Dušan Gojkov è poeta, autore di racconti, romanziere, saggista, giornalista, regista di drammi radiofonici, nonché fondatore e capo-redattore del “Balkan Literary Herald” .
Ha pubblicato 15 libri di prosa e uno di poesia. Ha inoltre drammatizzato e diretto circa 240 opere in prosa e poetiche ed è stato un corrispondente per la stampa jugoslava e serba da 37 paesi.
È segretario generale dell’organizzazione PEN aromena, e vive tra la Serbia e la Grecia.
La foto che vedete è stata scattata dallo scrittore, giornalista e fotografo a margine della residenza letteraria di Gojkov a Pécs, in Ungheria, questo marzo, presso lo Zsolnay Kulturális Negyed, per lo Hungarian Writers Residence Program.
Qui di seguito trovate alcune sue poesie in lingua inglese, tradotte da Giovanni Agnoloni, che a giugno è stato ospite della stessa residenza.
—
L’amore è follia, di Dušan Gojkov
N° 1
lei
ripone triste gli abiti invernali nell’armadio
cercando di ricordare
dove ha smarrito l’anno precedente
che è stato il primo e l’ultimo per molte cose
lui
appoggiato al letto
scrive versi patetici senza senso che non fanno neppure rima
ma in realtà si sforza di ricordare
come e dove si è perso l’anno prima
si avvicina alla finestra, è primavera
la strada è buia e il lampione in legno non fa più quella luce
dorata e granulosa
quella luce che odora di pane caldo appena sfornato
e d’inverno
ricordi che qualche tempo fa progettavamo di andare a Parigi
e non l’abbiamo ancora fatto
insieme
dici che il tuo tè si sta raffreddando
è una buona cosa scrivere poesia
hai sempre a portata di mano un pezzetto di carta su cui mettere
i semi degli gnocchi di susine
—
N° 28
so che il pioppo sotto la tua finestra
sta mettendo
giovani foglie
e che le magnolie e i tulipani
sul lato opposto della via
sono in fiore
eppure sto alla larga
dalla tua strada
perché, chissà poi per quale ragione,
ricordo il bellissimo voto
che facemmo tanto tempo fa:
“il mio corpo aspetterà il tuo
sotto una roccia da qualche parte”—
per quale caso
attraverso quali tasche bucate
abbiamo mai perduto
quelle mattine
quelle grigie
quelle calde
mattine di ogni sorta
quelle sere
passate con un bicchiere di vino
musica tranquilla
e sguardi scambiati
attraverso occhi illuminati dal sole
quelle notti
in cui io ero
calmo, quieto,
rannicchiato accanto a te
d’altra parte
le voci che girano sono vere
riesco ancora
a far sorridere una donna
di quando in quando
e alcune di loro si spingono perfino
nel mio remoto sobborgo
per nessun’altra ragione
che portarmi della cioccolata
una crostata di frutta
una bottiglia di vino
un nuovo libro
per prendere un tè insieme
o un’altra bevanda
”la vita continua”
dicono i saggi
ma io sospetto
che quelle immagini
che mi ruotano attorno tutta la notte
e tutto il giorno
quella cavità nei miei visceri
quel vuoto nel mio cuore
non saranno curati dal tempo
o dalla medicina moderna
so
che abbiamo sprecato
intenzionalmente o senza volerlo
molto di ciò che avremmo potuto fare
l’uno per l’altra e invece
lo so, lo so
sotto una
pioggerellina
primaverile
scivolo giù lungo via Federico García Lorca
(è piuttosto chiaro che ho bisogno da tempo
di scarpe nuove)
arrivo a casa
do da mangiare alla tartaruga
mi siedo in poltrona
stando ben attento a non
guardare l’angolo della stanza
dove una volta stava la tua attrezzatura per dipingere
il tuo cavalletto
le tele
le vernici
i pennelli
e altre cose
sul tavolo accanto a me ci sono
una bottiglia
un bicchiere
il caffè che non tocco da stamattina
e un vaso
con quegli strani fiorellini gialli
di cui non ricordo mai il nome
e che (OK, me ne vergogno)
ho rubato ieri notte per tenerli con me
dal giardinetto
di là dalla strada
mi accendo un sigaretta
e non guardo niente in particolare
lasciando che i petali gialli
cadano silenziosamente sulla mia spalla
—
N° 16
Ricordo
Portobello Road
dove ti toccai per la prima volta
per attirare la tua attenzione
su una bellissima facciata
i passanti
scappavano via dalla pioggia
i fruttivendoli
chiudevano le loro bancarelle
Ricordo
il portale della chiesa
dove ascoltammo
il calore del silenzio
Ricordo
quando ti guardavo dormire
con le labbra increspate
e ascoltavo
i tuoi respiri profondi
Ricordo
il lenzuolo
sui tuoi fianchi
in un tenero
profilo
interessante
non riesco a rammentare
come fossero le tue sopracciglia
Ricordo
la fila di alberi
che tagliavano trasversalmente il vigneto
il vento persistente
e la lentezza con cui camminavamo
con la tua mano
nella tasca del mio cappotto
ascolta
potrà sembrarti stucchevole
ma prima che ti incontrassi
c’era davvero qualcosa che mancava
Ricordo
le tue lettere
scritte in blu sbiadito con mano femminile
che lasciavi sul cuscino ogni mattina
mentre io ancora dormivo
Ricordo
come aspettavi pazientemente
che io finissi
di osservare tre quadri di Monet
e ricordo
quando ti guardavo danzare
al suono della musica
tutta sola
e le nostre lunghe passeggiate
sulle strade intorno a Covent Garden
Ricordo noi
su un treno
avvinghiati, mentre dormivamo
viaggiando
o la nostra stanzetta
per turisti danarosi
sopra il Café de la Paix
troppo costosa ma era quello che volevi
la piazza
brulicante di gente
Ricordo
il disco che suonava
ancora e ancora
a ripetizione
(Tom Waits, Closing Time, credo)
Ricordo
che ti tenevo per mano
quando avevi paura
Ricordo
il ristorante col nome che ho dimenticato
ma che riuscivo
ancora a trovare
a occhi chiusi
e il nostro silenzio
che si prolungava per ore
con una bottiglia di vino
cavolo, quello era un brutto silenzio
e questo è il libro
che comprai quel sabato
quando aspettavo che tu finissi dalla parrucchiera
le vie erano bagnate
dalla pioggia della notte prima
o dagli sforzi dei lavastrade
era primo mattino
ancora un po’ freschetto
e andammo
a prendere un caffè insieme
ma non bevemmo caffè
perchè prima dovevamo gridarci in faccia alcune cose
per cui poi ci sentimmo a disagio
Ricordo
che annaffiavo i fiori
cantando loro sommessamente
così che potessero crescere meglio
e come, con le guance arrossate, dopo il lavoro,
mandavi giù un bicchierino di cognac
cosa che criticai
ehi
un po’ di rispetto
quella è roba di qualità
Ricordo
la primavera in Grecia
quando mi facesti passare la sbronza
con olio d’oliva e aceto
disgustoso
seguisti il consiglio
delle donne nel nostro quartiere
era così che torturavano
i loro mariti
poi venne l’estate
e noi due, bruciati dal sole,
giacevamo prostrati nella nostra stanza
con un grande asciugamano umido
legato dietro la schiena
e sussurravamo: ascolta
il caldo è così intenso che di notte
ronza
sedevamo in terrazza
strofinandoci addosso la bottiglia fredda di Chenin Blanc
e fu allora che lo scoprimmo
Guardo il tuo profilo
mentre ti togli una scarpa
per scuotere via la sabbia della spiaggia
e il tuo piede
così piccolo
oddio, che piede che era
Ricordo
come litigasti col cameriere
quando mi portò la bibita sbagliata
e non quella che avevo ordinato
come facemmo l’amore
con la TV accesa
un film romantico a tutto volume
Ti insegno la mia lingua
srotolandone fuori poesia
vedo te
seduta sulla soglia del bagno
mentre mi faccio la barba
ti stai spalmando la crema per il viso
la base idratante per il trucco
o quello che è
Ti vedo mentre raccogli foglie secche in giardino
solo quelle belle;
continuano a cadere
da libri rimasti a lungo chiusi
Ricordo
quando sei andata in un’altra stanza
per telefonare di nascosto
ho finto di leggere i giornali
i rendiconti finanziari
Dio mi perdoni, ero così…
Ricordo
il tuo cane
o piuttosto il nostro cucciolo
che ci saltava sul letto ogni mattina
e si rintanava tra noi
Ricordo
la prima volta che te ne andasti
guardavo fuori dalla finestra
in una strada vuota
nella notte
c’era un manifsto di un film western
dall’altra parte della strada
i radiatori erano freddi
lo scaldabagno
sibilava
e
i tuoi occhi
erano lì appena chiudevo i miei
Ricordo
l’odore dei tuoi vestiti
dimenticati nell’armadio
uno scatolone di cartone
pieno di foto
Dio mio, che ne ho fatto?
Quale dei miei traslochi
ne ha segnato la fine?
Ricordo
serate tranquille
con te che dipingevi
e io che scrivevo
o leggevo in poltrona
Ricordo
i fiori che continuavano ad arrivare
ogni mattina
soffondendo l’appartamento
del loro odore opprimente
forse avrei dovuto chiedere
chi li mandava
forse
Ricordo i suoni della notte
il tuo respiro
e le canzoni smorzate degli ubriachi
che venivano da giù
Ricordo come,
quando dovevi andare “da qualche parte”,
ti facevo fretta
perché non arrivassi tardi
fingendo di non avere idea
e come tornavi
sola dall’ospedale
con cerchi
blu
o neri intorno agli occhi
bisognava dire qualcosa
So che
appena me ne andavo
riempivi le tue valigie
borse
beauty case
alcune cose traboccavano perfino
nella cesta di vimini per il mercato
Ricordo
il tuo silenzio in risposta alla mia domanda
Ricordo
il mio silenzio in risposta al tuo silenzio
Ricordo che guardavo attraverso il vetro della finestra
e il suono della tua chiave sul tavolo della cucina
e il suono della porta dell’appartamento che si apriva
Ricordo
di averti colpita in viso
(Per il resto della vita, la mia mano seguirà
quella traiettoria)
e ricordo che piangevi
ancor prima dell’impatto
—
N° 30
Di mattina, esco
mentre lei ancora dorme
nella strada appena lavata
e ancora umida
porto il mio cane
il suo cane
il nostro
certo
e passeggiamo
il cane e io
e nessuno può dire
chi stia portando l’altro
in ogni caso
siamo entrambi in pensione
a riposo
dio ci aiuti
entriamo nel bar
a quell’ora
chiaramente
lei dorme sempre
si può vedere il fiume
la rilucente marea nera
ci sediamo e
il cameriere mi porta il giornale
e dei biscotti
per animaletti domestici
un bicchiere di rosso
per me
mescolato con acqua, naturalmente
(è lei che vuole così,
lei-che-ancora-dorme)
il cane si allontana per fare pipì
e popò
ma torna
mentre leggo i necrologi
abbiamo finito
non c’è bisogno
che ci attardiamo in un bar
la primavera può essere ingannevole
si può ancora prendere freddo
perciò
torniamo e saliamo le scale
silenziosamente
(lei è sempre addormentata)
apriamo la porta con cautela
nessuno di noi abbaia
mi tolgo il cappello
il cappotto
le scarpe
mi metto le pantofole
la guardo
dormire
la donna più importante del mondo
sessantun anni di età
do un’occhiata al cane
è già stanco
anche lui ha più di vent’anni
e tra me e me penso
è ora di preparare del caffè
lei ama il suo caffè del mattino
vado in cucina
e mi scotto la mano destra
con dell’acqua bollente caduta dal pentolino
rimango zitto
perché è colpa mia
vado dritto in bagno
all’armadietto dei medicinali
mi strofino la mano con un olio alle erbe
ne abbiamo sempre un po’ in casa
casomai servisse
poi mia moglie
si alza
perché il cane ha guaito
e mi benda la mano
borbottando
vecchio sciocco
a settant’anni
stai lontano
dalla cucina
la guardo
respirare nel suo calore
nel suo profumo sonnacchioso
e m’innamoro
ancora una volta.
—
N° 33
buona notte, mie signore, buona notte
ci stiamo avvicinando alla fine
di questa operetta
buona notte, mie signore, buona notte
vado a letto
con la faccia pulita
ho rimosso gli strati di trucco
applicati per anni
buona notte, mie signore, buona notte
se ciascuna di voi mi avesse dato
anche un solo sassolino di tristezza
adesso dovrei assoldare dei facchini
per fortuna
c’è stata un po’ di gioia
lungo la strada
spero che anche voi siate d’accordo
almeno qualche volta
buona notte, mie signore, buona notte
non è passato neanche un giorno
in cui non abbia pensato
a ciascuna di voi
personalmente
a ognuno dei vostri profumi
occhi
sorrisi
seni
fianchi
alle vostre voci
il passare degli anni li ha trasformati
in un coro angelico
armonia paradisiaca
canto che mi conduce al sonno
buona notte, mie signore, buona notte
