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Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

Siamo caduti in un inverno terribile
dove non c’è più spazio per giovinezza
e amore. Pensiamo solamente ai poveri
morti che ci guardano chiudendo gli occhi
ai fasti del Passato. Ridendo allora
contempliamo il futuro che ci esclude:
smozzicati crani di persone in maschera
beviamo alla fonte perenne di eternità
un falso elisir che ci spegne per sempre.

Jim Morrison

a cura di Giorgio Stella

VII

Donna lucertola
con i tuoi occhi d’insetto
con la tua selvaggia sorpresa.
Calda figlia del silenzio.
Veleno.
Volgi le spalle con un sussulto di gemente saggezza.
Gli occhi ciechi senza palpito
dietro mura sorgono nuove storie
e svegliano sbadigliando & piagnucolando
la bizzarra alba dei sogni.
Cani dormono distesi.
Il lupo ulula.
Una creatura sopravvive alla guerra.
Una foresta.
Un fruscio di parole spezzate, soffocante
fiume.

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

L’ombra della mia anima

L’ombra della mia anima
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra della mia anima!

Sono giunto alla linea dove ha termine
la nostalgia,
e la goccia di pianto si muta
in alabastro di spirito.

(L’ombra della mia anima!)

Il nodo del dolore
si scioglie,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un labirinto oscuro
di stelle affumicate
confonde il mio sogno
che è come illanguidito.

L’ombra della mia anima!

E un’allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo dissolversi
la parola amore.

Usignolo mio!
Usignolo! Ancora canti?

Madrid, dicembre 1919

Michele Ranchetti

 

a cura di Giorgio Stella

Di chiesa in chiesa verso la reliquia
l’itinerario è dove sei, è in te, non ha
segni apparenti: dove era
una strada e attorno vi si apriva
un accorrere, è fisso
sbarrato un presente.
Rimane un abside, un portale
figure di dannati in fughe
apocalittiche a formare
un intrico di fede
murata nelle anime credenti:
i corpi vanno al riscontro.

Vincenzo Cardarelli

 

a cura di Giorgio Stella

Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
Lin un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

Anne Sexton

a cura di Giorgio Stella

Neve

Fiocchi fiocchi beati,
spuntano dal cielo
come mosche candeggiate.
La terra non è più nuda.
La terra indossa i suoi vestiti.
Gli alberi sbucano dalle lenzuola
ed ogni ramo porta un calzino di Dio.

C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
La metto in bocca.
Qualcuno una volta disse:
non mettere in bocca se non sai
se è pane o pietra.
Tutto quello che metto in bocca è pane
che lievita, gonfio come una nuvola.

C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
Oggi Dio dà latte
ed io ho il secchio.

Antonio Porta

 

a cura di Giorgio Stella

[i piedi affondano nella terra molle]

i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate

Jirì Orten

 

C’è calore da te…

(trad. G. Giudici – V. Mikeš)

C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.

Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso ed entri nella musica.

Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
esser pronto per sempre, finito essere e avere.

Avere, avere almeno, almeno quel che è più fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser più taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.

Esser morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sì, così proprio, così pienamente e totale,
e non vedere più niente che abbia nome di foglia.

Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.

Milo De Angelis

 

a cura di Giorgio Stella

L’ago del ritorno

Tornano, vedi, ricomposte le visioni
sono la prima e la penultima, i buoni
tramonti di ogni cosa, di ogni cosa:
riposa nell’unica durata, nel battito
delle tangenziali e della mente,
nel centro del buio, un’antica rima
mescolata alla vita, un calice sparso
sul catrame e, ancora prima, il sacro
rottame di ogni cosa: perciò riposa,
ti supplico, riposa in questa quiete
di fanali, interrompi il soprassalto,
sono dolci le mezze luci dei piazzali
sono queste, guarda, sono assorte
e tu accettala, la tua unica, la tua
gentile, lentissima morte.

Bei Dao

a cura di Giorgio Stella

Paesaggio sopra zero

È il falco che insegna al canto a nuotare
è il canto che risale a quel primo vento

scambiandoci schegge di gioia
entriamo nella famiglia da diverse direzioni

è il padre che conferma l’oscurità
è l’oscurità che conduce allo splendore dei classici

la porta dei singhiozzi sbatte e si chiude
l’eco insegue il suo grido

è la penna che fiorisce nella disperazione
è il fiore che resiste al viaggio ineluttabile

è il raggio d’amore che risvegliandosi
accende il paesaggio sopra zero

*

Domani, no

Questo non è un addio
perché non ci siamo visti affatto
malgrado ombra e ombra
per strada si sovrapponessero insieme
come un evaso solitario

Domani, no
il domani non è oltre la notte
chi aspetta è il colpevole
ma le storie che accadono di notte
si lasci che nella notte finiscano

*

Sull’eternità

Sotto il chiarore prestato dalle stelle
il maratoneta attraversa la città morta

ci confidiamo con le pecore
condividiamo il buon vino
e i crimini sotto banco

la bruma è attratta nel canto della notte
il fuoco come un’enorme diceria
va incontro al vento

se la morte è una ragione dell’amore
amiamo passioni non caste
amiamo gli sconfitti
quegli occhi che scrutano il tempo

Roberto Carifi

 

a cura di Giorgio Stella

Tra questi anni

Alcuni si amano, con una manciata
di secoli davanti alla fronte
e questa cosa distrutta dalle luci
è tutto il mondo, tutto. Sentite,
scavano sempre nel medesimo punto
con una furia lenta, qualcosa
che li divora e non avranno un resto
tra questi anni che non corrono,
non ora che la dèa delle domeniche
ha già baciato ogni panchina,
e non può fare altro

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

15.

Quando svanivi, Giovanni quella casa dava sul bosco
quante domeniche correndo alla paura
stringeva l’orso, il soldatino, veniva il pianto
che gennaio conduce, debole luce che s’inginocchia
il giorno sul suo pallore… vedessi le anime dei santi
piccole fiamme costeggiavano il ponte, come svanivi
l’ombra dei tuoi capelli sul nostro viso
non c’è sorriso per l’infanzia muta, Giovanni
padre che morto ti veleggia il tempo

Konstantinos Kavafis

Tomba di Ignazio

Qui non sono Cleone di cui tanto si è parlato
in Alessandria (che è così poco impressionabile),
famoso per le mie splendide dimore e i giardini,
per i cavalli e le carrozze,
per i gioielli e le sete che indossavo.
Lungi da me: qui non sono quel Cleone;
si cancelli la memoria dei suoi ventotto anni.
Qui sono Ignazio, il diacono, molto tardi
sono tornato in me; ma pur se tardi ho vissuto dieci mesi felici
nella pace e nella certezza di Cristo.

Gottfried Benn

 

a cura di Giorgio Stella

Ritocca sulle lastre gli io
con l’abito della luce,
le immagini, i contorni
del suo giudizio della lente:
là il sopracciglio, la guancia
qui non lo scorgete, sfuggente,
costretto dietro la maschera
il solo volto?

Sono occhi che conoscono il sonno,
la fronte dagli alti pensieri,
sono labbra che hanno chiamato –
ma che cosa è compiuto?
Le immagini, i contorni
immersi nell’inchiostro della luce,
sulla lastra gli io-
tratti del nulla.

Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.

(trad. E. Pocar)

Konstantinos Kavafis

a cura di Giorgio Stella

Nella via

Il simpatico viso, un po’ pallido;
i suoi occhi castani, come pesti;
venticinque anni, ma ne dimostra venti;
un che di artistico nel vestire,
– il colore della cravatta, il taglio del colletto –
cammina senza meta nella via,
ancora come ipnotizzato dall’illecito piacere,
da quel piacere tanto illecito goduto.

Wislawa Szymborska

 

a cura di Giorgio Stella

Perché mai a tal punto singolare?
Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
Di martedì? In una casa e non nel nido?
Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
Perché di persona una volta soltanto?
E sulla terra? Con una stella accanto?
Dopo tante ere di non presenza?
Per tutti i tempi e per tutti gli ioni?
Per i vibrioni e le costellazioni?
E proprio adesso? Fino all’essenza?
Sola da me con me? Perché, mi chiedo,
non a lato né a miglia di distanza,
non ieri, né cent’anni addietro, siedo
e guardo un angolo buio della stanza –
come, rizzato il capo, sta a guardare
la cosa ringhiante che chiamano cane?

Tomas Tranströmer

 

a cura di Giorgio Stella

Tracce

Di notte, alle due: chiaro di luna. Il treno si è fermato
in mezzo alla pianura. Lontano i punti luminosi di una città,
freddamente scintillanti all’orizzonte.

Come quando un uomo è così immerso in un sogno
che mai, ritornato al suo spazio,
ricorderà di esserci stato.

E come quando qualcuno è cosí immerso in una malattia
che i suoi giorni passati divengono solo pochi punti luminosi,
uno sciame,
piccolo e freddo all’orizzonte.

Il treno è assolutamente immobile.
Alle due: forte luce lunare, poche stelle.