci ricorda che il dono di Dio alla Chiesa è la sua varietà, questa diversità di persone e di opinioni che dà alla Chiesa la sua forza. E nel corso di tanti anni di servizio alla nostra madre, la Chiesa, c’è un peccato che ho imparato a temere più di tutti gli altri: la certezza. […] La certezza è la grande nemica dell’unità. La certezza è la nemica mortale della tolleranza. […] La nostra fede è una cosa viva proprio perché cammina mano nella mano con il dubbio. Se ci fosse solo certezza e nessun dubbio, non ci sarebbe mistero e, quindi, nessun bisogno di fede. Preghiamo affinché Dio ci conceda un papa che pecca e chiede perdono… e va avanti.

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Ada Negri

di Giorgio Stella

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Siederanno a tavola

(Mimmo Paladino: Porta di Lampedusa)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». [Lc 13, 22-30] Continua a leggere

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