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Proibito ringraziare

di Fabrizio Centofanti

Immaginiamo che una legge severissima proibisse all’umanità di ringraziare: che cosa proverebbe? Si affaccerebbe un desiderio di pronunciare la fatidica parola? L’Eucaristia, sia feriale sia festiva, sarebbe vietata, perché significa “ringraziamento”. Da qualche parte il vocabolo salterebbe fuori, e i responsabili del suo utilizzo sarebbero puniti con la morte. Verrebbe allestito un cimitero per seppellire solo loro, rei di aver compiuto un atto temerario, coraggioso, ormai dimenticato: dire “grazie”. Tuttavia, da qualche parte, in un angolo sperduto del mondo, per l’assenza di autorità riconosciute o tribunali approvati dal governo, questa parola trascurata, negletta, invisa ai potenti della terra, sopravviverebbe, tuonerebbe, garantendo la conservazione del genere umano, col suo carico esplosivo di vita.

 

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Viaggi

di Fabrizio Centofanti

Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. II mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni (una, poi, è sparita) si sfiorano: la prima si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo. Continua a leggere

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Stelle

di Fabrizio Centofanti

Le stelle sono mappe di sogni: non basta farli, bisogna dargli un nome. Il grande carro è il tavolaccio dove preghi, prendi il caffè coi biscotti al cioccolato, snoccioli pensieri che dovrebbero servire a dare un volto plausibile al futuro. La Stella Polare è Cristo, che non entra mai abbastanza nella vita e bisogna allinearlo con Merach e Dubhe, i Puntatori: i sacramenti e la preghiera, che guidano, indirizzano, porgono, quasi, la luce del Messia. Guardando in alto – o in basso, secondo la stagione – appare Cassiopea, con la sua forma a zig zag, a memoria delle piroette, i salti mortali, le chicane da affrontare a intervalli regolari, come se la vita fosse uno slalom o una corsa di formula uno da decidersi all’ultimo metro. Dell’Orsa minore vedi solo Kochab e Pherkad, le altre rimangono nascoste, come con Dio, che ti chiede di procedere a tentoni, ignorando di che tipo sia la prossima stella da incontrare: gigante rossa, nana bianca, buco nero o pulsar. Il tempo passa e tu sei ancora lì, a dare un nome alle luci lontane e tremolanti, simili a sogni irraggiungibili. E invece sono elenchi dei tuoi desideri più profondi, destinati ad avverarsi, quando il Cristo ti avrà attratto nell’orbita abbagliante del suo abbraccio.

Imperfetto perfetto

di Fabrizio Centofanti

Un sentimento comune è quello di non farcela. Ognuno di noi ha limiti, difetti, la naturale falla che si apre nel sistema-persona. È un classico scoprire il punto debole anche nei tipi in apparenza più impeccabili. Un dettaglio trascurabile, magari, agli occhi meno esperti, ma indubbiamente è là, a ricordarci che perfetto è solo Dio.

Ciò può provocare un senso d’insoddisfazione, e invece è salutare. Chi splendeva di più è diventato la tenebra per antonomasia: Lucifero, il portatore di una luce falsa, praticamente una patacca.

Ma Cristo non ci lascia in balia delle nostre imperfezioni. Lui parla chiaro: da soli non ce la faremo, anche impegnandoci allo spasimo. Con Lui è tutta un’altra storia: della salvezza, come dicono i teologi che hanno ancora un po’ di sale in zucca.

Il giudizio

Michelangelo Buonarroti, Il Giudizio universale

Il giudizio è una faccenda seria. Per esempio, il giudizio universale. Staremo lì, nella sala d’attesa, con l’emozione dei “quadri” di una volta, quel terrore che la prof mi rimandasse in matematica. La vita ci scorrerà davanti come un film, e capiremo come, quando e perché siamo caduti nel peccato, e la stupidità di averlo fatto. Perché il male è stupido: riduce la comprensione delle cose, equivoca, devìa dal senso originale. Come dice l’etimologia, manca il bersaglio.

Di fronte a un evento cosi clamoroso e coinvolgente, i giudizi quotidiani impallidiscono: che vuoi che sia se qualcuno pensa male, o mi calunnia? È un suo problema, e questo mi dispiace. Ma non tocca la mia identità, quella che Dio mi ha riservato. Siamo in bilico tra due giudizi: uno vero e uno falso. Entrambi ci ricordano che la verità è la sola cosa interessante.

A che serve

di Fabrizio Centofanti

Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?

Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…

Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve. Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.

Se non vedo, credo.

Caravaggio, Incredulità di san Tommaso

di Fabrizio Centofanti

Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno di vita, poter dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? L’ho toccato con mano!

E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, in cui si fissa una parete bianca.

Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che Ti occupi di me. Non Ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.

Essere o non essere

di Fabrizio Centofanti

Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.

So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.

Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.

Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. lo, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.

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Damasco

Caravaggio, Conversione di San Paolo

di Fabrizio Centofanti

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.

Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.

Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.

Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

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Fiabe

di Fabrizio Centofanti

Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco, la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. L’uomo non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci dove sia cominciato tutto questo. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco, e un po’ alla volta ritroveremo il filo.

Formule

di Fabrizio Centofanti

Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile. Continua a leggere

A modo mio, di Franz Krauspenhaar

 

Alzarsi ogni mattina alle 6 per andare a lavorare a 35 km in 45 min. di distanza da casa è una condizione disperata.

Io l’ho fatto per circa un anno.

35 km percorsi in auto in 45 minuti è la distanza tra Milano e Vigevano. E io lavoravo proprio laggiù, in una grande cartotecnica, come direttore vendite estero. Una settimana in sede e una settimana all’estero, quasi sempre in Francia, per circa un anno.

Partenza in aereo lunedì mattina presto e ritorno a Milano con un volo del venerdì.
Mi si potrà dire: perché parli di “condizione disperata”? Continua a leggere

Un’aria non ancora arrugginita

 

di Franz Krauspenhaar

Più vivo all’estero e più mi sento italiano. Ho un cognome tedesco che qui in Portogallo pronunciano peggio che in Italia.

Parliamoci chiaro: qui sto bene, sto più tranquillo, finalmente provo, nel corpo e nell’umore, il vero sole, e un’aria non ancora arrugginita; per il resto l’autogiudizio è sospeso.

Ma manca l’integrazione.

In Germania lavoravo in un magazzino e poi in un ufficio tutta la settimana, la sera stavo con la simpatica coppia “Schleswig Holstein” che mi teneva a pensione, avevo 19 anni, così tanto giovane che assorbivo tutto quel che mi passava davanti come una carta moschicida umana, soprattutto la lingua. Continua a leggere

Una specie di fine

Da quando sono tornato a casa dopo l’ospedale, a Barreiro, credo inevitabilmente, ho sentito dentro di me maturare una specie di fine.

Non spaventiamoci: si tratta di aver preso nelle mani una consapevolezza misteriosa. Ora sto proprio svelando questo mistero, che è fatto di accettazione dell’inevitabile e di una specie di paura, diciamo così, temperata, perlappunto dell’inevitabile. Chiamiamola con consapevole brutalità: la morte.

Paradossalmente, oggi mi sento vivo come quando ero ragazzo, e non avevo alcuna idea pratica della morte che non fosse quella turbolenta e alfine metaforica dei film e anche dei libri; anche di quei primi, non più per ragazzi, che cominciai presto a leggere. Continua a leggere

Piano terra

 

di Franz Krauspenhaar

È venuto giù un freddo “bestia”, o quasi. La temperatura è scesa sotto i 10 gradi; qui è qualcosa d’insolito.
Non abbiamo il riscaldamento, come in moltissimi condomini della zona che hanno un po’ di anni, – la nostra casa è degli anni Settanta.
Con questo buon clima nella maggior parte dell’anno sarebbe uno spreco mettere i termosifoni, soprattutto per il nostro inverno- è vero, quest’anno con la drammatica ingerenza dei tifoni, – ma di norma abbastanza dolce.
Qui in rua Central abbiamo due stufe elettriche in alluminio, una per la stanza di Ernesto e una per la mia.
Porte chiuse per evitare la dispersione del calore, e in pochi minuti la stanza è già abbastanza calda, in attesa che lo diventi per bene. Sono stufe tedesche, che abbiamo comprato l’anno scorso al Leclerc.
Il buio è già sceso da un po’. Il mio umore stavolta non scende al piano terra come certe sere all’ospedale.
Guardavo nel finestrone della camera a tre letti e mi sorbivo il magone, finché non veniva il momento di andare a letto, una liberazione.

Cafè abatanado

 

di Franz Krauspenhhar

Mi fa un po’ male il collo del piede, come se avessi tirato un rigore da cinquanta metri. Nella realtà, che fin verso i vent’ anni giocai a calcio con un certo impegno, (è per questo che ancora oggi ho le cosce abbastanza sovradimensionate ), e i pochi rigori che avevo battuto erano quasi tutti andati in fumo, cioè fuori dallo specchio della porta.
Non ho mai avuto (nel battere i rigori è fondamentale) il famoso e raro e necessario sangue freddo. Continua a leggere

Tenere botta

di Franz Krauspenhaar

Mentre guardo su Netflix il documentario sulla Maxwell, l’amichetta di Epstein , alla quale hanno dato solo vent’anni di galera e non quei bei quarantasei – ventilati dalla giustizia americana in un primo tempo- mi parte un abbiocco tremendo. A me questi “personaggi reali” sembrano, oltre che dei criminali della peggior specie, delle nullità. Intelligenti, brillanti, spavaldi oltre ogni dire ma trasudanti, allo stesso tempo, una mediocrità impareggiabile, un essere- non essere fino al numero zero, fino alla nullità completa. Continua a leggere

Un compitino

di Franz Krauspenhaar

Come un paio di giorni fa da “Bellissimo”, stamattina Kabita, la dolce e timida nepalese che viene a pulirci la casa una volta a settimana, per un caso mi trova nel bagno, seduto da vestito sul bordo del water.
Dopo il lavaggio dei denti avevo provato un improvviso mancamento, le ginocchia si erano piegate e, appunto, mi sono dovuto appoggiare sulla tazza, zona bordo, per non crollare a terra, col rischio di farmi male. Continua a leggere

Più che le sentinelle l’aurora 3. Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli. Continua a leggere