Convertire in poesia l’immersività della luce significa poter cantare l’origine e il mistero, scoprire nella parola i fondamenti del sacro e della storia dell’essere umano. Per Marina Petrillo esiste un luminoso buio nel quale bisogna immergersi per poter crescere nello spirito e nella verità.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?
«Filamenti di sole/sopra lo squallore grigio-nero./ Un pensiero ad altezza/d’albero s’appropria il tono/ che è della luce: ancora/vi sono melodie da cantare/al di là degli uomini» (Paul Celan). L’oltre, nella sua deriva (deriva-zione) in smarginatura, slargamento del proprio limen. L’elaborazione di tale soglia è il percorso che l’arte tenta di esperire attraverso un dialogo continuo che si intesse – in primis- di immagine e parola; aspetti onirici, trasmutazioni che trovano il proprio combusto elemento nella conoscenza intuitiva, nel sollevare il velo di ciò che – inconscio- spesso ci abita.
Un perimetro evanescente nel quale gli elementi si intersecano e, in sinergia, (si) completano. Vuoto inteso come luogo dello spirito “abitato” dallo stato di presenza, come afferma Simone Weil; zona in cui, esposti all’indicibile o insignificabile, si manifesta la meraviglia dell’istante creativo. Tale il percorso poetico, che non nullifica ma vivifica. Passaggio non implicito ma profondo, intessuto delle variabili multiple che lo compongono. Non v’è cardine, solo la costanza della percezione che attraversa l’orizzonte degli eventi; a volte è clamore; altre, silenzio. L’attuale epoca ridonda di segnali-stimolo spesso conflittuali con lo spirito. Partecipiamo a un rito collettivo senza mai viverlo integralmente. Siamo la parte esiliata: posti sul viadotto, abisso dialettico e lessicale, sfioriamo la superficie in spaesante assenza.
Sono convinta dell’importanza della complessità, del suo scettro non devoto alla conoscenza solita o all’irretimento della forma; in quella che identifico come transustanziazione linguistica, trasmutazione alchemico cabalistica della parola, Verbo in cui regnano assonanza e dissonanza in valenza ossimorica. Labirinto villiano in cui perdersi o essere adescati da semiotica difforme.
Non linea opaca, bensì riflesso di una totalità confluente nell’Uno, ove incontrare quell’indefinibile rilkiano, spazio in cui togliere simbolicamente i calzari; le antiche ombre riflesse, celebrative una ritualità albeggiante. Mandorla di luce.
Nella nota che anticipa l’incipit di indice di immortalità, opera poetica pubblicata a settembre 2023, nel citare una affermazione del filosofo Giorgio Agamben: l’Essere viene prima della parola, affermo: «l’indicibile è in quello spazio sottratto al nulla della parola che non trova espressione se non attraverso il suo opaco riflesso. La poesia tenta di abitare tale cono di ombra in luce, tracimando ciò che l’esperienza sensibile nega. Struttura alla deriva convertita in canto, suono primordiale amplificato da intuizioni che precorrono ogni pensiero».
La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?
«Egli (il poeta) è gettato fuori – fuori in quel frammezzo (Zwischen), frammezzo agli dèi e agli uomini…Poeticamente abita l’uomo su questa terra» (M. Heidegger, Hölderlin e l’essenza della poesia). Per Heidegger, Hölderlin è, esemplarmente, il poeta massimo, poiché egli ha offerto la sua parola poetica al regno del “frammezzo”. In tal dimensione, è messaggero del sacro, delle immagini che si svelano «all’aperto, tra tutto ciò che è, con le cose sotto di lui e le forze sopra di lui» (W. Brock, Introduction, in M. Heidegger, Existence and Being, Henry Regnery Co.). Tale riflessione si imbeve di visione immaginale, Pantheon in cui il pulviscolare della luce partorisce i suoi dèi archetipali; al contempo, pone l’accento sull’aspetto noetico, il Sé profondo, centrale nella via sapienziale e iniziatica dell’antica Grecia (da te citata, caro Luca), in primis pitagorica. Il nous diviene “occhio” attraverso il quale è possibile «la contemplazione delle realtà che veramente sono»: iniziazione, educazione (paideia) quale sorgiva via catartica dell’anima, «occhio divino in direzione dell’Intuibile» (Iambl., Vit. Pyth. XXXII 228=fr.82).
Convertire in linguaggio poetico visivo l’immersività della luce, svelerebbe -forse- una lingua sorgiva antesignana e, al contempo, postuma ai tempi, eternizzata. Se lo sguardo permane oltre la direttrice della luce, assiepa in cellule fotorecettive immagini plurime. Il distacco dalla fonte primaria articola fotoni in diramazione elicitaria: la visione si irradia in sguardo pineale. Discernere, lievi, i passaggi, ambisce all’origine; punto che trasla linee e forme, vividi segni a scroscio poliedrico, cui la ragione abdica in raggio assuefativo all’imago. In egual misura, il processo creante la lingua poetica, si nutre di ogni stilla attinta dalla totalità: ibrida, contemplativa, trasmutante, sostiene la propria ombra nel riflesso sillabico, fotosintesi del linguaggio. Ritorno -alfine- in battito ciliare, psicostasia micheliana. L’armonia vive, si autogenera, ancor più in tempi opachi, celebrazione degli sponsali riti cui, nella perennità del loro moto, tornano a pura conoscenza le anime creaturali. Si dissolvono le buie tenebre; a sigillo svetta l’iridato arcobaleno, patto che si divina tra i mondi, arcana stella del cui brillare ogni firmamento diviene inesprimibile presagio. Suadenza che permane, vibrato dell’Essere in meridiana; luccichio posto a eremitaggio di un Eden assurto a suo onore. La bianca polvere dei passi distoglie dal primario inciampo. Così volge a oriente il sole, prima che vi sia lampo di notturno cielo.
Cos’è per te la luce?
Da bambina, abitavo un mondo che non si è smarrito. La stanza di mia madre era lo spazio gestatorio cui indirizzavo la mia esplorazione; incunabolo, “pietra febbricitante” del sogno. Di fronte allo specchio, seduta su una poltroncina a lato del letto, in un punto preciso, crocevia di un gioco rifratto che rimandava, molteplice, l’immagine, mi interrogavo sul suo moltiplicarsi, chiedendo chi e dove fossi e quale delle immagini mi appartenesse realmente. L’Eterno mi pervadeva, nella coscienza antica che l’incarnazione concede in flebile memoria ai piccoli. Vivevo nel mio “mundus imaginalis”, in solitudine; percepivo, impalpabile, una ferita. Coltivavo l’ambizione di una visione integrale delle cose, da prospettive differenti, simile a quelle perpetuate dagli specchi. Ipotizzavo che, se fossi salita in alto, (l’armadio materno) avrei ricevuto lo sguardo adulto, impresso dalla loro pupilla agli eventi: atto psicomagico infantile. Epifania luminosa incarnata dall’armadio “celeste”. Fu quella la soglia varcata, iniziazione resa al gioco delle arti visive, dominio in autosorvolo, torre generativa posta in verticale. Rifugio e maestria a cui siamo chiamati. «Dei miei perduti passi /non trae memoria /la bambina che toccò /del primo fiore /la corolla. Chi fui /nell’assente dormiveglia /mentre oltre il sogno /vagava la piccola anima /ridesta. Nel giorno di scuola /agli altri affine /sconosciuta /sillabavo il nome. Portata a braccia /nella gloria del quotidiano /svogliata /traevo a stento pena. Poiché l’Eterno /mi pervadeva /ad eco di sé/e per errore /inciampava la pronunzia /nell’amore di mia madre /come fossi molecola di luce/mai venuta al mondo.» (da: materia redenta)
Il fulgore va reso tale dalla costanza che contraddistingue la ricerca. Il cammino evolutivo umano crea “salvazioni” a cui offriamo un nome. Il tempo sottrae i suoi addendi se lo spirito denega la materia: siamo il respiro del primo universo, condividiamo il DNA con le palme e Il sommo bene inonda il cuore e sempre percorre la sua via, esule nella patria degli uomini ma non in quella dello Spirito. Immersione simbolica nelle sacre acque se, l’Arcangelo, acquisirà Suo, il passo. Dimorare in solchi immaginali, traverse vie cui confidare l’eco della propria sparizione. Inseminazione dell’eterno in “codice ”.
La frammentazione dell’essere – confluente nell’Uno- intesa come summa del poliedrico prisma che abitiamo. L’eteronimia pessoana riflette l’essenza di noi tutti, animati da mondi sfumanti in altri mondi interiori, specchio del molteplice. Esiste l’opera degli pneumatofori, coloro i quali illuminano le possibilità umane attraverso lo spirito. La poesia e la mistica congiungono i poli, sì che la noche oscura di Giovanni della Croce, svetta oltre il definibile, nella sua “radicale trascendenza” e l’Anima si fa sinfoniale, come in Ildegard Von Bingen. Un lieve giorno torni a dorare le gemmate nostre intenzioni in passi, gesti, desiderio per la vita. Infinite grazie, Luca.
La parola ai versi
Per trama antesignana all’ordito
il cosmo non agita alcun gesto
Silenzioso assioma balbettato
da eventi insidiosi eppur perfetti
Il tacito rullio del pensiero intercetta
la spiraliforme eclissi della parola
Vuoto ponderato ad azione
Attrito postumo all’impatto
quando non v’è stupore nella visione
ma opposta sintesi in idea.
Fossimo nella vibrante Rete Universale
non avremmo che misterioso Codice supremo.
Al battere continuo alla porta dell’assoluto
risponde, in segnale, l’indice di immortalità.
*
Tutti i mondi si completano a vicenda.
Il raggio divino scende nelle coscienze a illuminare
le vette dello Spirito.
Siamo nell’assente dormiveglia
sino a quando, toccati dalla tragedia,
non cediamo campo all’indicibile
Lì ogni cosa tace e dal vuoto nasce
la costola dell’Assoluto Presente.
Inquietudine volge a paradosso
ogni gesto torna a lenta consapevolezza.
Si può morire nell’istante
Si muore all’istante agognato poiché inesistente
In nullità si procede, buio nel buio
per giungere all’assoluto.
*
La rosa che fiorisce incontro al nulla
Die Niemandsrose
Genesi incurabile di fiori morenti
Ginestra senza nome essiccata al tributo
degli Dei inferi
Lava giacente su pendici detenebrate
dall’accecante vortice di luce suprema
scavata a margine del rosso carminio
rivivente in feste patronali
Croci simmetriche generate a dottrina
Tralasciate in sere odorose di ghirlande
Fascino suadente dell’indocile declino
Sibilato in lodi, del fruscio afone.
Si imprime come creante, il verso
Duella con i proseliti di altre teologie
Distanzia i vertici in triade sovrana
al monito
Interdizione in sottile sibilo
Ferale al sommesso candore
della prima argilla creante l’essere animato
destituito tale, dall’incauto passaggio
ad altro status.
(poesie tratte da: indice di immortalità)
Marina Petrillo, poeta e ricercatrice spirituale, giovanissima entra in contatto con il mondo letterario, pubblicando, nel 1986, la sua opera prima, Il Normale astratto (Edizioni del Leone). Ad integrazione della formazione letteraria, seguiranno studi volti all’approfondimento di nuove discipline e vie di sperimentazione artistica. Interessata all’aspetto trascendente della realtà, si dedica allo studio di dottrine quali la Cabala e all’ermeneutica di testi sacri e filosofici di varie culture. È anche pittrice. Dalla collaborazione con l’artista reggiano Marino Iotti, nasce nel 2016 Tabula Animica, percorso artistico poetico premiato nell’ambito dell’Art Festival di Spoleto nel 2017. Nel 2019 pubblica per Progetto Cultura, materia redenta, prefazione di Giorgio Linguaglossa. Poesie e letture critiche compaiono su riviste letterarie, antologie, lit blogs. Nel settembre 2023 è stata edita l’opera poetica indice di immortalità -Edizioni Prometheus- con saggio introduttivo del Professore di Estetica Francesco Solitario, vincitrice del “Premio Internazionale Centro Giovani e Poesia – Triuggio”, opera segnalata al Premio Lorenzo Montano 2024.


L’intervista a Marina Petrillo di Luca Benassi parte da una domanda antica: la poesia può ancora donare luce? E la risposta è un paradosso, perché la luce di cui parla Marina è un “luminoso buio” in cui bisogna immergersi per crescere nello spirito. Non cerca l’illuminazione facile ma la soglia, il limen, la mandorla di luce, quel cono d’ombra in luce che la poesia è chiamata ad abitare. Il suo discorso intreccia filosofia e mistica, da Celan a Heidegger, da Simone Weil a Dante, fino a Giovanni della Croce e Ildegarda, per dire che il poeta è messaggero del frammezzo tra dèi e uomini e che la parola deve farsi transustanziazione linguistica, alchimia di assonanza e dissonanza ossimorica. La chiave è nella parte biografica: la stanza della madre, lo specchio, l’armadio “celeste” da cui bambina cercava una visione integrale delle cose, e da lì nasce l’ambizione a uno sguardo adulto, a una poesia che è psicostasia, battito ciliare, fotosintesi del linguaggio. In un’epoca ridondante di segnali-stimolo Marina Petrillo rivendica la complessità e il vuoto abitato come resistenza, perché la poesia non deve abbellire la vita ma vivificarla, ricordare che siamo il respiro del primo universo e condividiamo il DNA con le palme. Si definisce “molecola di luce mai venuta al mondo”, errore d’amore chiamato a cantare al di là degli uomini, e questo riassume tutto il suo manifesto: un compito alto e scomodo per la poesia, essere luogo del sacro laico e scuola di sguardo, anche a costo di chiedere al lettore lo stesso sforzo di immersione che richiede quel luminoso buio da cui si comincia.
Complimenti al bravissimo critico-intervistatore, Luca Benassi, e alla straordinaria poetessa Marina Petrillo.
Francesco De Girolamo
Ti ringrazio, Francesco, per l’entusiasmo vibrante delle tue parole, l’affettuosa disamina del “fare poetico” che, aspiro a rendere in traslucida visione , come la nostra essenza, umana e divina al contempo. L’ospitalità nella Rubrica curata da Luca Benassi mi ha consentito un ampio respiro su temi profondamenti connessi al mio essere. Grata di tale opportunità , saluto caramente Fabrizio Centofanti e Luca Benassi per il sensibile ascolto.
“Non cercare sulle mie labbra la tua bocca
non alla porta lo straniero
non nell’ occhio la lacrima.
Sette cuori più in alto vola il rosso incontro al rosso
sette notti più in fondo bussa la mano alla porta
sette rose più tardi mormora la fontana.
In “Kristal ” Paul Celan, come tutti i poeti mistici, denuncia e rivela l’eteronomia ontologica fra parola ed essere , da cui la strutturale , intrascendibile aporia in cui cade il pensiero convenzionale quando approda ai cieli della metafisica. Come un uccello che volesse volare nel vuoto, precipita, come dimostrò definitivamente Kant.
La trasfigurazione poetica, di cui è uno splendido esempio la poesia di Marina Petrillo, è la sola via d’uscita alla deriva nichilista in cui l’ellenizzazione della rivolta etica ed escatologica di Gesù, con il Logos che si fa carne, fino a diventare con Cartesio il centro originario dell’essere, finisce in inevitabili e insolubili contraddizioni e mistificazioni.
“Di ciò di cui non si sa nulla bisogna tacere
( Wittgenstein) , ma l’immagine poetica e l’emozione che ne promana, hanno un valore noetico ben superiore alla speculazione razionale , una luce ,teofania e nostalgia che sola può rifondare il Sacro, la sua soteriologia, il suo splendore, il suo potere unificante e pacificante.
Sapiente e colmo di affetto il tuo commento, Carlo, di cui profondamente ti ringrazio. Mi onora l’attenzione che sempre poni – riflessione altissima – ai miei versi. Al silenzio di ciò che non si conosce, lasciamo il riflesso delle nostre parole, spazio sacro generativo di altra lingua.
Con affetto,
Marina
Cara Marina
la Luce nella Stanza, mi piace; perché mi fa riflettere: mi viene in mente il tuo modello di scrittura: esso nasce dalla tua “stanza”. E dalla Luce che nasce dalla tua esperienza, è un’esperienza. Che illumina la tua coscienza e le Vette dello spirito, come scrivi. Esse non stanno né in basso o in alto, né in salita né in discesa, né immanenti, né trascendenti, tutto dipende dai diversi istanti dell’esistenza, che muovendosi nel cosmo, determinano nel buio luminoso il tuo comportamento e la tua etica. La Luce guida il tuo agire per renderti tu stessa migliore, e tu sei un testimone di Essa, attraverso la Poesia, che sta accanto al Sacro della coscienza e delle Vette dello Spirito, con cui ti esprimi in Materia Redenta e in Indice di Immortalità. Una Poesia in cui la Parola è transunstanziazione, in cui l’anima trasforma il suo respiro, divenendo esperienza pienamente. E viaggiando nell’Universo in compagnia dei testi più antichi fino a quelli contemporanei, con cui comprendi Luce e saggezza.
Francesco, lieve e candida la tua vicinanza, umana e poetica. Possa l’ineffabile essere colto in percezione sottile e manifestare la sua splendente ombra.