“Fondovalle” di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Fondovalle (Casa Editrice Carabba, collana “Corsara”, 2026)

L’ultimo lavoro di Marino Magliani dal titolo decisamente evocativo, Fondovalle, enfatizzato in copertina dal bellissimo acquerello di Lino Pastorelli, dice, ad una attenta lettura, molto più di quanto le poche pagine (96) possano farci immaginare. Si tratta, infatti, di un consuntivo della vita di un uomo e di un artista, spesso cresciuti insieme, com’è naturale che sia e talvolta separati e protesi a inseguire, lungo percorsi diversi, obiettivi differenti. Va premesso che il Fondovalle, cui ci si riferisce, è geograficamente identificabile nella Val Prino dove Marino Magliani è nato nel 1960 e dove ha trascorso la sua adolescenza, maturando un senso di colpa per la propria inadeguatezza a soddisfare le aspettative dei genitori. Ne consegue che il Fondovalle non è soltanto la vallata nell’entroterra d’Imperia, chiusa a settentrione da una spalliera di monti scoscesi, attraversata dal fiume Prino e punteggiata di case, uliveti e frantoi ma è anche il substrato della sua coscienza dove Magliani matura esperienze e consapevolezze che poi trasmette, in qualità di artista, ai suoi personaggi che gliele restituiscono filtrate e arricchite dalla vita autonoma che assumono nella sua narrativa. Avrebbe dovuto seguire le orme del padre e farsi contadino, olivicoltore ma le vertigini di cui soffriva gli impedivano di bacchiare o di potare i rami e dovette desistere, allora il padre gli propose di pitturare i cancelli, ma il giovane Marino si mostrò allergico alla vernice, né andò meglio come mozzo sul traghetto per la Corsica, perché soffriva di mal di mare. Un fallimento dopo l’altro e anche con le ragazze sembrava non cavarsela abbastanza bene nelle scorribande notturne nei locali della costa in compagnia di un amico, entrambi impomatati e profumati. Nel frattempo, in seguito a un incontro immaginario con lo scrittore della frontiera, in cui non è difficile individuare Francesco Biamonti, che Magliani aveva già omaggiato nei suoi precedenti romanzi e soprattutto in Quattro giorni per non morire, aveva iniziato a scrivere un’autobiografia alquanto romanzata di cui inserisce alcuni lacerti in Fondovalle. Interessante e originale quest’idea di inserire un racconto nel racconto nel quale l’autore si specchia e ne prende le distanze, fino ad abbandonarlo completamente. Questa incapacità di fare, che rischia di diventare incapacità di essere, genera nausea, quella che nel dialetto ligure si chiama “anguscia” e “l’anguscia” lo spinge a evadere da quella realtà asfittica, a un vagabondaggio in un continuo spostamento di confini, orizzonti e prospettive. Questa condizione erratica, che lo induce a definirsi un disertore, nel tentativo di oltrepassare la linea d’ombra delle convenzioni, degli oneri e delle responsabilità, alla ricerca di una libertà di vita fatta di scelte consapevoli e autonome, lo porta in giro per il mondo dalla Costa Brava all’Argentina, fino all’Olanda, dove “pianta le tende” e dove, come sappiamo, comincia a scrivere sistematicamente.  A IJmuiden, un villaggio di pescatori dal paesaggio orizzontale così diverso da quello verticale della sua Liguria, fissa la sua officina letteraria, quasi avesse bisogno di un filtro, di una distanza materiale e memoriale. Frequenti sono, però, i ritorni nella sua vallata a Prelà, perché, come dice Pavese, autore molto amato da Marino Magliani, “un paese ci vuole, se non altro per il gusto di andarsene. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” A queste due “presenze” letterarie, mai citate esplicitamente, si aggiunge quella di Giuseppe Conte, descritto in maniera ieratica e sapienziale in cerca di miti di cui materiare la sua narrativa. L’incontro con lo scrittore d’Imperia avviene nel Supermercato delle parole, ubicato sull’argine destro del fiume Impero, brulicante di attività e frequentazioni. Qui si reca il protagonista di Fondovalle in cerca di lavoro e viene assunto come stagista; conosce una dipendente di bella presenza che si offre di accompagnarlo a casa alla fine della giornata di lavoro e nella quale il giovane intravede una sorta di rivalsa agli occhi dei paesani per i tanti fallimenti precedenti ma…

La narrativa di Magliani, non diversamente da quella di Pavese, non obbedisce alla regola dinamica della variazione ma a quella statica della ripetizione e ciò gli è stato rimproverato da qualche critico frettoloso o ingenuo. Senza scomodare autorevoli pittori come Monet che ha dedicato trenta dipinti alla cattedrale di Rouen o Cézanne che tra dipinti a olio e acquarelli ha rappresentato la montagna Sainte-Victoire più di ottanta volte, cogliendone sfumature, chiaroscuri ed emozioni differenti, va detto che molti romanzieri scrivono sempre lo stesso romanzo. In Magliani queste ripetizioni di parole connotano il ritmo e lo stile e servono non per presentare un’immagine naturalistica della realtà ma per operare una sua trasposizione simbolica. Il linguaggio è ricercato senza essere pretenzioso, modulato sulle rocce della Liguria e punteggiato da qualche prestito dialettale o da qualche scoperta metaforica. Valga come esempio il brano che segue:

 “Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e di terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondo valle.”

Un libretto, questo di Magliani, godibile e rivelatore che ci aiuta a conoscere l’autore, il suo territorio, reale e immaginario, quello, cioè, delle sue scorribande sentimentali e i rapporti tra vita e scrittura.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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