Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. II mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni (una, poi, è sparita) si sfiorano: la prima si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo.
Se mi chiedo perché mi attiri tanto, quest’immagine, affiorano risposte prevedibili: te ne sei andato, con la tua valigia. La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, con le diverse sfumature di lontananza o vicinanza a Dio. Il mare – l’inconscio – replica i colori della vita, delle finestre dai battenti verdi, delle tende che ombreggiano negozi e ristoranti, degli attici e degli alberi che spuntano più in alto, come ciocche di capelli scuri. Le sagome, nell’acqua, risultano distorte: la risonanza nascosta delle cose ne coglie dettagli rinnovati, sensi alternativi. Forse, partendo, sei diventato più presente, mi hai consegnato una valigia piena di istruzioni, ricevuta dalle mani di Dio. La banchina è un’altra volta il punto d’approdo, un tuo ritorno senza interruzioni, privo dell’ansia di una falla che può aprirsi da un momento all’altro: per un edema, un ictus, o il diabete in agguato, come un serpente velenoso in mezzo all’erba. Il motoscafo ti ha condotto qui, la barca di Dio che sparirà tra poco, oltrepassando il bordo della foto.
Ecco perché lo sguardo non riesce a staccarsi dall’immagine: c’è una vita più reale di quella che continua da quest’altra parte; c’è un cielo più tangibile di quello che intravedo oltre la tenda della mia finestra, tra le ciocche di capelli degli alberi, là in fondo.


Solo l’amore vero dona occhi per cogliere quella “vita più reale”che è lo Spirito, invisibile agli occhi, ma non al cuore.
Splendido pezzo!
(Dicembre 2018)…
E sono dieci…. Ma sei stato qui,
per tutto questo tempo. Noi due
inseparabili, uniti nelle lotte
invisibili agli altri, memoriale vivo
dell’esserci sempre, come allora:
pillole, insulina, viaggi, preghiere,
Il dramma e la bellezza, anch’essi
indivisibili, l’Eterno nel momento,
come ora, che ti vedo col maglione
grigio, l’orologio appeso al collo,
l’astuccio e il blocco per gli appunti,
la pelle delle mani così fragile
e l’anima più forte di una roccia.
Mi siedo accanto a te,
come in quelle mattine trasparenti
sulla panchina al mare,
dopo l’ictus, quei silenzi pieni
di parole, il sogno da scrutare
all’orizzonte, come se Dio scendesse
dall’azzurro solo per noi. E poi
il Progetto, le speranze, le file
in ospedale, il Natale al reparto
del Grassi, dove ancora pensavi
ai bambinelli da dare agli infermieri,
poche ore prima di morire. L’ultimo
segno dell’assoluzione, senza
la formula, perché per starti accanto
saltavo la messa della notte.
La morte, il tuo corpo avvolto nel lenzuolo,
come un Cristo del Sud, crocifisso
dai malanni e gli attentati, e risorto
nel Progetto disceso dall’alto, le nozze
divine, la proprietà assoluta, gli scritti,
la missione: dieci anni dopo, come fosse adesso. Ti seguo, io, con lo stesso fiatone,
con la passione di allora, amico mio.
[don Fabrizio Centofanti(12/2018)]
“ La meta non era il paese, come sembra, ma il cielo laggiù, ”
Un grande insegnamento per tutti: la meta e’ il cielo.
Grazie