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Essere o non essere

di Fabrizio Centofanti

Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.

So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.

Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.

Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. lo, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.

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Damasco

Caravaggio, Conversione di San Paolo

di Fabrizio Centofanti

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.

Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.

Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.

Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

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Fiabe

di Fabrizio Centofanti

Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco, la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. L’uomo non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci dove sia cominciato tutto questo. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco, e un po’ alla volta ritroveremo il filo.

Formule

di Fabrizio Centofanti

Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile. Continua a leggere

A modo mio, di Franz Krauspenhaar

 

Alzarsi ogni mattina alle 6 per andare a lavorare a 35 km in 45 min. di distanza da casa è una condizione disperata.

Io l’ho fatto per circa un anno.

35 km percorsi in auto in 45 minuti è la distanza tra Milano e Vigevano. E io lavoravo proprio laggiù, in una grande cartotecnica, come direttore vendite estero. Una settimana in sede e una settimana all’estero, quasi sempre in Francia, per circa un anno.

Partenza in aereo lunedì mattina presto e ritorno a Milano con un volo del venerdì.
Mi si potrà dire: perché parli di “condizione disperata”? Continua a leggere

Un’aria non ancora arrugginita

 

di Franz Krauspenhaar

Più vivo all’estero e più mi sento italiano. Ho un cognome tedesco che qui in Portogallo pronunciano peggio che in Italia.

Parliamoci chiaro: qui sto bene, sto più tranquillo, finalmente provo, nel corpo e nell’umore, il vero sole, e un’aria non ancora arrugginita; per il resto l’autogiudizio è sospeso.

Ma manca l’integrazione.

In Germania lavoravo in un magazzino e poi in un ufficio tutta la settimana, la sera stavo con la simpatica coppia “Schleswig Holstein” che mi teneva a pensione, avevo 19 anni, così tanto giovane che assorbivo tutto quel che mi passava davanti come una carta moschicida umana, soprattutto la lingua. Continua a leggere

Una specie di fine

Da quando sono tornato a casa dopo l’ospedale, a Barreiro, credo inevitabilmente, ho sentito dentro di me maturare una specie di fine.

Non spaventiamoci: si tratta di aver preso nelle mani una consapevolezza misteriosa. Ora sto proprio svelando questo mistero, che è fatto di accettazione dell’inevitabile e di una specie di paura, diciamo così, temperata, perlappunto dell’inevitabile. Chiamiamola con consapevole brutalità: la morte.

Paradossalmente, oggi mi sento vivo come quando ero ragazzo, e non avevo alcuna idea pratica della morte che non fosse quella turbolenta e alfine metaforica dei film e anche dei libri; anche di quei primi, non più per ragazzi, che cominciai presto a leggere. Continua a leggere

Piano terra

 

di Franz Krauspenhaar

È venuto giù un freddo “bestia”, o quasi. La temperatura è scesa sotto i 10 gradi; qui è qualcosa d’insolito.
Non abbiamo il riscaldamento, come in moltissimi condomini della zona che hanno un po’ di anni, – la nostra casa è degli anni Settanta.
Con questo buon clima nella maggior parte dell’anno sarebbe uno spreco mettere i termosifoni, soprattutto per il nostro inverno- è vero, quest’anno con la drammatica ingerenza dei tifoni, – ma di norma abbastanza dolce.
Qui in rua Central abbiamo due stufe elettriche in alluminio, una per la stanza di Ernesto e una per la mia.
Porte chiuse per evitare la dispersione del calore, e in pochi minuti la stanza è già abbastanza calda, in attesa che lo diventi per bene. Sono stufe tedesche, che abbiamo comprato l’anno scorso al Leclerc.
Il buio è già sceso da un po’. Il mio umore stavolta non scende al piano terra come certe sere all’ospedale.
Guardavo nel finestrone della camera a tre letti e mi sorbivo il magone, finché non veniva il momento di andare a letto, una liberazione.

Cafè abatanado

 

di Franz Krauspenhhar

Mi fa un po’ male il collo del piede, come se avessi tirato un rigore da cinquanta metri. Nella realtà, che fin verso i vent’ anni giocai a calcio con un certo impegno, (è per questo che ancora oggi ho le cosce abbastanza sovradimensionate ), e i pochi rigori che avevo battuto erano quasi tutti andati in fumo, cioè fuori dallo specchio della porta.
Non ho mai avuto (nel battere i rigori è fondamentale) il famoso e raro e necessario sangue freddo. Continua a leggere

Tenere botta

di Franz Krauspenhaar

Mentre guardo su Netflix il documentario sulla Maxwell, l’amichetta di Epstein , alla quale hanno dato solo vent’anni di galera e non quei bei quarantasei – ventilati dalla giustizia americana in un primo tempo- mi parte un abbiocco tremendo. A me questi “personaggi reali” sembrano, oltre che dei criminali della peggior specie, delle nullità. Intelligenti, brillanti, spavaldi oltre ogni dire ma trasudanti, allo stesso tempo, una mediocrità impareggiabile, un essere- non essere fino al numero zero, fino alla nullità completa. Continua a leggere

Un compitino

di Franz Krauspenhaar

Come un paio di giorni fa da “Bellissimo”, stamattina Kabita, la dolce e timida nepalese che viene a pulirci la casa una volta a settimana, per un caso mi trova nel bagno, seduto da vestito sul bordo del water.
Dopo il lavaggio dei denti avevo provato un improvviso mancamento, le ginocchia si erano piegate e, appunto, mi sono dovuto appoggiare sulla tazza, zona bordo, per non crollare a terra, col rischio di farmi male. Continua a leggere

Più che le sentinelle l’aurora 3. Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli. Continua a leggere

Più che le sentinelle l’aurora 2. L’età della pensione

di Fabrizio Centofanti

Mi interesso di felicità. Tutti la cercano, dall’alba dei secoli. A proposito di albe: qui al Santuario sono straordinarie, forse solo per me, che le vedo dalla finestra giusta. La felicità la si cerca dappertutto, generalmente nei posti sbagliati. Bisogna trovare la finestra.
Un libro intelligente potrebbe procedere per esclusione: mostrare quante vie fallimentari si possano battere per raggiungere questa meta che sfugge, come se potesse trovarsi solo quando si è smesso di cercarla. Non darò la soluzione troppo presto. Ci scherzo anche a messa, dopo aver sollevato l’interesse intorno a una risposta: “ve la dico un’altra volta”. L’omelia è il momento giusto per istigare alla felicità. Avete capito bene: si può preferire la tristezza, che i Padri della Chiesa collocavano tra i vizi capitali – o meglio, tra i pensieri cattivi.
È bello che Gesù cominci il suo discorso programmatico con la parola “makarioi”, felici. Vuol dire che ha affrontato l’avventura terrena con l’intento di indicarci la via per diventarlo, per lasciarci alle spalle la tristezza. Istigare alla felicità.
Gesù era felice: si capisce dai dettagli. In ogni occasione trova il modo di comunicare la parola più efficace e incoraggiante, meglio di un coach. Ho capito che il prete deve fare altrettanto. Pensate se neppure Dio si fidasse di noi. Gesù, addirittura, ne fa un motto: “la tua fiducia ti ha salvato”.
Bisogna tornare bambini, di quelli che danno sempre ragione ai genitori. È come se Gesù avesse i loro sentimenti: un’apertura agli altri che si fa presto a perdere, dopo le prime fregature. Il Cristo non ne viene scalfito. Significa che non soffriva? No: soffriva più di noi. Ma con Lui la fregatura non vinceva. È semplice. Forse troppo per comprenderlo prima dell’età della pensione.

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Più che le sentinelle l’aurora 1. Nel silenzio

di Fabrizio Centofanti

Ero un grafomane. Dopo pranzo, cascasse il mondo, mi mettevo al computer e scrivevo la mia pagina. Quando ho smesso? E perché? L’ultimo libro che ho scritto da grafomane parlava di Gesù. Ricomincio da Lui. In questo tempo, ho capito una cosa: è Gesù che conta. Ma Lui non c’è. O meglio, non si vede. O meglio, lo vedo nel Volto che ho strappato al magazzino, e che scrivo con la lettera maiuscola perché so che mi guarda. Ma il Volto non si muove, gli occhi non si chiudono, la bocca non si apre. Passiamo all’altra riva, diceva. Compiere la traversata. Guardare. Ho detto spesso che il mio versetto è quello della lettera agli Ebrei: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”. Perché, guardando Lui, guardiamo noi.
Chi sono io? Un gatto non si fa queste domande, anche se ha l’occhio fisso nel vuoto, come vedesse l’invisibile. Me lo diceva don Mario: impara dai gatti. Chi siamo noi lo sa soltanto Dio. Sì, la psicologia, sì, la filosofia, sì, la teologia. Ho imparato, leggendo, molte cose. La mia stanza è tutta pile di libri che potrebbero crollare in un istante. Notizie importanti che da un momento all’altro potrebbero scadere, al contatto con Lui.
Passare all’altra riva, guardare oltre l’orizzonte del gatto. In ogni caso, dai gatti ho imparato. Ad attendere: più che le sentinelle l’aurora. Alla polveriera di forte Bravetta scrutavo l’orizzonte. Nel buio, sentivo rumori, immaginavo eventi. Vedo che si alza della polvere e sveglio la truppa con l’allarme. Lo sguardo era fisso nel vuoto, come i gatti. Poi vedo la polvere. Più che le sentinelle l’aurora: è questo il desiderio. L’alba della domenica mattina. Maria! Maria si voltò. Non è possibile. Stavano già dialogando, lei e il Giardiniere con la lettera maiuscola. Poi si va all’originale e si capisce: Maria si convertì. Quando Gesù apre la bocca e chiama, stai passando all’altra riva, sei oltre l’orizzonte del gatto. Ma devi imparare da lui, ci mancherebbe, addestrarti a contemplare il vuoto. A riconoscerti soltanto nel silenzio.

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Incontro

 

Mi chiedono di esprimere un parere sulla vicenda di don Alberto Ravagnani, ma ritengo che l’unica reazione sensata sia quella di tirarsi fuori da questo chiacchiericcio. Non sappiamo nulla del cuore di una persona. L’equivoco dei social consiste nel mettere di fronte agli altri una maschera spacciata per verità. È un gioco pericoloso, che può causare la perdita dell’orientamento esistenziale. Una proposta costruttiva potrebbe essere quella di guarire da una dipendenza che non porta buoni frutti, a giudicare da ciò che c’è in giro. Mi viene in mente l’incontro di Elia con Dio: il profeta non lo trova nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco, ma in una “qol demama daqqa”, una voce di silenzio sottile. Oggi, forse, l’autore avrebbe scritto che Dio non si incontra su Facebook, su Instagram, su X, ma in una sana astinenza dai social.

Mano nella mano

Mi chiedono se ho inventato io il metodo di stare mano nella mano con Gesù o con Maria. In realtà, l’immagine è ben presente nella Bibbia. Domenica scorsa, nell’omelia, sottolineavo come nella prima lettura si ricordasse proprio questo: “Io, il Signore, … ti ho preso per mano” (Is 42,6). Siamo fragili, contraddittori, fondamentalmente impossibili: eppure, mano nella mano col Signore, tutto cambia, tutto si volge in bene.

C’è un solo modo per essere felici

Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.

Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.

Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.

[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]

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