Il mandorlo fiorito
V. Van Gogh
«In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.» [Mt 4,1-11]
***
“Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi:
«Vedo un ramo di mandorlo [shaqed, in ebraico] ».
Il Signore soggiunse:
«Hai visto bene, poiché io vigilo [shoqed] sulla mia parola per realizzarla»”
(Ger. 1,11-12)
Cominci così questa Quaresima. Due immagini a suo simbolo: il mandorlo fiorito e il deserto.
Non sembrino immagini contraddittorie. Entrambe rinviano ad un atto di fiducia: l’inveramento di una promessa. E chi promette vigila sull’adempimento della sua parola. L’eloquenza del ramo di mandorlo si affianca al silenzio del deserto, ed entrambi dicono la stessa cosa: ciò che è promesso si compie.
È tempo di digiuno e di speranza, di fiducia e di lontananze, di fiducioso abbandono e di solitudine cocente.
Sono simboli. Rinviano, cioè, ad un oltre che non è racchiudibile nell’immagine. Simbolo è ciò che unisce, è unito, ad una realtà originante, senza la quale l’immagine suona falsa e ingannatrice.
L’opposto del “sim-bolo” è il “dia-bolo”, colui che divide. Colui che separa, e tiene separate, immagine e realtà che l’immagine sostanzia.
Il racconto della tentazione di Gesù nel deserto è un’ordinata costruzione letteraria, disposta da Matteo come una vera e propria disputa. Si procede a colpi di citazioni scritturistiche, sia da parte di Gesù che da parte del diavolo.
Questo episodio è, nel vangelo di Matteo, dopo il racconto del Battesimo al Giordano. Qui, si chiudeva con la solenne proclamazione: “Questi è il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto” .
Da qui si parte. E da qui, parte il diavolo. Alla solenne proclamazione si oppone la tentazione, introdotta da un “Se”. “Se tu sei Figlio di Dio…” ripetuta anche nella seconda tentazione. La richiesta parte dall’introduzione del dubbio, dal far nascere la falsa domanda. E la domanda falsamente posta vuole una prova, non si accontenta di argomentazioni. È la stessa domanda che viene rivolta a Gesù sulla croce: “Se sei Figlio di Dio, salva te stesso e anche noi” La domanda sembrerebbe legittima e giustificata dalla enormità della portata dell’affermazione proclamata nel Battesimo, ma, a ben guardare, si tratta solo di un normale e sottile cedimento all’idolatria. L’idolo è falso perché falsa immagine di Dio e dell’uomo. L’idolo è potere, che vuole affermare se stesso e rimanda solo l’immagine di potere che asservisce.
Come si arriva a questo? Come può l’uomo così facilmente contrabbandare a se stesso la provvisoria e acquietante risposta idolatrica per la novità di liberazione e di salvezza?
Siamo troppo facilmente preda di voglia di fuga. Quando la realtà, o l’immagine che noi ci siamo costruiti della realtà, non rispondono più alle nostre aspettative, siamo pronti per una fuga nel deserto, con l’idea di ritrovare un’ originarietà perduta, con la segreta voglia di far collimare la realtà con la nostra visione di essa. Solo che, nel vangelo di oggi, Gesù non fugge nel deserto. La sua non è una fuga da qualcosa o da qualcuno. Matteo dice che “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto.” È lo Spirito, lo stesso Spirito che era stato visto scendere sotto forma di colomba, nel battesimo, che “muove” Gesù verso il deserto. Il verbo greco che Matteo usa (anàgo) per dire questo può avere anche il significato di portare in alto o di salpare o di liberare. Si tratta, dunque di una azione precisa, con una finalità precisa. Gesù è portato nel deserto perché è da qui che comincia la storia di liberazione. Deserto è luogo originario del compimento della Parola (MiDBaR), come per Israele, come per i Profeti. Qui si compie l’investitura iniziata nel battesimo. Gesù è pienamente posto in continuazione della storia di Israele per portarla al suo compimento. Ed è storia di liberazione, non di fuga. Di liberazione, non di false libertà che restituiscono solo l’immagine di se stessi, senza produrre novità.
Solo lo Spirito sa produrre novità, per questo, chi entra nel deserto, guidato dallo Spirito, non ne esce uguale a come era. Nel deserto si cambia, il prima e il dopo non coincidono. Il deserto è vertigine di digiuno. È distacco totale. È vuoto. E questo vuoto è fame. È necessario giungere ad avere fame per cercare il cibo. Quanta fame abbiamo? Noi, sazi di sovrabbondanza, conosciamo ancora la fame? Satolli di comunicazione, il silenzio ci stordisce. Cerchiamo chiacchiera, più facile e consolante, più appagante dei nostri falsi desideri e rifuggiamo il confronto con la Parola che ci crea e ri-crea. Ci basta ciò che abbiamo? Il nostro desiderio si esaurisce nei mille oggetti che ci catturano? Ci basta questa nostra vita, così come la stiamo conducendo? O non siamo anche noi fra quelli che inducono più facilmente alla ricerca di ciò che ci restituisce l’immagine di noi che più ci piace? Deserto è affidamento. È abbandono totale proprio a quello Spirito che lì ci conduce.
Per questo, il deserto è luogo di speranza. Come mandorlo fiorito,sentinella di primavera, sta la consapevolezza della nostra impossibilità di autoliberazione. Siamo accolti, siamo perdonati. Sarà il mandorlo fiorito, o la memoria che di esso porteremo, annunciatore di liberazione, di ricominciamenti, di ripartenze.
