Archivi autore: giovanniag

Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

Due poesie di Serena Cianti

Dalla silloge Denudata

La rosa

Calpestai a piedi nudi
petali di rosa
sensazione di velluto tra le dita
il suo profumo
esalò
dalla ferita
avvolgendomi smarrita.

Inaridita

Inaridita
in una terra incoltivata
come un germoglio assetato
prego la rugiada
non sono che un fiore
donato in seme
al deserto del Sahara.

Continua a leggere

Versi inediti di Saverio Bafaro

di Saverio Bafaro

Rosa bianca

Educheremo la tua piccola orchidea
a diventare nel mistero pertugio
feritoia di rispetto e gentilezza:
nostalgia floreale mai davvero arresa.
E un giorno scoprirai la sensazione
di restare d’un tratto gravida e innescata
come scintilla tra pietre ha fatto nascere
il Grande Fuoco da domare e tenere vivo.
È uno spettacolo…
Sano come un pesce, figlio di una dinastia
tornata in vita per amor di completezza e
desiderio di disegno del suo arco variopinto
nei nostri plurimi destini, innesto, sarò per te
come di nuovo del tutto illibato, rosa bianca

Continua a leggere

“Fondovalle” di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Fondovalle (Casa Editrice Carabba, collana “Corsara”, 2026)

L’ultimo lavoro di Marino Magliani dal titolo decisamente evocativo, Fondovalle, enfatizzato in copertina dal bellissimo acquerello di Lino Pastorelli, dice, ad una attenta lettura, molto più di quanto le poche pagine (96) possano farci immaginare. Si tratta, infatti, di un consuntivo della vita di un uomo e di un artista, spesso cresciuti insieme, com’è naturale che sia e talvolta separati e protesi a inseguire, lungo percorsi diversi, obiettivi differenti. Va premesso che il Fondovalle, cui ci si riferisce, è geograficamente identificabile nella Val Prino dove Marino Magliani è nato nel 1960 e dove ha trascorso la sua adolescenza, maturando un senso di colpa per la propria inadeguatezza a soddisfare le aspettative dei genitori. Ne consegue che il Fondovalle non è soltanto la vallata nell’entroterra d’Imperia, chiusa a settentrione da una spalliera di monti scoscesi, attraversata dal fiume Prino e punteggiata di case, uliveti e frantoi ma è anche il substrato della sua coscienza dove Magliani matura esperienze e consapevolezze che poi trasmette, in qualità di artista, ai suoi personaggi che gliele restituiscono filtrate e arricchite dalla vita autonoma che assumono nella sua narrativa. Continua a leggere

“Di padri (e madri) in figli” – Tanti libri in un un’unica riflessione

Di padri (e madri) in figli

di Giovanni Agnoloni

Mi trovo in un momento incredibilmente pieno di lavoro, tra scrittura e traduzioni, per cui sono molto indietro con le recensioni, ma sul finire di maggio sono riuscito a trovare uno scampolo di tempo per una riflessione che abbraccia diversi libri. Il tema che li attraversa tutti è quello dei padri (ma anche delle madri), da intendersi in senso ampio come le fonti, le origini, i riferimenti. Un argomento che mi tocca nel personale, non solo perché è al centro del mio nuovo romanzo La prossima notte, ma perché ho “lavorato” per anni su questi due poli psichici, energetici e spirituali in sede terapeutica e meditativa. Per di più, l’attività di traduzione letteraria e lo studio della chitarra classica mi portano sempre a dover cercare la vibrazione precisa, la miglior timbrica, il percorso espressivo che poi si fa “storia” e che, da un’idea originaria, conduce a un esito (dal quale poi si potrà risalire alla sorgente).

Tra i libri che hanno accompagnato i recenti sviluppi di questo mio percorso, alcuni sono stati particolarmente efficaci. Comincio da uno che la parola padri ce l’ha nel titolo: I padri si saltano di Stefano Zangrando (Arkadia Editore, 2025), romanzo su una ricerca commissionata al protagonista – un insegnante trentino di nome Diego Verun – da un ex DJ, attualmente residente su un’imbarcazione nel porto di Cagliari, che si fa chiamare “Magra Sorte”, ma il cui vero nome è Eritreo Scheinwindl. Quest’ultimo, essendo affetto da una non meglio precisata malattia autoimmune che lo sta facendo “svanire”, lo incarica di scrivere la sua autobiografia, e lo fa contattandolo online durante i mesi del lockdown pandemico, che Diego vive (male) insieme alla sua famiglia, venata da tensioni interne. La vicenda di Magra Sorte s’intreccia con molteplici strati di ricordi legati alle generazioni dei nonni e dei bisnonni – tra l’altro, lui ha ereditato gli occhi a mandorla da un soldato kirghizo dell’esercito austro-ungarico che aveva avuto un’avventura con la sua bisnonna durante la prima guerra mondiale, tratto genetico che ha saltato la generazione di suo padre (da qui il titolo) –. Vengono così rivelandosi (in un dialogo tra passato e presente, nel quale si proiettano anche episodi della relativamente recente residenza di Diego a Berlino, dove si era già imbattuto in Eritreo) grovigli di vicissitudini legate al tempo di quella lontana guerra, ma anche a tentativi di costruzione di fortunate attività commerciali e a più o meno “irrituali” relazioni sentimental-erotiche. Quello che più mi ha toccato di questo libro, però, è la nitida ricercatezza dello stile, capace di restituire con trasparenza molteplici luoghi; di modo che questo percorso a ritroso nel tempo, che si associa allo smarrimento di un improvvisato investigatore della memoria, finisce per spalmarsi idealmente su tutta la cartina d’Italia e d’Europa, alludendo forse al fatto che ricercare il filo di un discorso personale implica necessariamente il viaggiare, lo spostarsi. Che poi è un altro modo per dire che l’uscire dal sé a cui siamo abituati (e dunque l’affrontare il rischio dell’assenza, cioè il modo in cui spesso percepiamo lo svuotamento dell’ego) è l’unico modo per accedere al vero Sé, dunque alla dimensione della vera presenza.

Continua a leggere

“Apokatástasis” di Barbara Dall’Idro

Recensione di Francesco Improta

Apokatástasis di Barbara Dall’Idro

“Nulla die sine poesia”

Come si legge nella quarta di copertina, Barbara Dall’Idro è poetessa, filosofa e antropologa e vive tra l’Emilia, i Castelli romani e il Salento, di cui stando al cognome dovrebbe essere originaria. Del resto, Ydrentòs, la sua seconda silloge poetica dopo Il Mantello di Urano, è l’antico nome greco di Otranto, località particolarmente cara alla Dall’Idro. Ha anche pubblicato, per la gioia dei suoi tanti estimatori, sul proprio sito barbaradallidro.it Oltre il Caos Hemera, breve silloge gratuita.  Certo queste poche notizie bio-bibliografiche non hanno la pretesa  di rivelare la sua ricca personalità né, a maggior ragione, la qualità della sua produzione poetica ma ci offrono almeno qualche chiave di lettura: l’amore per la cultura e la mitologia greca, l’attaccamento alla terra magica del Salento e la presenza assidua di Nietzsche con i due principi fondamentali su cui si basa la sua filosofia, l’apollineo, che rappresenta ordine, armonia e razionalità  e il dionisiaco, che indica caos, istinto ed ebbrezza. Del resto, già nella silloge pubblicata online c’è un riferimento al caos come buio a cui si contrappone la luce del giorno (Hemera), in un tripudio di luci e di colori. E sulla stessa linea è questo splendido libriccino dal titolo altrettanto significativo, Apokatástasis ossia ritorno allo stato originario, reintegrazione, ma più in senso stoico che escatologico: più Zenone che Origene. Non credo che si possa parlare di una silloge poetica tradizionale ma di un lungo e raffinato monologo interiore, alla maniera di Mrs Bloom e la mancanza di punteggiatura e di maiuscole favorisce il fluire ininterrotto delle idee, delle emozioni e delle immagini. Ci si rovista dentro con l’intento di liberarsi di scorie, fobie, timori e opacità per restaurare, come suggerisce il titolo, uno stato originale, primigenio e, quindi, tornare a nascere. Un incessante cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio che prepari e legittimi una palingenesi. E in questo viaggio a ritroso, di nietzschiana memoria – a un certo punto viene citata La Gaia Scienza – vengono ripresi e sottoposti al vaglio miti, filosofi, dottrine e semplici sensazioni. Forse, rispetto ai lavori precedenti, c’è minore omogeneità ma più razionalità, per il bisogno – credo – di filtrare cultura e natura, percezioni e meditazioni. Affiora, ogni tanto, quella sua prorompente sensualità che fa di lei un fiore di carne, intriso di salsedine e di sole, esposto alle carezze del  vento. Bellissimo l’incipit, tutto giocato su un ordito di sinestesie, antitesi e paronomasie, dove viene anticipato l’obiettivo di questo viaggio che è in procinto di intraprendere. Così versi di struggente bellezza sono i seguenti:

“l’incanto freme sotto l’acacia
patisco l’assenza del silenzio della terra
dove il profumo del fico selvatico si eleva
oltre le felci nel sacro urto con il lamento del vento
ho memoria della selva che si imbatte nel cerulo
sull’ara remota di un incessante sacrificio”

Continua a leggere

“Groundwork”, di Randi Ward

Testo introduttivo e traduzione delle poesie di Giovanni Agnoloni

Randi Ward (foto da https://randiward.com/)

Randi Ward è una poetessa, traduttrice letteraria, paroliera e fotografa del West Virginia, negli Stati Uniti. Ha conseguito un Master in Studi Culturali presso l’Università delle Isole Fær Øer e ha vinto per due volte il “Nadia Christensen Prize” dell’American-Scandinavian Foundation. Le sue opere sono apparse su AsymptoteWords Without BordersWorld Literature Today e su molte altre pubblicazioni, e sono state trasmesse anche su Folk Radio UK, NPR e PBS Newshour. Ha ottenuto l’“Appalachian Photography Award” della Shepherd University, e la Biblioteca della Cornell University nel 2015 ha inserito una raccolta di suoi lavori nel proprio Dipartimento di Libri rari e Manoscritti.

Di lei ricordo in particolare la silloge poetica Whipstitches, oltre alla traduzione americana della raccolta di versi del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene, da cui ho tradotto la stessa silloge in italiano per I Libri di Mompracem.

Oggi vi propongo una selezione di versi di Randi Ward tratti dalla sua opera poetica e fotografica Groundwork, che è stata oggetto di una mostra in West Virginia, dove lei vive. Il concetto di fondo è dare voce agli esseri viventi e agli elementi del paesaggio naturale della sua regione, nella quale dopo la seconda guerra mondiale le attività industriali ed estrattive hanno determinato un selvaggio inquinamento dalle conseguenze persistenti, oltre a vari episodi di inondazione e incendio (si veda il film Cattive acque di Todd Haynes).

Il risultato è una poesia in cui la voce degli animali, delle piante e perfino delle montagne e degli oggetti diventa un tutt’uno con quella degli esseri umani che li pensano, a evidenziare il filo circolare che ci lega alla Natura, e che solo la nostra presuntuosa ignoranza può pretendere di vedere separate in nome del profitto.

Continua a leggere

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere

Liliana Nobile, “Angoli remoti”

Recensione di Roberto Russano

Liliana Nobile, Angoli remoti (Perugia, Bertoni Editore, Collana “Poesia Mundi” diretta da Simona Volpe, 2025)

Liliana Nobile affida ai suoi versi, che danno vita alla raccolta intitolata Angoli remoti, un pathos esistenziale frutto di una formazione filosofica e di una sensibilità contemporanea: la coscienza che «la vita ha tempo e consuma» (Fine di un sogno) e non è mai pura constatazione, ma impulso a interrogare la fragilità del vivere. Qui il dialogo con autori come Hölderlin e Trakl, amati dall’autrice, emerge come sottofondo nella tensione fra lacerazione e ricerca di un varco di senso.

In questa raccolta, allora, gli angoli remoti non sono soltanto geografici, ma interiori: zone d’ombra e di luce in cui la poesia si fa esercizio di memoria, ascolto di presagi, apertura verso l’altro. È questa la cifra più autentica della poetica di Liliana Nobile: unire la densità del vissuto personale a un orizzonte più ampio, in cui il Mediterraneo, il viaggio e la memoria diventano luoghi simbolici dell’umano.

Nei suoi versi l’autrice esplora differenti aspetti della nostra cultura, valorizzando la natura composita del paesaggio dei sentimenti, conducendoci dentro un paesaggio mediterraneo inteso non solo come scenario geografico, ma come spazio culturale e spirituale.

Continua a leggere

“La catasta” di Marco Candida

Estratto dal nuovo romanzo La catasta di Marco Candida (Sisifo Edizioni, 2025)

Trascrizione di una registrazione sul cellulare di Marilaria Santorchini.

Sono stesa panza all’aria nella mia stanza con le lacrime agli occhi forse per l’ecstasy o per il divertimento a casa dell’Audisio e adesso dico due o tre cose della festa, be’, non da immaginarsi festa come quelle a casa dell’Audisio dove si fa il bagno in piscine piene di gelatina – e ci sono i video virali su Instagram e Tik Tok, sì, ma quelle sono cartoline e non la dicono tutta, come ad esempio cosa è accaduto a quel ragazzo… ma non viene al laboratorio di decoupage, e non so come si chiama, Vittorio, credo… Vittorio è stato punto da un nugolo di vespe attirate dalla marmellata di gelatina, e fortuna erano solo tre o quattro e non è stato punto, Vittorio, da un calabrone -, no, non è la nostra festa come quelle feste, perché noi siamo più sottoni, o per meglio dire, adesso che ho l’Abc Incel, facendo parte da mesi ormai di un gruppo Telegram sulla Filosofia Matrix, noi siamo appunto Incel e certe cose a noi Incel sono, in quanto Incel, precluse, e a meno di non metterti a fare coping convincendo te stesso di poterti tirar fuori dalla tua condizione Incel data la tua giovine età, ti saranno precluse saecula saeculorum, e perciò, insomma, sono feste tranquille, quelle di noi Incel, anche se girano ciocchi così d’erba e anfetamine come se nevicasse e l’Audisio alla fine ce l’ha fatta a farmi ingurgitare una pasticca d’ecstasy, ma è stato figo, è figo, anche adesso, perché vedo tutto come fosse un cartone animato, comunque, a parte il lato droghe, essendo una festa Incel popolata da Incel, anche se dubito gli Incel del laboratorio di decoupage siano redpillati circa la loro reale condizione, sebben un paio mi pare abbian fatte battute da femminismo di quarta ondata, ma potrebbe essere un relata refero, e non ho approfondito perché questa faccenda Incel è esclusiva e nel Telegram Matrix si è alquanto fermi, alquanto chiari, alquanto fasci circa il non andare a proclamare in giro ai primi venuti l’appartenenza a detto gruppo, e io rispetto la regola monastica del silenzio perché cazzo mi ci trovo da dio in quel gruppo e non voglio farmici buttare fuori, essendo festa Incel popolata da Incel, dicevo, c’era chi di noi del laboratorio decoupage giocava a Monopoli a un tavolo o in un altro tavolo a Cluedo e poi c’era il tavolo Risiko e il tavolo scala quaranta, e però ci si divertiva, a giocare questi giochi, e c’era chi spaparacchiato su un divano mezzo sfondato con le molle in bella vista si guardava un film su un plasma dallo schermo piatto rigato longitudinalmente, e pure la musica era commerciale, non la tecno-house, e qualcuno ballicchiava la bachata, sì, ma da Incel, o da sfigati, insomma, e caaazzzooo, la villa dell’Audisio era enorme, eeeennnnooormeee, caaaazzzoo, un prato enoooorme, quattro ettari almeno, e la casa sembrava quella delle favole dei fratelli Grimm, fatta com’ero mi ci volevo arrampicare a mangiarmi le tegole e assaggiare il comignolo del camino, e c’erano vari gruppetti sparsi per il pratone e ognuno si diceva la sua, e io saltabeccavo di qua e di là, intendo, da un gruppetto all’altro, e c’era un gruppo a giocare tiro alla fune, ma dovevi vedere quanto si divertivano pure, gli Incelli, ma soprattutto questi gruppetti ciacolavano, ciacolavano, e ciascun gruppetto sparava cagate di storie, strafatti di anfe o ecstasy o superalcolici, vestiti più o meno tutti con maglioni tinta unita verdone o marrone o con felpe beige o bordeaux ma felpe senza cappuccio ché col cappuccio sarebbe stato troppo anti-conformista cool, no, e poi husky verdone o marroncino e K-Way neri, e giacconi militari verdastri, uno un pastrano, un altro una sahariana,  quasi tutte le damine struccate, e dai capelli scarmigliati, per non parlare dei signorotti coi capelli unti e frangia bassa a coprire fronte e sopracciglia come va di moda adesso, insomma Incel, dalla punta dei capelli agli alluci dei piedi e non farmici pensare agli alluci se sono unti e pidocchiosi come i capelli, alluci di sicuro infilati in scarpe da ginnastica sporche e slabbrate e scucite, una virgola di Nike penzolante, un cuscinetto di Reebok bucato e fischiante, un mocassino screpolato come cartavetra, e questo solo per il lato look perché lato estetica è barzelletta tra Pizze Margherite, Apparecchi Ai Denti Modello Frankenstein e Fondi Di Bottiglia Da Poterci Leggere Il Futuro, e questi Incelloni anziché appartarsi e limonare, anziché intrecciare rapporti, questi ciacolavano esternando tutta la loro inidoneità alla vita, o leggi disagio sociale o sociopatia, e sì, un paio, in effetti, si sono avvicinati credo con propositi scopaioli, ma uno aveva la gobba e l’altro un paio di monocoli da gioielliere e perciò anda, li ho rispediti uno dall’ortopedico e l’altro dall’ottico, e quanto agli altri a parte Rick e Beltra e l’Audisio e Giachino e il Sergi, ovvio, il Sergi, il nostro coach, il nostro counselor, la star di pomeridiani incassi formativi ascoltando un tele-predicatore pazzo (troppo un mito, il Sergi!), non ho visto altri darci dentro con nessuna di noi, anche perché il divario era troppo netto, o troppo belle o troppo cesse e fiche di legno, e i Beta-Incel non avevano scatti d’orgoglio in un senso né moti di disperazione nell’altro, e non è da Incel blupillato la filosofia “basta-che-respiri”. Dunque, festa in bianco, giocando a Risiko, e ascoltando cazzate, ma di quelle cazzate top, così top eccomi panza all’aria nella mia stanza a raccontarle al mio cellu, perché non voglio dimenticarle, e poi perché causa ecstasy non riesco a chiudere occhio e avrei continuato a ballare la baciata e giocare Genga e Forza Quattro tutta notte fino al mattino alle sette. Invece, alle due bye bye, babies. E una di queste cazzate parte giusto dal garage dove stava il tavolino ingombro di tartine e panini e la pirofila di guacamole e la ciotola piena di patatine, il buffet, insomma, e il divano mezzo sfondato con le molle in bella vista, e consisteva nel commentare il film sul plasma, Il Macellaio, con Alba Parietti, dicendo in realtà questo film dalla trama all’apparenza così squallida e banale ossia una donna annoiata a trombarsi il macellaio sotto casa mentre il marito direttore d’orchestra è alle prese appunto con la direzione di un’orchestra a un concerto di classica musica, non poi così squallida né così banale, avendoci, invece, significazioni arcane alquanto esoteriche, dato in fondo Il Macellaio mette in scena il sostanziale conflitto tra due diverse energie: l’energia sessuale e l’energia derivante da forza lavoro e mostra quanto dopotutto l’energia sessuale per quanto possa essere potente e dannosa è in subordine rispetto all’energia derivante dalla forza lavoro creatrice di affermazione e successo, e insomma, il sesso nulla può contro il successo, e una donna può scoparsi il macellaio o può scoparsi anche una dozzina di macellai, ma se il suo uomo muove una cavolo di bacchetta a un concerto non c’è sesso a tenere, successo batte sesso tre a zero, e anzi Il Macellaio mette in scena qualcosa di pure più esoterico del conflitto tra energia sessuale e energia d’affermazione personale (quella comunemente detta centratura; mentre l’altra al massimo è quadratura del cerchio una volta ottenuta la centratura), ed è la correlazione involontaria tra le due energie, sinergia di energie ovverosia senza saperlo il personaggio interpretato dalla Alba Nazionale scopandosi il macellaio consente tramite l’energia sessuale sprigionantesi da questo atto l’affermazione personale del marito direttore d’orchestra, lei con i suoi movimenti di anca sospinge il marito verso la soglia del successo personale, lei con i suoi gemiti, lei con il suo selvaggio scopare crea l’energia necessaria al marito per vincere, e ascoltavo queste cazzate guardando la Parietti sullo schermo, scuotendo il capo, incapace di dare retta a questa teoria, e pertanto alzandomi dal divano mezzo sfondato, fabbrica di polvere, e portandomi fuori dal cielo stellato, brillante di orsa maggiore, orsa minore e Sirio là davanti, e la stella Polare sempre quella, e vagando da un gruppo all’altro, quattro passi quattro di bachata, finisco da un altro gruppo assiepato vicino a un ciliegio e uno di questi, sentite questa, uno di questi, il Rove, mi pare, sì, il Rove, e tanto per darvi un’idea di chi è il Rove, con il suo pullover marrone pantano addosso, e Puma dalle punte così spellate da sembrare averci cagato sopra un cane, e col facciotto cicciotto, pappagorgiuto, se il prof d’italiano me lo passa, questo aggettivo, è uno, tanto per darvi un’idea, dicevo, col cerotto sul naso rotto perché sostiene il suo avatar gli sia cascato di mano, abbia colpito lo spigolo di un tavolo e gli sia partito il naso, e lui si sia ritrovato, in un attimo, col naso rotto e sanguinante, ed allora cerotto, e il Rove, questo tipo, dice di averci il padre vecchio, tipo di settanta e rotti anni, e così in pratica pronto per l’ospizio, anche se al Rove va bene, perché prende bella pensione e non ha terrore di perdere il posto di lavoro gettando sul lastrico la famiglia dall’oggi al domani, e anzi al figlio può provvedere, e comprargli questo e quello senza tante storie, e comunque ci racconta, il Rove, del babbo: un signore anziano sì, ma ancora arzillo, a cui l’altro sesso piace, piace eccome, essendo dopo la dipartita della moglie, babbo singolo, e le racconta pure, al figlio, le sue conquiste, come la volta è uscito con una smandrappata, la quale lo ha portato a un bastione, di sera, con un freddo, per lui anzianotto, da battere i denti, tanto che avendo controllata prima la temperatura s’era incappottato, ma la smandrappata, essendosi vestita colla sola giacca, senza reggiseno, le aveva chiesto, dato il freddo, il cappotto, e lui allora a darglielo e lei a usarlo per sedersi su una panchina davanti a bel panorama, ed erano rimasti a parlare, e dopo un poco, non avendo risolto il guaio del freddo, lei gli aveva chiesto la maglia della salute, e lui anzianotto ma di tempra solida e per di più gentleman di natura, a darle pure quella, rimanendo in camicia, senza canottiera, e la smandrappata il pullover lo aveva usato, sì, ma come cuscino, sopra il cappotto, e così parlandogli, accoccolata, mentre lui dominava tremori dovuti al freddo, e lottava per pronunciare parole senza balbettii per via del battere dei denti, ha aperte, la smandrappata, le gambe, facendosi salire una gonnellina sotto la quale da un paio di mutandine nere scendevano un altrettanto paio di gambe da gazzella, senza calze, bianche come il suolo lunare, e lui, il babbo singolo, che vuoi farci?, si è infine slacciati i pantaloni, facendoli scivolare, quei pantaloni, giù fino ai calcagni, e rimanendo così, pur sapendo di rischiare l’arresto, ma incapace di frenarsi, fino a quando non si è coricato, il babbo, sopra la smandrappata, e nello schiacciarle una guancia sulla guancia… “Ecciù!” gli è partito, “Ecciù! Ecciù! Ecciù!” ha ribadito… e lei si è messa a ridere, e si è tirata su, e i due sono scesi, la smandrappata e il babbo singolo, a valle, a prendersi un brodo caldo, e quest’uomo, così presentato, e siamo alla storiella il Rove vuole dirci, prende l’ascensore ogni giorno, un ascensore di quelli antichi, da Novecento appena iniziato, con funi e contrappeso ben visibili da una ringhierina a maglie rombiche sulla tromba delle scale, e con le pulegge arrugginite a fischiare e fischiare inquietanti, e una cabina stretta e traballante, vibrante, la quale quando si ferma al piano ti fa sobbalzare e se tieni in mano il cellu devi andarci cauto se non vuoi ritrovartelo ai piedi e raccoglierlo con una fenditura longitudinale di traverso lo schermetto, e ogni giorno sull’ascensore incontra, il padre del Rove, la vicina di casa, e siccome non sanno cazzo dirsi anche se sono vicini di casa da cinquant’anni, essendo, tra l’altro, lui anzianotto e lei cessa, si rintanano nell’argomento salvagente per eccellenza, le condizioni atmosferiche, e si mettono a parlare del bollettino metereologico, solo che con l’età il padre del Rove ha montato tutto un interesse specifico per l’argomento in oggetto, vuole sapere che tempo farà e quanta umidità e ogni particolare, e così dopo poco in ascensore, subito dopo aver schiacciato il 3 sul quadro elettrico, e aver azionati cilindri e pistoni, sperando la valvola di blocco non si metta di nuovo a fare la stupida, stoppando la cabina d’ascensore quando lo vuole lei senza alcun reale pericolo, e costringendo chi all’interno ad azionare l’allarme, si passa da un dialogo del tipo… Continua a leggere

Raúl Carlos Maícas:”La marea del tempo”

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Ecco un estratto della mia nuova traduzione, La marea del tempo (uscita a luglio per Ortica Editrice con la curatela di Alessandro Gianetti), il diario intellettuale – un notevole esempio di saggio narrativo – dello scrittore spagnolo Raúl Carlos Maícas, nato nel 1962 nella cittadina aragonese di Teruel, e fondatore e direttore della Rivista Culturale “Turia”, che ha raggiunto fama internazionale occupandosi di letteratura, arti visive, filosofia e cinema) e raccogliendo scritti di autori come Ignacio Martínez de Pisón, Luis Buñuel, Fernando Savater, Octavio Paz, Günter Grass, Claudio Magris, Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Maícas è anche autore di altre due opere in prosa, Días sin huella e La nieve sobre el agua.

La marea del tempo è un libro molto intenso, capace di introdurci nei segreti più intimi della quotidianità e della vita culturale di un angolo di entroterra iberico che è in sé un piccolo universo, e si affaccia sull’orizzonte e sulle complicate e spesso frustranti dinamiche di un mundillo di intellettuali innamorati di se stessi più che dell’arte che praticano.

La scrittura è densa, sinuosa e brillante, e accompagna di capitolo in capitolo con mano invitante e confidenziale, calandoci nel punto di vista e di sentire dell’autore.

Continua a leggere

Trasversalmente “oltre” tra cinque libri

“Trasversalmente oltre tra cinque libri”

 di Giovanni Agnoloni

Negli ultimi tempi mi è capitata più spesso un’esperienza che avevo già vissuto in precedenza, sempre nel solco del tema a me caro delle sincronicità junghiane: ovvero, riscontrare sorprendenti assonanze tra i miei stati d’animo e pensieri e i temi trattati o nei libri che sto traducendo o in quelli che sto leggendo. Senza volerlo, trovo una continuità trasversale in e tra tutti questi scritti, che sembra accompagnare i miei percorsi interiori, portandomi oltre gli stati mentali attuali e nella direzione di un’evoluzione spirituale capace di produrre risultati migliori di quelli forniti dai meandri della mente. Trasversalmente oltre, insomma, come ho indicato nel titolo di questo pezzo. Gran parte di questa strana sintesi è riflessa da una recente intervista fattami da Gianluca Garrapa, dove per la prima volta ho visto con chiarezza le mie due anime letterarie – contemplativo/metafisica e di osservazione e critica sociopolitica – convergersi e fondersi appieno. E, se lo dico, non è tanto per autopromozione, quanto perché per me sarebbe ridicolo ergere barriere tra i vari aspetti del mio lavoro quotidiano (scrivere, tradurre, leggere, interpretare la realtà, nonché viaggiare e perfino suonare), visto che nell’universo “tutto è uno”. E i cinque libri di cui oggi voglio parlare rispecchiano perfettamente, nella trasversalità dei temi che li attraversano, l’incontro di quelle due anime nella direzione di un Oltre geografico, culturale, emotivo, professionale e sociale.

Il primo è Romanzo olandese di Marino Magliani, edito da Scritturapura (2025). Si tratta di una trilogia, come recita il sottotitolo, o meglio di una sinfonia in tre movimenti, mi verrebbe da dire. Qui l’autore ligure – che vive nei Paesi Bassi, e che ha fatto del tema del confronto tra l’orizzontalità olandese e la verticalità dell’entroterra ligure, nonché di quello dello sradicamento e del vagare nel mondo, alcuni dei motivi (appunto) trasversali di tutta la sua produzione – riunisce, rielaborandoli profondamente, tre suoi vecchi lavori, che finiscono per assumere una sostanza del tutto nuova, diventando le tre parti di un discorso unitario che ha al centro la sua terra di adozione. Il primo atto, “La talpa”, è un itinerario – inizialmente in bicicletta – nella capitale olandese (dove Magliani non abita ma va di tanto in tanto per attività letterarie presso l’Istituto Italiano di Cultura e, in passato, nella libreria italiana “Bonardi”, dove una volta presentammo anche insieme un mio libro per l’appunto ambientato ad Amsterdam, e che purtroppo ha chiuso), ma non solo. È un autentico sovvertimento della dimensione orizzontale, così intrinseca ai Paesi Bassi, perché lo conduce nei sotterranei della città, nel cuore stesso della sua struttura nascosta e oscura, con due guide “dantesche” come il suo traduttore olandese Roland Fagel e una ragazza del posto, Walmoet. Sì, perché si tratta di un percorso prima di tutto simbolico (anche ricco di suggestioni bolañiane, tema che Marino e io amiamo per aver tradotto metà per uno la raccolta di saggi su Roberto Bolaño Bolaño selvaggio edita da Miraggi), dove l’esplorazione delle “magagne” olandesi – speculazione edilizia, acque di scolo, correlati rischi di smottamento e altro – fa tutt’uno con una discesa negli inferi del subconscio. Insomma, ciò che ci si aspettava di trovare di sopra, in una città dove la luce, quando non piove, è meravigliosa, ha ceduto il posto a un mondo di sotto la cui “risoluzione” appare un’imprescindibile premessa alla riscoperta della vita nel “fuori”.

Continua a leggere

Kim Simonsen, “La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene”

Estratto della postfazione di Giovanni Agnoloni alla silloge del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene (I Libri di Mompracem, 2025), da lui tradotta dalla versione americana a cura di Randi Ward 

C’è (…) tanto “dietro” questa apparentemente breve ma in realtà assai densa raccolta di versi. Andiamo a osservarne più nel dettaglio le diverse parti e la ricchezza di temi e suggestioni poetiche. Le sezioni, come si accennava, sono quattro: “Prima mattina sulla terra”, “La storia naturale dello spinarello”, “La filosofia dei pesci” e “Umani”. Già di per sé, sembrano descrivere un arco che parte dall’ampio scenario della natura, con al suo interno uomini, animali, vegetali e minerali, per poi passare a un piccolo protagonista della vita ittica del posto, al centro dei ricordi dell’autore, e quindi riallargarsi su tutti i pesci, ai quali – in accordo con le linee teoriche di fondo tratteggiate nel paragrafo precedente – viene applicata una parola abitualmente umana, “filosofia”. Infine, ecco noi, gli “umani”, non più cuore dello scenario ma suo ultimo atto, ultimi inter pares, se mi si passa l’espressione.

Insieme, c’è già implicito un altro arco, puramente interiore, racchiuso in quel “prima mattina” nel titolo della sezione d’apertura. L’inizio, infatti, coincide con la morte del padre, che segna, sia pur col dolore, l’apertura di una nuova fase nella vita del poeta, e pare essere il motore segreto di tutte le percezioni e le riflessioni che da lì in poi si dipaneranno, fino ad approdare all’ultimo verso della quarta sezione e di tutta la raccolta, «Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà». Con esso, il cerchio si chiude e l’arco interiore viene nuovamente a coincidere con quello dei cicli naturali, che partono dal mare e ad esso ritornano, venendo risucchiati nel Tutto che niente ricorda a lungo, perché ogni persona-o-cosa rientra nell’incessante divenire (e fluire) cosmico.

In una delle poesie della prima sezione leggiamo: «Siamo uno stato di flusso liqueforme». È forse questa l’essenza dei concetti già evocati e ritornanti lungo tutto l’arco del volume – a ondate, per rimanere coerenti con il contesto, «in un turbinio sovrapposto / di strati / su / strati» –. Proprio come l’editore faroese ha sottolineato nel presentare il volume: «La natura fuggevole dell’esistenza è intessuta in un tutto cosmico di onde e di mare – di vita e di morte – in cui vengono esplorati il rapporto tra gli esseri umani e il mondo, il mare dentro di noi e il nostro legame con l’acqua».

Esiste dunque una circolarità orizzontale, per così dire, che cinge e unisce tutti i componenti della natura, dai più microscopici («Sono virus, / sono alga, / sono ciò che è ammuffito»), agli animali e agli esseri umani («La mia fredda mano tocca la staccionata impregnata / d’acqua, c’è odore di terra qui; / sento le ali degli uccelli»), fino alle più imponenti formazioni rocciose («L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto»). Ma esiste anche una circolarità verticale, che attraversa il tempo accomunando e facendo brevemente rivivere nel qui e ora attimi appartenenti al passato degli affetti («E mentre cammino in questo / paesaggio / sto forse muovendomi tra filamenti protesi verso qualcos’altro, / verso un mondo migliore, un tempo / in cui sentivo di essere amato?») e del paesaggio in genere. Per esempio qui: «Il fiordo, le onde, il pendio ormai saturo / Sono divenuti una necropastorale». Il concetto di “necropastorale”, che in un contesto poetico potrebbe anche chiamarsi un’“elegia del disfarsi (o del decomporsi) delle cose”, è stato definito da Joyelle McSweeney come «una zona politico-estetica in cui la realtà delle depredazioni attuate dal genere umano non può essere disgiunta dall’esperienza di una “natura” avvelenata, mutata, aberrante, impressionante, piena di effetti e stati emotivi dannosi»[1], e riguarda specificamente situazioni e modalità di carattere non umano, come «insetti, virus, alghe e muschi»[2].

Continua a leggere

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida (Arca Edizioni, 2025)

Ma pure Nicolò ha un vizio mica da ridere.
Però, trattasi di vizio diverso da quello di Silverio.
Se per Silverio il tic nervoso agli occhi è una chiave aurea per aprire scrigni di esoterico sapere, per Nicolò il suo vizio lo caccia solo nei guai, non rappresentando alcuna cartografia alternativa relativa a tesori nascosti. Nicolò parla ad alta voce. Cammina e borbotta da solo. A volte parla a voce proprio alta alta e sempre più spesso si ritrova a farlo in mezzo ad altre persone e addirittura quando è in compagnia di una singola persona, come a tavola o al bar, il che forse è ancor peggio di quando lo fa smaterializzato nella folla. Gli scappa qualche parola ad alta voce sciolta dal contesto e dalla conversazione costringendo chi è con lui a sorridergli e a chiedergli se per caso stia parlando da solo. Altri più stronzi non si limitano a chiedere, ma lo accusano proprio. Lo dileggiano. Nicolò cerca di dissimulare. Cos’altro potrebbe fare? Ammettere di essere matto come un cavallo e di sentirsi solo come un cantante in un’astronave deserta? Nicolò non si rende nemmeno più conto ormai di parlare a voce alta da solo, mentre esce di casa per fare commissioni. Non solo frasi sconnesse, ma ormai interi discorsi e a volte intere confessioni. Il suo è un rimuginare costante che scaturisce dai recessi più tempestosi del suo animo: è un fiume di mesto risentimento che incontenibile sgorga dalla bocca. In tempi di Covid gli andava anche bene indossare la mascherina: nascondeva le labbra in perpetuo movimento. Adesso invece occulta l’indefesso cicaleccio solitario ficcandosi un auricolare nell’orecchio in modo da far finta di parlare al cellu con qualcuno. Ma molte volte si dimentica. Ovviamente il disturbo si è acuito dopo la rottura con Marina. Nicolò mastica e rimastica il trauma in vari modi. E borbotta la storia con Marina (o dove Marina della storia è il centro irradiante) pressoché di continuo.

Continua a leggere

Sara Bini, “Ultrafania” e “Cristalli”

Articolo di Giovanni Agnoloni

Sara Bini, Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) e Cristalli (Interno Libri, 2024)

“Nel bosco”

Vento
Il verde tetto di foglie
mi riparerà dai pensieri tristi

Dolore
Questo è tutto ciò che sento

Le ombre danzano
sul sentiero sassoso

Curva Parabolica
ancora ricordi
La Vecchia Quercia piange
Quei giorni di mille anni fa.

(da Ultrafania, p. 16)

Se dovessi trovare un termine capace di contenere in sé tutte le sfumature stilistiche ed emozionali di questa raccolta di versi di Sara Bini – Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) –, sceglierei la parola “ballata”. Forma poetica di origini medievali, fin dalle sue origini è stata legata al canto e alla danza, passando attraverso molteplici tradizioni nello spazio e nel tempo, fino ad approdare oggi alla musica rock, dove generalmente connota un pezzo lento e legato – come il suo antecedente poetico – al tema dell’amore e delle passioni.

Continua a leggere

“Il tema di Ethna”, di Anna Bertini

Anna Bertini, Il tema di Ethna (Arkadia, 2025)

Forse non è un caso se ho finito di leggere questo libro e ho scritto la prima stesura di questa recensione durante il mio recente volo verso la Florida per alcuni incontri universitari, mentre ero sospeso tra due continenti. Il tema di Ethna di Anna Bertini è il secondo romanzo della scrittrice toscana edito da Arkadia dopo Le stelle doppie (del 2020). La storia qui raccontata è anch’essa, infatti, sospesa tra molti mondi, ma principalmente tra due, l’Irlanda e l’Italia – cosa che mi trova quanto mai in linea, dato che la verde isola è per me, spiritualmente, una seconda casa.

La vicenda narrata è quella di Ethna Sarfatti, figlia di Enzo, un tipografo italiano (e in seguito professore d’inglese) emigrato a Dublino negli anni ’30 (ma figlia solo sul piano legale, perché biologicamente era nata da un irlandese scapestrato, Jeffrey, che ben presto avrebbe abbandonato sua madre Lora). Ethna (pronunciato “Enna”) è una violoncellista e compositrice che si fa strada nonostante il segreto che, a partire dalla confessione di Enzo poco prima di morire, deve portarsi dentro, e che la carica di rabbia e rancore.

Continua a leggere

Due libri di Diego Zandel sul mondo balcanico e l’Italia

Recensione di Giovanni Agnoloni

Diego Zandel, Un affare balcanico (Voland, 2024) e Autodafé di un esule (Rubbettino, 2025)

È raro che due libri formino un discorso unitario a tal punto da potere non solo essere presentati insieme – come avverrà al centro culturale “Itaca” (a Firenze, in via di San Domenico 22) il 12 marzo 2025 alle ore 18,00, ma da formare oggetto di un’unica riflessione. Parlo di Un affare balcanico e Autodafé di un esule di Diego Zandel, rispettivamente editi da Voland (2024) e Rubbettino (2025) e pur diversi per genere – romanzo l’uno, saggio/pamphlet l’altro – e per argomento – il primo, un’indagine condotta “dall’interno” dell’affare Telekom Serbia, alla fine degli anni ’90; il secondo, uno sguardo retrospettivo, autobiografico e di denuncia sulle violenze, gli ostracismi e i silenzi di cui gli italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Zona B del Territorio Libero di Trieste – amministrata dalla Jugoslavia fino al 1954 e poi divenuta de facto parte del suo territorio – furono vittime a seguito della caduta del fascismo e negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi ritrovarsi profughi in territorio italiano e disdegnati da gran parte del mondo politico e culturale.

Due libri diversi, appunto, eppure strettamente collegati, in primo luogo perché in entrambe le storie l’autore è in qualche modo coinvolto. Per molti anni è infatti stato un responsabile-stampa di spicco all’interno di Telecom Italia, e perciò addentro a molti particolari della tentata acquisizione di un’importante quota di telefonia serba, negli anni di governo di Slobodan Miloševic, da parte dell’azienda italiana. Inoltre, è lui stesso un esule istriano, nato in un campo-profughi dove i suoi genitori, originari di Fiume, si erano rifugiati.

Chiaramente, quella di Un affare balcanico è una storia di finzione narrativa, sia pur basata su fatti e nomi storicamente reali, per cui si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “romanzo storico”, oltre che di una sorta di thriller dalle risonanze spionistiche. Il racconto di vita vera presente in Autodafé di un esule è invece la Storia con la S maiuscola, osservata partendo dai ricordi di Zandel e dalle risultanze del processo – pur finito con un’assoluzione per carenza di giurisdizione da parte della corte italiana – di Oskar Piškulic, capo a Fiume (poi divenuta Rijeka) della polizia segreta jugoslava responsabile della persecuzione e dell’infoibamento di tanti italiani dell’Istria, per non parlare delle migliaia di persone costrette alla fuga, come appunto il padre e la madre dell’autore.

Continua a leggere

Luoghi del mondo e della mente: quattro libri

Articolo di Giovanni Agnoloni

A volte capita di leggere in sequenza libri che sono collegati da un filo sottile, che non ci vuoi trovare per forza, ma che in effetti è , per farsi cogliere ed evidenziare. L’ho notato mentre mi accingevo a scrivere di due testi inviatimi nei mesi scorsi da Tarka Edizioni, usciti nel 2024 ed entrambi legati a Marino Magliani, amico scrittore e traduttore con cui collaboro spesso a diversi progetti editoriali. E pensavo appunto di preparare un articolo solo su questi libri, quando mi sono reso conto che quel filo c’era, sì, ma si estendeva anche oltre, arrivando ad abbracciare altre mie recenti letture.

Andiamo per ordine: i due libri che ho menzionato sono Luogo a procedere. Viaggio in Liguria con Marino Magliani e Marco Ferrari, di Roberto Carvelli (con prefazione di Giacomo Sartori), e Dizionario universale delle creature fantastiche di Luciano Hernández, tradotto da Marino Magliani (con la revisione di Riccardo Ferrazzi e la curatela di Alessandro Gianetti).

Il primo fotografa il plurisfaccettato spiritus loci della Liguria, osservata tramite non solo i ricordi di Roberto Carvelli, ma un ricco campionario di citazioni letterarie attinte dalla produzione narrativa di Magliani e Ferrari (dei quali avevo in precedenza recensito il romanzo Sporca faccenda, mezzala Morettini) e da quella di grandi autori del passato, tra cui Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Francesco Biamonti, ma, ancor prima, di un classico della letteratura inglese come David Herbert Lawrence. Attraverso le loro pagine, intessute della stessa sostanza del binomio dialettico di mare ed entroterra che caratterizza questa regione dagli innumerevoli riflessi di luce e ombra, Carvelli si addentra nel mistero epifanico (aggettivo a me caro) dei luoghi, da intendersi principalmente come aloni mentali che legano il mondo al punto di vista di chi lo osserva e lo vive. Ne risulta un viaggio intriso di poesia e sensibilità naturalistica e antropologica: un autentico invito all’esplorazione esterna e interiore. Continua a leggere

Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

Continua a leggere

Don Antoine Metin: “La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Don Antoine Metin, sacerdote originario del Benin, è vicario presso la mia parrocchia, San Lorenzo e Quirico, a Firenze (nella foto, la chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve). Si trova qui in missione “fidei donum”, ovvero invitato dal vescovo per svolgere la sua missione pastorale.

Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi molto interessanti. Eccone di seguito uno decisamente attuale (e che ho apprezzato anche per la qualità linguistica, dato che Don Antoine è originariamente francofono).

“La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Il rapporto tra i popoli rimane segnato da una incomprensibile disuguaglianza in un mondo globalizzato. Come possiamo accettare che nel XXI secolo, nonostante la cultura digitalizzata e il movimento delle popolazioni, le persone continuino a ignorare ciò che ritengono non meritevole fino al punto di ignorarsi a vicenda?

Dal latino ignorantia, ignorare significa mancare di conoscenza in un determinato campo. La mancanza di conoscenza è un vuoto, una debolezza, una limitazione. Da questo punto di vista, l’ignoranza non nobilita né l’ignorante né coloro che hanno la responsabilità di educarlo e renderlo un uomo giusto e ragionevole.

Non c’è nulla di straordinario nella mancanza di conoscenza. Non si può sapere tutto e non si può essere colti in ogni campo. Ecco perché l’ignoranza è perfino un segno della nostra umanità limitata, rispetto ai campi della conoscenza a cui si applica l’intelligenza.

Il fatto che un’istituzione manchi di conoscenza può anche essere inteso come il fatto che essa si occupi di un determinato campo e non debba interessarsi ad altri che non rientrano nelle sue competenze e che non richiedono alcuna attenzione da parte sua.

La Chiesa, come famiglia di Dio, non è un’istituzione incentrata su un solo ambito. Ha come centro d’interesse l’intera umanità e come campo d’azione il mondo intero. È quindi inammissibile che il suo modo di agire e il suo linguaggio diffondano i difetti di una società che mantiene deliberatamente ‘‘l’ignoranza voluta” come criterio di gestione degli affari. Continua a leggere

“Josh in fuga” di Olivia Crosio

Recensione di Giovanni Agnoloni

Olivia Crosio, Josh in fuga, Arkadia Editore, 2024

A volte ti capita tra le mani (e non per caso) un’autentica sorpresa letteraria, che inizi a leggere alle dieci di sera e ti tiene incollato fino all’ultima pagina, alle tre del mattino. Josh in fuga di Olivia Crosio è un romanzo non solo scritto bene, anzi benissimo da un punto di vista linguistico – cosa che non mi ha minimamente stupito, dopo aver letto e recensito l’altra uscita per Arkadia Editore dell’autrice, La mentalità della sardina – e conoscendola come un’eccellente collega traduttrice. È soprattutto una bellissima storia, che contiene un segreto circonfuso d’ironia e sapiente critica sociale, ma anche di affetti e intensa umanità, capaci di immergerci nell’abisso luminoso di una personalità affascinante: quella di un misterioso visitatore di Milano, che una sera invernale piomba nella metropoli con fare naif e movenze “imbranate”, ma anche con grande simpatia e fascino mediorientale, e inizia a combinare guai a cui trova sempre, rocambolescamente, una soluzione. Soprattutto da quando incontra e fa amicizia con una polemica ma adorabile barista, Miranda, che diventa la sua accompagnatrice in un “pellegrinaggio” notturno per il capoluogo lombardo, durante il quale incroceranno strambi ma credibilissimi personaggi come la fashion influencer Susi Fashion – che inevitabilmente evoca un noto personaggio del mondo internettiano e televisivo – il suo compagno (uno strampalato parrucchiere VIP), e un avventuroso tassista e la sua petulante compagna. Continua a leggere