Su “La ragazza dei macelli” di Marina Massenz

Su La ragazza dei macelli di Marina Massenz
di Giorgio Morale

Con la sua nuova raccolta poetica Marina Massenz ci dà una figura, quella de La ragazza dei macelli che dà il titolo al volume, che, con termine desunto da Harold Fish (Un futuro ricordato: saggio sulla mitologia letteraria, 1988), possiamo definire un archetipo storico, una figura in cui si può riassumere l’esperienza di quella che Miguel Gotor nel saggio omonimo ha chiamato “Generazione Settanta”.

L’archetipo della “ragazza dei macelli” si caratterizza per una dissonanza con il sistema sociale che l’ossimoro del titolo ben esprime e che viene enunciata in una delle prime poesie della raccolta: la ragazza è “Rincorsa dal ritornello – / Tu fai sempre macelli! –” che diventa un suo segno di riconoscimento. La definizione di combinaguai rincorre la ragazza e le rimane appiccicata addosso. La ragazza diventa così un caso in cui si accentua la distanza fra aspirazione all’armonia e la brutalità circostante, fra desiderio di autenticità e formalità e ipocrisie (falsi amori, finte casacche). Infatti le intenzioni della ragazza sono naturalmente buone, ma, pur mantenendo sempre essa una capacità di reazione e di resilienza, la mancanza di corrispondenza fra mondo interiore e mondo esteriore la obbliga a percorrere una parabola che va da una vitalità e un idealismo estremi alla sconfitta e alla delusione nel momento in cui cerca di tradurli in azione o in pratica politica trasformativa.

Dal suo primo apparire la ragazza ha un suo mondo immaginario che non trova riscontro nella quotidianità: le “piacevano gli amori / ma non trovava mai quello / della fata confetto della danza / araba ondeggiante delle spade…” (La ragazza dei macelli). Allora la ragazza matura astuzie e strategie di sopravvivenza: porta “sempre con sé / il suo bastone trasformista”, un oggetto che a volte si identifica con l’immaginazione che la protegge “in attesa di chiarimenti di vista” e “può a volte farsi fucile randello bastonatore spazza nemici e mietitore di ostili ceffi sgherri o saracini” (La Malanotte). A furia di ferite e battiture, la ragazza impara a farsi accorta e a munirsi di dispositivi difensivi usando la complessità della sua natura per reagire secondo necessità con la violenza o con la diplomazia: “nasconde un piccolo / pugnale e un sonaglio ballerino / nei differenti casi d’offesa / o d’intesa pronta”. Altre volte trova un posto che le possa fornire un rifugio, “il bosco / dei banditi, di quelli già cacciati già / prima espulsi, infrattati” (Bosco bandito), oppure la grotta in cui “si accartoccia in forma raccolta di animale” (Di tuoni che minacciano). Ma la separazione dalla vita sociale non è un abbandono o una fuga definitiva, piuttosto è un momento di raccolta di energie “per successivo / espandersi nel respiro grande del / mondo e con ardore filare / e tessere e gridare” (La ragazza ha teso un sipario).

Alcune tappe di questo romanzo di formazione emanano la vitalità insopprimibile della ragazza perennemente in divenire. La ragazza affronta la vita con “intensità accanita niente sottrazione alla vita” (La ragazza col bastone in spalla); per lei vivere è un perenne “inventare”, coltivando visioni da fiaba come tornei e rodei e valzer blu e alimentando il desiderio di autenticità che la porta al rifiuto della necessità, al rigetto di vociare e chiacchierare e all’amore della libertà in una alternanza di cadute e voli. Talvolta un episodio viene rivissuto e reso al tempo presente con un flusso di coscienza che più che i brani di James Joyce e Virginia Wolf ricorda i ritmi del Jazz, per rendere linguisticamente “l’ardore raro / e inebriante, l’andare” come nella poesia in prosa Del giocare: “saltiamo sul materassone one one e cantiamo la canzone dello scimmione e facciamo tutte le mosse e i gesti le smorfie e i versi”.

Con La ragazza dei macelli Marina Massenz ci dà un ritratto non edulcorato di una figura femminile che ha la complessità e la mutevolezza della vita vera. Al bivio fra valori materialisti proposti dalla società contemporanea e valori magari più scomodi ma che rispettino la sua natura (“Da un lato il grattacielo da scalare / con ramponi e chiodi / dall’altra la via dei sassi”: La via dei sassi), la ragazza è capace di scegliere cause giuste come la salute della terra (La sfera blu) e “tentare ancora / la presa della Bastiglia” (Rotte le righe), la solidarietà a Gaza di cui non riesce a vedere che un futuro fatto di “riflessi di fuoco, / rumori assordanti crolli e strilli e le ciabatte / lasciate per via nella corsa / e la bambola e i veli e i silenzi” (Per Gaza) e la difesa della “differenza di genere” (Nella roggia).

L’intensità e la mobilità di questo personaggio, nel quale si possono riconoscere esperienze e valori dell’autrice, come la militanza politica e il femminismo, richiedono un linguaggio ugualmente intenso e mobile. Poesie in versi e poesie in prosa si alternano con lo stesso ritmo battente che esprime un dettato coinvolgente e ispirato. Una tendenza all’espressionismo trova piena motivazione nell’atteggiamento ironico verso i tic quotidiani e gli automatismi di relazioni stereotipate, verso una comunicazione ridotta a “un cicaleccio / nervoso, elettrico con qualche scintilla / che a tratti illumina un sapere / illusorio, una fugace intuizione, una scoperta / che frana nel nulla” (Dialogo tra neuroni e sinapsi), e verso i campioni di un machismo da operetta che esibiscono “i pantaloni di pelle stretti sui fianchi / magri, le borchie sul chiodo” (Concerto). Favorisce inoltre l’espressione di una consapevolezza autoironica e permette una distanza non del vissuto ma dello sguardo. Contribuisce a ciò, a volte, l’uso di un linguaggio tecnico, talvolta scientifico, che esprime in termini di neuroscienze moti dell’animo come una difficile elaborazione del lutto e momenti di nostalgia resi più intensi dal tono trattenuto di una tendenza antilirica.

La ragazza dei macelli è una figura così complessa e viva che riesce a contenere nel suo personaggio un’ampia gamma di esperienze e di vissuti, senza che nulla sembri esserle estraneo. Pur essendo, questo, uno dei libri più personali di Marina Massenz, è quello che più esprime il sentire di una generazione che, anche nel fallimento, non abbandona i sogni e le idiosincrasie della giovinezza, anche quando

Di speranza si vedono solo a tratti
esili fili lucenti tesi e umidi
di rugiada che scorrono, si infilano,
si tendono, cercando così di intrecciarsi,
come mani per creare un tessuto
che regga e in qualche modo sospenda
un pensiero felice per entrare

nel reale con spinta e costrutto
sul da farsi e attuarlo; ma più spesso
si interrompono, non sanno
trattenersi le mani, darsi forza
non finiscono
la rete, non hanno tenuta.
Non come il grappolo che solido

unisce raspo, acino, peduncolo,
viticcio, ognuno con speciale funzione
fino a un insieme compatto,
resistente, vario, con acini
diversi. Per questa rete, invece, solo voglia
di non sfilacciarsi, ma appena varcata
la soglia del concreto, tra essere

e disperdersi, come gatti,
chi di qua, chi di là. (Grappoli di speranza)

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