
di Gian Piero Stefanoni
Mistica di una ricerca che procede per sospensioni, per aderenza all’invisibilità di un respiro in cui il mistero della creazione avvolge e determina in tutta la sua non trattenibile presenza. Così nella corposa trasparenza di un buio che si rivela per accensioni, di un divenire per battesimi e fughe, tra fuochi della terra e bocche d’aria cui il volo presta un verso che non conforta mai pienamente. Ma che continuamente, ripetutamente propone, ora nella rimessa in gioco, ora nella sconfessione. Questa nell’audace sintesi di una scrittura potente, continuamente alla rincorsa di se stessa, l’interrogazione poetica di Daniel Faria, autore tra i più significativi dell’ultima poesia portoghese. Di certo la più originale pur nell’arco breve della sua produzione, Faria scomparendo precocemente nel 1999 a ventisette anni. Un paio di titoli prima della sua morte, un altro paio postumi; in Italia a parte apparizioni su blog e riviste specializzate mai pubblicato. Un percorso tra l’altro il suo, a proposito di mistica, segnato dall’incontro con la vocazione religiosa dopo la laurea in Studi portoghesi all’Università di Oporto, dall’opzione per la vita monastica e al noviziato benedettino purtroppo mai completato. Un Dio il suo però poco nominato ma attraversato, lodato, bramato da grammatiche di corpi che non si pensano, non si adontano nelle liturgie delle interconnessioni ma semplicemente le celebrano nella reciprocità dei disvelati e accarezzati confini. Per questo il canto si fa levità, perché tocco leggero di una continua mutazione, di una nota che innalzata evidenzia e svanisce. Seppure il dolore dell’uomo, così in affanno, così imperscrutabile, resti da sfondo nell’antico mistero della sua solitudine. Una malinconia questa che se parte dell’animo portoghese in Faria è segno di una immanenza che solo nella confusione col paesaggio, nel suo silenzio, può dar pace alle sue trasfusioni. E nell’equilibrio delle vertigini, allora, l’uomo che per continuare il viaggio deve deviarne il corso, nei lasciti e nella perdita delle eredità cercando di discernere il passaggio. I piedi uniti a quelli degli altri, cercando, chiedendo nell’insieme degli elementi inghiottiti dai vortici la Parola dispiegata “affinché elevazione e profondità si uniscano”. Continua a leggere→