Archivio mensile:Marzo 2026

Jorge Luis Borges

 

a cura di Giorgio Stella

Ho commesso il più vile dei peccati
Da addebitare a un uomo. Io non fui
Felice. Che i ghiacciai dell’oblio
Mi travolgano e annullino, spietati.
Mi vollero i miei padri per il giuoco
Umano delle albe e delle notti,
Per la terra e per l’acqua e l’aria e il fuoco.
Li ingannai. Non fun felice. Tradita
Fu quella voglia giovane. La mente
S’involò alle simmetriche insistenze
Dell’arte, che ricamano sui niente.
Stima ne trassi. Ma non fui eccellente.
Non mi abbandona. Sempre mi sta a lato
La colpa d’esser stato un disgraziato.

Traduzione di Domenico Porzio, da La Nacion di Buenos Aires del 21-9-1975.

Daniel Faria e l’invisibile respiro

di Gian Piero Stefanoni

Mistica di una ricerca che procede per sospensioni, per aderenza all’invisibilità di un respiro in cui il mistero della creazione avvolge e determina in tutta la sua non trattenibile presenza. Così nella corposa trasparenza di un buio che si rivela per accensioni, di un divenire per battesimi e fughe, tra fuochi della terra e bocche d’aria cui il volo presta un verso che non conforta mai pienamente. Ma che continuamente, ripetutamente propone, ora nella rimessa in gioco, ora nella sconfessione. Questa nell’audace sintesi di una scrittura potente, continuamente alla rincorsa di se stessa, l’interrogazione poetica di Daniel Faria, autore tra i più significativi dell’ultima poesia portoghese. Di certo la più originale pur nell’arco breve della sua produzione, Faria scomparendo precocemente nel 1999 a ventisette anni. Un paio di titoli prima della sua morte, un altro paio postumi; in Italia a parte apparizioni su blog e riviste specializzate mai pubblicato. Un percorso tra l’altro il suo, a proposito di mistica, segnato dall’incontro con la vocazione religiosa dopo la laurea in Studi portoghesi all’Università di Oporto, dall’opzione per la vita monastica e al noviziato benedettino purtroppo mai completato. Un Dio il suo però poco nominato ma attraversato, lodato, bramato da grammatiche di corpi che non si pensano, non si adontano nelle liturgie delle interconnessioni ma semplicemente le celebrano nella reciprocità dei disvelati e accarezzati confini. Per questo il canto si fa levità, perché tocco leggero di una continua mutazione, di una nota che innalzata evidenzia e svanisce. Seppure il dolore dell’uomo, così in affanno, così imperscrutabile, resti da sfondo nell’antico mistero della sua solitudine. Una malinconia questa che se parte dell’animo portoghese in Faria è segno di una immanenza che solo nella confusione col paesaggio, nel suo silenzio, può dar pace alle sue trasfusioni. E nell’equilibrio delle vertigini, allora, l’uomo che per continuare il viaggio deve deviarne il corso, nei lasciti e nella perdita delle eredità cercando di discernere il passaggio. I piedi uniti a quelli degli altri, cercando, chiedendo nell’insieme degli elementi inghiottiti dai vortici la Parola dispiegata “affinché elevazione e profondità si uniscano”. Continua a leggere

Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

La sofferenza del corpo
Dio abbine pietà
Lo sconvolgimento aumenta
Dio abbine pietà
In questa giornata in queste idi
di dolore dici vieni
col nemico allontana da me
il calice amaro

*

Inediti, rari, -variante- e tracce

Non merito aiuti né misericordie.
Cantando la scenata ai gatti di casa
mia, rivolgo all’Assente il vangelo
di una rosa rossa; portiamola
alla vita che è passata, o al cuore
che non batte più.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Le tristezze e le angosce

(M. Rothko e Giotto)

«Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo». [Mt 26,36-46]

*** Continua a leggere

16

Giorgio Stella. Una poesia

La coccarda può essere nera e tarda ma le tende ne nascondono il futuro della medaglia – al sicuro – la betoniera è una ceramica nel museo delle cere, un camice di cocco nei punti della miralanza… Per il quarzo del marmo il peso dell’arco di macello nel poligono del golf. Chi diresse il faro nella rosa dei venti? Il calco rosa di vento giù di allora, io sono la corazza nell’elmo della conchiglia. ———————————————–*

Intervista ad Andrea Tosi

 

Screenshot

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Direi che è nata con mio figlio, nel senso che è stato lui a fare da spartiacque fra la vita di prima e la mia nuova sedentarietà. Sono passati circa dodici anni dalla pubblicazione della raccolta precedente, e durante questo tempo mi sono allontanato dalla letteratura, ultimo periodo a parte. Devo dire che neanche pensavo di tornare a scrivere, ma il tempo ha creato nuove circostanze e stimoli. Continua a leggere

Tre poesie e due haiku per Emily Dickinson, di Floriana Porta

Versi tratti dal libro di Floriana Porta in uscita a settembre dal titolo Nel giardino dei tuoi passi (Pecore Nere Editorial)

È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.

Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.

Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.

Si riapre
come una ferita di luce.

E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi. Continua a leggere

Giorgio Stella. Una poesia

(Cocchiere) – cocchiere, quale è strada per la betoniera? Nel museo delle cere, ovviamente. E la ceramica? La veste antica è un’ombra di riflesso della corazza nell’armatura stata elmo di razza pura… Chi ha vinto il labirinto? Gli angeli che portano alle madri preghiere dei figli assenti dai padri. —————————————————–

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimiliano Bardotti

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Massimiliano Bardotti

Per Massimiliano Bardotti la poesia deve saper gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Non si tratta di donare luce, ma di levare “le travi dagli occhi” per poter osservare la bellezza che circonda gli esseri umani. Dunque, la poesia è modo per abitare l’esistenza, una vocazione di bellezza alla quale affidarsi con speranza.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere