di Fabrizio Centofanti
La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli.
Ti càpita di trovarti in un vortice, e non sai come uscirne. Ma anche lì Qualcuno ci è passato: non avevano nemmeno il tempo per mangiare, c’è scritto nel Vangelo. È importante provare a stare un po’ in disparte, col Maestro che cura le ferite. Fermandoci, cominciamo a camminare.
È questione di eventi: la vita esiste solo se iniziamo a raccontarla: ma non si può scrivere di corsa. Molti affogano nell’angoscia del presente, una morsa spietata che impedisce i movimenti. Dovrebbero sedersi a un tavolo e riprendere il filo della storia. Perché?
L’esistenza si capisce guardandola dal Cielo. Appena entreremo in Paradiso chiederemo scusa per tutto ciò che non abbiamo compreso e ci ha spinti a ribellarci, in primis per la sofferenza. Solo lì vedremo chiaramente come proprio grazie a essa si acceda alla purezza del Regno.
Basterebbe sostituire il lamento con il grazie. Si può farlo anche per il dolore, per la morte? Sì, se serve a guadagnare una vita senza fine. Come ne siamo certi? Ce lo dice il cuore. Un giorno, anzi, una notte, Dio apparve in sogno a Salomone e gli disse: “Chiedimi qualunque cosa, e Io te la darò”. Il giovane chiese un “lev shomea”, ossia “un cuore capace di ascoltare”. Se in noi ci fosse questo ascolto, potremmo ancora percepire la Parola di Dio. Riprenderemmo il dialogo interrotto. È triste non parlargli più e, soprattutto, è questo che spiega molte cose. Vuol dire non vedere più la vita dalla parte del Cielo. Dio chiede anche a noi di confidargli ciò che più desideriamo. Io chiedo un “lev shomea”, per riprendere il colloquio più importante. Per smetterla di fingere di non aver più bisogno di Qualcuno.


Una pagina bellissima, da leggere e rileggere…la sensazione è che vi sia racchiuso un segreto, da scoprire e meditare.
E’ vero, “c’è ben altro”.
Grazie per averci nuovamente ricordato di alzare lo sguardo.
Ce lo dice il cuore.
Quando Lo sentiamo bussare, percepiamo i colpi buoni nel cuore, lo sentiamo battere come non mai, ci apriamo alla Sua visita. L’incontro non è casuale, accade, in quel momento, attraverso, con, perché.
Non si dimentica.