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Più che le sentinelle l’aurora 3. Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli. Continua a leggere

Più che le sentinelle l’aurora 2. L’età della pensione

di Fabrizio Centofanti

Mi interesso di felicità. Tutti la cercano, dall’alba dei secoli. A proposito di albe: qui al Santuario sono straordinarie, forse solo per me, che le vedo dalla finestra giusta. La felicità la si cerca dappertutto, generalmente nei posti sbagliati. Bisogna trovare la finestra.
Un libro intelligente potrebbe procedere per esclusione: mostrare quante vie fallimentari si possano battere per raggiungere questa meta che sfugge, come se potesse trovarsi solo quando si è smesso di cercarla. Non darò la soluzione troppo presto. Ci scherzo anche a messa, dopo aver sollevato l’interesse intorno a una risposta: “ve la dico un’altra volta”. L’omelia è il momento giusto per istigare alla felicità. Avete capito bene: si può preferire la tristezza, che i Padri della Chiesa collocavano tra i vizi capitali – o meglio, tra i pensieri cattivi.
È bello che Gesù cominci il suo discorso programmatico con la parola “makarioi”, felici. Vuol dire che ha affrontato l’avventura terrena con l’intento di indicarci la via per diventarlo, per lasciarci alle spalle la tristezza. Istigare alla felicità.
Gesù era felice: si capisce dai dettagli. In ogni occasione trova il modo di comunicare la parola più efficace e incoraggiante, meglio di un coach. Ho capito che il prete deve fare altrettanto. Pensate se neppure Dio si fidasse di noi. Gesù, addirittura, ne fa un motto: “la tua fiducia ti ha salvato”.
Bisogna tornare bambini, di quelli che danno sempre ragione ai genitori. È come se Gesù avesse i loro sentimenti: un’apertura agli altri che si fa presto a perdere, dopo le prime fregature. Il Cristo non ne viene scalfito. Significa che non soffriva? No: soffriva più di noi. Ma con Lui la fregatura non vinceva. È semplice. Forse troppo per comprenderlo prima dell’età della pensione.

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Più che le sentinelle l’aurora 1. Nel silenzio

di Fabrizio Centofanti

Ero un grafomane. Dopo pranzo, cascasse il mondo, mi mettevo al computer e scrivevo la mia pagina. Quando ho smesso? E perché? L’ultimo libro che ho scritto da grafomane parlava di Gesù. Ricomincio da Lui. In questo tempo, ho capito una cosa: è Gesù che conta. Ma Lui non c’è. O meglio, non si vede. O meglio, lo vedo nel Volto che ho strappato al magazzino, e che scrivo con la lettera maiuscola perché so che mi guarda. Ma il Volto non si muove, gli occhi non si chiudono, la bocca non si apre. Passiamo all’altra riva, diceva. Compiere la traversata. Guardare. Ho detto spesso che il mio versetto è quello della lettera agli Ebrei: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”. Perché, guardando Lui, guardiamo noi.
Chi sono io? Un gatto non si fa queste domande, anche se ha l’occhio fisso nel vuoto, come vedesse l’invisibile. Me lo diceva don Mario: impara dai gatti. Chi siamo noi lo sa soltanto Dio. Sì, la psicologia, sì, la filosofia, sì, la teologia. Ho imparato, leggendo, molte cose. La mia stanza è tutta pile di libri che potrebbero crollare in un istante. Notizie importanti che da un momento all’altro potrebbero scadere, al contatto con Lui.
Passare all’altra riva, guardare oltre l’orizzonte del gatto. In ogni caso, dai gatti ho imparato. Ad attendere: più che le sentinelle l’aurora. Alla polveriera di forte Bravetta scrutavo l’orizzonte. Nel buio, sentivo rumori, immaginavo eventi. Vedo che si alza della polvere e sveglio la truppa con l’allarme. Lo sguardo era fisso nel vuoto, come i gatti. Poi vedo la polvere. Più che le sentinelle l’aurora: è questo il desiderio. L’alba della domenica mattina. Maria! Maria si voltò. Non è possibile. Stavano già dialogando, lei e il Giardiniere con la lettera maiuscola. Poi si va all’originale e si capisce: Maria si convertì. Quando Gesù apre la bocca e chiama, stai passando all’altra riva, sei oltre l’orizzonte del gatto. Ma devi imparare da lui, ci mancherebbe, addestrarti a contemplare il vuoto. A riconoscerti soltanto nel silenzio.

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