Siederanno a tavola
(Mimmo Paladino: Porta di Lampedusa)
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». [Lc 13, 22-30]
Eravamo giovani ed eravamo pensierosi. E cantavamo: “Tutti verranno dall’oriente/un grande popolo da occidente/…quando la morte sarà un ricordo/si riderà delle antiche paure”.
Tanto è soverchiante la paura, oggi, da impedire il nostro ridere?
A Lampedusa, o a Cutro, o a Lesbo, la porta si è fatta tanto stretta che chi ci passa muore?
Si spegne ogni nostra risata sui calzoncini rossi di Alan Curdi, riverso sulla riva del mare, baciato da quelle labbra di acqua e sale, che poco prima gli sorridevano.
Paura! Solo paura! E la paura fa schiavi.
Grido di libertà, quella porta, è diventata monumento alla paura. Verso l’orizzonte e verso l’infinito. Schiaffo che sparpaglia i sogni in rivoli di realtà. Il confine è “solo amore e luce” (Par. XXVIII). Non vuole essere difeso, il confine, ma essere superato. Tutto comprende. Per questo confine siamo fatti. “Tutti verranno…e siederanno a mensa”
Inutile “sforzarsi” di passare per la porta stretta se non si è disposti ad una vera e propria “lotta”. Così ci sferza il testo greco: “agonìzesthe, lottate” per entrare. Non sarà uno sforzo, sia pure ai limiti delle nostre umane possibilità, ad aprire quella porta. È necessaria una vera e propria lotta. Una vera e propria “agonìa”. È il dono di sé fino in fondo, l’agonia del Getsemani, che dà accesso alla porta. Non altro. Non le nostre sacre frequentazioni che ci tranquillizzano la coscienza di bravi cristiani (“abbiamo mangiato e bevuto alla tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”).Non la nostra buona condotta morale, così pronta al giudizio su di sé e sugli altri, così propensa a dare più importanza al nostro peccato che alla misericordia che ci salva. Non le nostre strenue difese dei “nostri valori”. “Agonìa” è abbandono di sé, è abbandono dei confini preconfezionati, delle barriere etniche, morali, religiose.
È affidarsi a chi accoglie, sempre.
“Agonìa” è guardare a quella porta, al 35° parallelo e farne un abbraccio accogliente, che sappia riempire la nostra bocca di allegria per ridere ancora delle “antiche paure”.
Per questo siamo fatti. Per stare a tavola con tutti quelli che vorranno sedersi. Ogni nostra azione che tende a questo è atto di salvezza e di liberazione. Ogni azione che tende ad arroccarsi è il trionfo della paura che paralizza e toglie la gioia della liberazione, rende monca la nostra crescita umana. Comunione non è comunicazione fra uguali, ma pluralità di differenze, che arricchiscono mentre inquietano..
Non c’è un ordine di arrivo: chi era primo ora è ultimo.
Non c’è condanna: chi era ultimo ora è primo.
La porta è stretta, ma la sala è senza confini.

Per questo siamo fatti. Per stare a tavola con tutti quelli che vorranno sedersi.
La porta è stretta, ma la sala è senza confini
Meraviglia pura