Archivio mensile:Febbraio 2026

Un compitino

di Franz Krauspenhaar

Come un paio di giorni fa da “Bellissimo”, stamattina Kabita, la dolce e timida nepalese che viene a pulirci la casa una volta a settimana, per un caso mi trova nel bagno, seduto da vestito sul bordo del water.
Dopo il lavaggio dei denti avevo provato un improvviso mancamento, le ginocchia si erano piegate e, appunto, mi sono dovuto appoggiare sulla tazza, zona bordo, per non crollare a terra, col rischio di farmi male. Continua a leggere

I Contorni

di Giorgio Stella

I Contorni – i contorni del la casa Maestra dovrebbero avere tutti gli spazi della medesima specchiaia – un unico alla civiltà che ci resta coma realtà eletta, eletta bene – la povertà/poesia in qualche maniera può essere amministrata da sé medesima! Il faro nel neon ne è la prospettiva retroattiva – giorni di fiore come la vittima della betoniera nella boa di ceramica nel museo delle cere, delle cere accese – chi ti dice questo? Quello che domani non è mai perso tra la clessidra e il pendolo dell’orologio emigrato per mancanza di ore a ventaglio di coccarda che nuda non ha valore. —————————

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psi­chica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle  macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

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Roberto Carifi

Screenshot

a cura di Giorgio Stella

Quaggiù gli inverni ricominciano presto,
e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio.
Avrai sentito parlare di questa rovina,
tutto ti apparirà remoto, un’altra storia, un altro tempo.
Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere.
Intanto mi sto abituando al silenzio,
ogni giorno mi esercito all’addio.

Un poeta legge un poeta

di Renato Pennisi

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione. Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».
La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».
E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».
Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni lieti e amari». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica. 1964 -2022
La Scuola di Pitagora 2025
Pagg. 160 € 16

Giorgio Stella. Una poesia

Rosa di ieri

Un giorno resusciterò
nelle macerie della
mia storia
I drappi bianchi
sulle vesti nere
ancora rassoderanno
i canti avanti alla
rosa di ieri –
– Fieri i rossi nei
neri, petali morti –
– In bilico sul fianco
della roccia
la torcia elettrica
mimerà l’ombra
nel vuoto della tomba.
Petali rossi, rosa di
ieri,
le tue membra velate
la finestra per sbaglio
staccata dal volo della cosa.
Icaro e Dedalo,
stemma di bello stile,
nel campo di
concime sparso
non ha confine.

(A mia madre in attesa
della polvere
di clessidra…
)

Buona fortuna, di Franz Krauspenhaar

Sono settimane che non riesco a ottenere un sonno davvero ristoratore, un sonno di almeno sette/ otto ore per notte.
Se vado a dormire a mezzanotte, di solito mi addormento verso le due/tre del mattino, perché leggo, o scrivo. E poi, con maggior fatica, mi riaddomento e scendo in un sonno più leggero.

In ospedale, nei primi tempi, quando ero al pronto soccorso, la notte facevo incubi tremendi, dell’ orrore.
Una volta ho sognato di dover essere giustiziato in Spagna, in una media città profonda, mi pare del centro nord, (ma non ne sono certo), dove però la gente, cioè i curiosi, spesso anziani e spesso solo fantasmi di ex giustiziati, a turno mi tenevano la mano per donarmi un po’ di coraggio, durante una lentissima parata, legato stretto ai polsi con manette di cotone, ficcato dentro una vecchia camionetta ( del tipo “Fiat Campagnolo” ) e sorvegliato a un palmo di naso da due poliziotti in borghese della Policia National. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Raffaela Fazio

Fare luce con la poesiaintervista a Raffaela Fazio

Poesia e Luce, poesia come luce. In un’epoca di grandi contraddizioni e di altrettanto grandi desideri Raffaela Fazio racconta di una luce che filtra/ come sogno ripetuto e che vuole essere non solo un atto di resistenza e ribellione contro il buio dell’ignoranza e dell’abbrutimento, ma soprattutto scintilla dalla quale nasce la bellezza e la più viva umanità. La luce attraversa il mondo come un raggio di luce attraverso la foresta per regalare l’inatteso. Continua a leggere

Jorge Luis Borges

a cura di Giorgio Stella

L’oro delle tigri

Fino all’ora del tramonto giallo
quante volte avrò guardato
la poderosa tigre del Bengala
percorrere su e giù il tragitto prefissato
dietro le grosse sbarre,
senza sospetto ch’erano il suo carcere.
Altre tigri sarebbero venute poi,
quella di Blake, di fuoco;
altri ori sarebbero venuti,
il metallo amoroso che era Zeus,
l’anello che ogni nove notti
genera nove anelli e questi, nove,
e non c’è fine.
Con gli anni mi hanno abbandonato
gli altri incantevoli colori
e ora mi restano soltanto
la vaga luce, l’ombra inestricabile
e l’oro dell’inizio.
O tramonti, o tigri, o splendori
dell’epica e del mito,
o quell’oro più prezioso, i tuoi capelli
che le mie mani anelano.

East Lansing, 1972

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 59

Espressioni come La finestra l’ho già aperta non sono accettabili solo nel parlato informale. Si tratta della dislocazione a sinistra, un modulo sintattico che esiste fin dalle origini della lingua italiana (lo si trova, ad esempio, nel Placito capuano del 960: «Sao ko KELLE TERRE, per kelle fini que ki contene, trenta anni LE possette parte Sancti Benedicti»).
È una frase marcata in cui un costituente (l’argomento) viene dislocato in posizione preverbale per acquistare rilievo e poi ripreso da un pronome, senza rispettare l’ordine normale Soggetto-Verbo-Oggetto.
Nella dislocazione a destra, invece, l’argomento è collocato alla fine ed è anticipato dal pronome: La mangi la pasta?
Mentre la dislocazione a destra è adatta esclusivamente a contesti colloquiali, la dislocazione a sinistra è assai meno soggetta a censura da parte delle grammatiche normative e la si trova sempre più spesso nelle scritture sorvegliate.

Roberto Carifi

Screenshot

a cura di Giorgio Stella

Sarò chi benedice
e non ha che la parola
abbandonata e nuda Il separato,
grano di questa casa,
figlio del muto sorvegliante
Chi benedice porte e mura
e va nel rischio del suo dono
Sarò ogni morto e ombra
dentro di me bruciando il sangue umano,
carne di luce estrema
finchè dell’essere rimanga
la fiamma inestinguibile.

Ringraziamento

Accendi il lume che conosci,
qui è la nostra tomba,
qui dove l’orto fiorisce polvere
e il vento è voce,
orma di chi devasta.
Noi siamo,
siamo nel cuore della Croce,
sotto un legno ricurvo e molle
con te che sei madre,
con voi che la fame ha dissanguato.
Qui è la nostra casa,
la porta dove attendere,
abbiamo occhi minacciati
e ringraziamo.
Accendi il lume che conosci
e cosí sia.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il mandorlo fiorito

V. Van Gogh 

«In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.» [Mt 4,1-11]

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