Archivi tag: Poesia

Versi inediti di Saverio Bafaro

di Saverio Bafaro

Rosa bianca

Educheremo la tua piccola orchidea
a diventare nel mistero pertugio
feritoia di rispetto e gentilezza:
nostalgia floreale mai davvero arresa.
E un giorno scoprirai la sensazione
di restare d’un tratto gravida e innescata
come scintilla tra pietre ha fatto nascere
il Grande Fuoco da domare e tenere vivo.
È uno spettacolo…
Sano come un pesce, figlio di una dinastia
tornata in vita per amor di completezza e
desiderio di disegno del suo arco variopinto
nei nostri plurimi destini, innesto, sarò per te
come di nuovo del tutto illibato, rosa bianca

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“ICE” – una poesia di Enrico Petruccioli

Maria Grazia Calandrone (una delle mie scrittrici preferite di tutti i tempi) mi ha segnalato oggi una poesia che il giovanissimo Enrico Petruccioli, diciottenne studente del quinto anno di liceo, ha appena composto sulle note vicende che riguardano ICE in Minnesota. È un piacere ospitare questi versi, con i nostri complimenti al poeta!

ICE

Parole pericolose
escono dalla bocca.
Sguardi pericolosi
lanciati dagli occhi.
Idee pericolose
nate dalla testa.
La testa te la faccio esplodere
puttana.
Parole rassicuranti
dette con calma.
Sguardi rassicuranti
filmati con calma.
idee rassicuranti
uccise con calma.
La testa te la faccio esplodere
puttana.

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“Apokatástasis” di Barbara Dall’Idro

Recensione di Francesco Improta

Apokatástasis di Barbara Dall’Idro

“Nulla die sine poesia”

Come si legge nella quarta di copertina, Barbara Dall’Idro è poetessa, filosofa e antropologa e vive tra l’Emilia, i Castelli romani e il Salento, di cui stando al cognome dovrebbe essere originaria. Del resto, Ydrentòs, la sua seconda silloge poetica dopo Il Mantello di Urano, è l’antico nome greco di Otranto, località particolarmente cara alla Dall’Idro. Ha anche pubblicato, per la gioia dei suoi tanti estimatori, sul proprio sito barbaradallidro.it Oltre il Caos Hemera, breve silloge gratuita.  Certo queste poche notizie bio-bibliografiche non hanno la pretesa  di rivelare la sua ricca personalità né, a maggior ragione, la qualità della sua produzione poetica ma ci offrono almeno qualche chiave di lettura: l’amore per la cultura e la mitologia greca, l’attaccamento alla terra magica del Salento e la presenza assidua di Nietzsche con i due principi fondamentali su cui si basa la sua filosofia, l’apollineo, che rappresenta ordine, armonia e razionalità  e il dionisiaco, che indica caos, istinto ed ebbrezza. Del resto, già nella silloge pubblicata online c’è un riferimento al caos come buio a cui si contrappone la luce del giorno (Hemera), in un tripudio di luci e di colori. E sulla stessa linea è questo splendido libriccino dal titolo altrettanto significativo, Apokatástasis ossia ritorno allo stato originario, reintegrazione, ma più in senso stoico che escatologico: più Zenone che Origene. Non credo che si possa parlare di una silloge poetica tradizionale ma di un lungo e raffinato monologo interiore, alla maniera di Mrs Bloom e la mancanza di punteggiatura e di maiuscole favorisce il fluire ininterrotto delle idee, delle emozioni e delle immagini. Ci si rovista dentro con l’intento di liberarsi di scorie, fobie, timori e opacità per restaurare, come suggerisce il titolo, uno stato originale, primigenio e, quindi, tornare a nascere. Un incessante cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio che prepari e legittimi una palingenesi. E in questo viaggio a ritroso, di nietzschiana memoria – a un certo punto viene citata La Gaia Scienza – vengono ripresi e sottoposti al vaglio miti, filosofi, dottrine e semplici sensazioni. Forse, rispetto ai lavori precedenti, c’è minore omogeneità ma più razionalità, per il bisogno – credo – di filtrare cultura e natura, percezioni e meditazioni. Affiora, ogni tanto, quella sua prorompente sensualità che fa di lei un fiore di carne, intriso di salsedine e di sole, esposto alle carezze del  vento. Bellissimo l’incipit, tutto giocato su un ordito di sinestesie, antitesi e paronomasie, dove viene anticipato l’obiettivo di questo viaggio che è in procinto di intraprendere. Così versi di struggente bellezza sono i seguenti:

“l’incanto freme sotto l’acacia
patisco l’assenza del silenzio della terra
dove il profumo del fico selvatico si eleva
oltre le felci nel sacro urto con il lamento del vento
ho memoria della selva che si imbatte nel cerulo
sull’ara remota di un incessante sacrificio”

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Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

 

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo. Continua a leggere

Liliana Nobile, “Angoli remoti”

Recensione di Roberto Russano

Liliana Nobile, Angoli remoti (Perugia, Bertoni Editore, Collana “Poesia Mundi” diretta da Simona Volpe, 2025)

Liliana Nobile affida ai suoi versi, che danno vita alla raccolta intitolata Angoli remoti, un pathos esistenziale frutto di una formazione filosofica e di una sensibilità contemporanea: la coscienza che «la vita ha tempo e consuma» (Fine di un sogno) e non è mai pura constatazione, ma impulso a interrogare la fragilità del vivere. Qui il dialogo con autori come Hölderlin e Trakl, amati dall’autrice, emerge come sottofondo nella tensione fra lacerazione e ricerca di un varco di senso.

In questa raccolta, allora, gli angoli remoti non sono soltanto geografici, ma interiori: zone d’ombra e di luce in cui la poesia si fa esercizio di memoria, ascolto di presagi, apertura verso l’altro. È questa la cifra più autentica della poetica di Liliana Nobile: unire la densità del vissuto personale a un orizzonte più ampio, in cui il Mediterraneo, il viaggio e la memoria diventano luoghi simbolici dell’umano.

Nei suoi versi l’autrice esplora differenti aspetti della nostra cultura, valorizzando la natura composita del paesaggio dei sentimenti, conducendoci dentro un paesaggio mediterraneo inteso non solo come scenario geografico, ma come spazio culturale e spirituale.

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Sara Bini, “Ultrafania” e “Cristalli”

Articolo di Giovanni Agnoloni

Sara Bini, Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) e Cristalli (Interno Libri, 2024)

“Nel bosco”

Vento
Il verde tetto di foglie
mi riparerà dai pensieri tristi

Dolore
Questo è tutto ciò che sento

Le ombre danzano
sul sentiero sassoso

Curva Parabolica
ancora ricordi
La Vecchia Quercia piange
Quei giorni di mille anni fa.

(da Ultrafania, p. 16)

Se dovessi trovare un termine capace di contenere in sé tutte le sfumature stilistiche ed emozionali di questa raccolta di versi di Sara Bini – Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) –, sceglierei la parola “ballata”. Forma poetica di origini medievali, fin dalle sue origini è stata legata al canto e alla danza, passando attraverso molteplici tradizioni nello spazio e nel tempo, fino ad approdare oggi alla musica rock, dove generalmente connota un pezzo lento e legato – come il suo antecedente poetico – al tema dell’amore e delle passioni.

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Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

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“Raccontami una storia”. Poesie di Roberto Ochi

Estratti da Raccontami una storia, di Roberto Ochi (Brè Edizioni, 2022)

Chi sono io?
Io sono il figlio di un tempo breve. Sono il punto interrogativo. Sono l’ascolto, l’attenzione. Io sono la consapevolezza.
Io sono il dire grazie e il chiedere scusa. Io sono la gentilezza.
Io sono il silenzio al cospetto di nostra Madre Natura. Io sono l’acqua e la terra.
Io sono l’abbraccio e il sorriso, la bellezza che servo ai miei occhi. Io sono la compassione.
Io sono ciò che ricordo, ciò che resta, tutto ciò che non ho perso. Io sono lo scrivere.
Io sono tutte le mie storie.

Mi racconti una storia?

Mi racconti una storia?
Ora io esco a passeggiare per le vie di Perugia
E tu
Mi racconteresti una storia?

C’era una volta una barista dagli occhi grandi e profondi e dalla rara gentilezza
Ciò che ci separava
Ma anche ciò che ci univa e ci proteggeva
Era il bancone del suo bar
A quel bancone avevamo creato un nostro momento
Un nostro mondo
Si chiamava il martedì della curiosità
Io arrivavo e le raccontavo una storia curiosa
E lei mi ascoltava
Un martedì le raccontai la storia della parola Mamihlapinatapei
È una delle parole più intraducibili al mondo
Della tribù degli Yamana
Della Terra del Fuoco
Indica lo sguardo tra due innamorati troppo timidi per fare la prima mossa
Questa è la storia di quel momento
Di un momento
Lungo come una parola
Intraducibile
Ma bellissimo

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Saverio Bafaro, “Osicran o dell’Antinarciso”

Recensione introduttiva di Antonio Fiori

Saverio Bafaro, Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio Editore, 2024)

Saverio Bafaro, in questa ‘eroica’ raccolta poetica, si dimostra psicoterapeuta di sé. La parola, all’inizio, fatica a restituire le memorie più lontane, a raccontare l’enigma dell’identità e le lusinghe indecifrabili del mondo. L’archetipo fondamentale è lo Specchio, davanti al quale la nostra identità prende forma per essere ogni volta riscoperta, smentita e ritrovata. Poi, seguendo i tracciati lungo i quali conduce il testo, la parola si fa più consapevole e il discorso più filosofico: «Di questa epoca divisa / tra massa e persona / migrazioni e scomparse / possediamo il disumano / limite dello sguardo / l’impossibilità del volto» (dalla poesia Cuori svuotati, a pagina 42).

La poesia tenta interpretazioni del volto e interpretazioni dei sentimenti, indaga le trasformazioni secondo l’età e secondo il cuore, tenta di esorcizzare lo sguardo auto-seduttivo di Narciso, il peso enorme del Nome proprio, ma alla fine si arrende al mistero, nonostante gli strumenti della mitologia e della psicoanalisi.  D’altra parte, anche tre grandi scrittori del Novecento – Fernando Pessoa, Luigi Pirandello e Jorge Luis Borges – hanno affrontato il tema dell’identità, e anche per loro, nonostante i lasciti monumentali, è rimasta indecifrabile.

Antonio Fiori

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Filippo D’Eliso, “Lì un tempo fioriva il mio cuore”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)

Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.

Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:

Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.

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Quattro poesie di Roland Orcsik

Quattro poesie di Roland Orcsik 

Traduzione dalla versione inglese di Giovanni Agnoloni

Foto di Kira?ly Farkas

Roland Orcsik ritratto fotograficamente da Farkas Király

Roland Orcsik, di cui qui sotto potete trovare quattro poesie da me tradotte, tratte da una silloge in lingua inglese, croata e ungherese, è nato a Becse (Serbia) nel 1975. Dal 1992 vive a Szeged (Ungheria). Insegna all’Università di Szeged presso l’Istituto di Studi di Slavistica. Fa parte della redazione del mensile letterario ungherese Tiszatáj. Scrive poesia e critica letteraria e traduce in ungherese da diverse lingue dell’area ex-jugoslava. La sua ricerca accademica si concentra appunto sulle connessioni tra la cultura magiara e quella dell’ex-Jugoslavia.

Finora ha pubblicato cinque volumi di poesia, e il suo libro Mahler downloaded è stato pubblicato anche in serbo. Il suo primo romanzo è uscito nel 2016 col titolo di Phantomcommando (pubblicato anche in rumeno nel 2018 e in serbo nel 2019). Ha vinto prestigiosi premi letterari per le sue opere, che sono state tradotte in ceco, inglese, francese, croato, tedesco, greco, rumeno, sloveno, francese e serbo. Suona in una band di punk psichedelico di nome Lajka.

Una nota personale. Ho conosciuto Roland e la sua famiglia nel 2014 durante una residenza letteraria in Croazia, presso Zvona i Nari. Nel giugno 2023, poi, al termine di un’altra mia residenza letteraria in Ungheria (a Pécs, tramite lo Hungarian Writers’ Residence Program), ci siamo ritrovati nella sua città, Szeged, dove abbiamo tenuto un reading da lui organizzato in un bel caffè letterario, con la partecipazione della poetessa Orsolya Bencsik.

Seguono le quattro poesie.

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Poesie di Dušan Gojkov

Dušan Gojkov è poeta, autore di racconti, romanziere, saggista, giornalista, regista di drammi radiofonici, nonché fondatore e capo-redattore del Balkan Literary Herald .

Ha pubblicato 15 libri di prosa e uno di poesia. Ha inoltre drammatizzato e diretto circa 240 opere in prosa e poetiche ed è stato un corrispondente per la stampa jugoslava e serba da 37 paesi.

È segretario generale dell’organizzazione PEN aromena, e vive tra la Serbia e la Grecia.

La foto che vedete è stata scattata dallo scrittore, giornalista e fotografo a margine della residenza letteraria di Gojkov a Pécs, in Ungheria, questo marzo, presso lo Zsolnay Kulturális Negyed, per lo Hungarian Writers Residence Program.

Qui di seguito trovate alcune sue poesie in lingua inglese, tradotte da Giovanni Agnoloni, che a giugno è stato ospite della stessa residenza.

L’amore è follia, di Dušan Gojkov

N° 1

lei
ripone triste gli abiti invernali nell’armadio
cercando di ricordare
dove ha smarrito l’anno precedente
che è stato il primo e l’ultimo per molte cose
lui
appoggiato al letto
scrive versi patetici senza senso che non fanno neppure rima
ma in realtà si sforza di ricordare
come e dove si è perso l’anno prima
si avvicina alla finestra, è primavera
la strada è buia e il lampione in legno non fa più quella luce
dorata e granulosa
quella luce che odora di pane caldo appena sfornato
e d’inverno
ricordi che qualche tempo fa progettavamo di andare a Parigi
e non l’abbiamo ancora fatto
insieme
dici che il tuo tè si sta raffreddando
è una buona cosa scrivere poesia
hai sempre a portata di mano un pezzetto di carta su cui mettere
i semi degli gnocchi di susine

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Carlo Magitto, poesie dal Ponente ligure

Una migrazione mediterranea di un bimbo isolano sradicato dalla sua terra e gettato nella piazza di un villaggio alpino nel confronto con la lingua dei suoi novelli coetanei. I versi dedicati al Ponente Ligure sono un omaggio a questa terra che lo accolse e lo adottò.

Un innamoramento col mare tra silenziosi pescatori, un contatto senza rituali con una natura contratta dal mare e il suo infinito e la montagna impervia che sbarra lo sguardo.

Questi versi di Carlo Magitto ci dicono che l’adattamento fu scuola con la secca tradizione del vecchio che conosce funghi e raccoglie erbe medicinali e il tanfo del gozzo colmo di reti e di nasse nel porticciolo di Cervo scavato tra le rocce di Capo Mimosa. Ma c’è la fata morgana che manda al mattino al vecchio poeta ora il suo miraggio: la Corsica perduta dalla storia e il desiderio di riportarla. La sfida nel dopoguerra con la gioventù di Mentone e il desiderio di essere accettati come fratelli, forzando nel bistrot un aperitivo con il pastis, calice amaro di ogni odissea per uno scambio in patois. Questa terra lui canta, ultimo mohicano, che vede la fine di una epoca nella tiritera di motori correre sulla tangenziale, una fila smisurata di uomini a cavallo e moschetti colmi di fumo. Continua a leggere

Poesie di Giuseppe Raudino

 

 

 

 

Il vostro seme viene da lontano,
da una terra in cui gli aranci
profumano le notti azzurre
e sono afflato e tregua breve
dopo il torrido del giorno.
I vostri occhi, prima di fiorire,
videro cieli
tanto blu e abbacinanti
che lo sguardo a stento
riesce a sostenere,
e per mille volte
il turchese della riva
è sfumato innanzi a voi
fino all’orizzonte d’oltremare.
Le vostre bocche
ancor prima che nasceste
ebbero assaporato
la mandorla verde e nuova
e il fico dolce e bruno
senza toglierne la buccia.
L’isola da cui venite
può essere mangiata e bevuta
così
prendendo i doni benedetti
senza parsimonia,
ché il suo sortilegio è tale
da offrire frutti e abbondanza
là dove si ricambia
con astio e dannazione.

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Matera in alcune poesie di Danila Marchi

Danila Marchi è un’insegnante imperiese di scuola primaria. Come poetessa, ha ricevuto il riconoscimento della giuria nel concorso poetico letterario del ponente ligure ( Arma Di Taggia) “Ossi di Seppia” negli anni 2015, 2016 e 2017, e quello al concorso Engels Von Bergeiche nel 2015. Nel 2016 e nel 2017  è entrata tra le  finaliste al concorso Magnificat a Falconara Marittima e, nel 2016, ha conseguito il primo premio per il racconto “La ragazza del blues”in Basilicata. Ha partecipato al premio Poseidonia Paestum e nell’estate del 2022 ha ottenuto una menzione di merito per una poesia in vernacolo.

Seguono alcune sue poesie ispirate da Matera.

LE ANIME TRA I SASSI

Mentre raminga vago tra i sassi
smuovo dalle rocce nitidi i ricordi
candore di anime scolpite sulla pietra

Vedo ancora grandi quegli occhi assorti
indugiare invocando ai piedi delle grotte
pane pietà e la misericordia di Dio

Avvolti nello spesso specchio vitreo bianco
assenti al vagito che fluisce dal mondo
agli sguardi ignari ai volti indifferenti

Malati di vita nel glaucoma antico
che opacizza il limpido cristallo
mentre moscerini mosche e pece
si posano sulle pupille imbrunite
retine vuote di laghi prospicienti
orli di anime senza sensibile sentire

E in quegli sguardi madidi mi perdo
tra quei destini amari avari mi protendo
nella viuzza all’uscio della spelonca al chiuso
che il buio della notte ingoia e inghiotte

E mi sento addosso gli affanni di quelle brevi vite
di quei tempi di quegli anni nelle rocce intrise
di quei corpi dolci amati avvolti di incolore
su quegli usci aperti in quelle vite acerbe di dolore Continua a leggere

Mauro Catani, “Almeno fino a qui”. Una selezione

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Una selezione dalla silloge poetica Almeno fino a qui. Cinquantatré piccole storie (ed. 96, Rue de La Fontaine) di Mauro Catani, scrittore originario di Massa Marittima e già autore per Aracne Editrice di un saggio sul tema dello sviluppo sostenibile.

Ho scelto queste poesie, in particolare, perché ben evidenziano la principale qualità dei versi di Catani, che è quella di raffigurare la quotidianità con le sue piccole (ma fortemente significative) epifanie, fotografie dell’eterno racchiuso nella fuggevolezza del momento.

Figlia di suggestioni realistiche appartenenti alla miglior tradizione narrativa italiana – penso soprattutto ai racconti del toscano di adozione Carlo Cassola -, questa silloge, non a caso, viene indicata come una raccolta di “piccole storie”. Si tratta di micro-cronache della vita di ogni giorno, anche rivisitata col filtro della memoria, e ha un che dello spleen dell’Antologia di Spoon River, tenacemente impastato con l’oggettualità delle cose e degli incontri. Come a ribadire che la vita è qui, in corso e con il risultato apertissimo. Il punto è quanto riusciamo a immergerci nel succo dell’attimo e a trarne la forza di procedere vivendolo coscientemente, ogni volta, ancora e ancora. Continua a leggere

La torta di compleanno

Una poesia di Monica Mazzitelli dalla futura raccolta “Poesia della prosa”

Io e la mia nipotina prepariamo la torta
del suo compleanno
nella cucina di casa sua.

Lei legge
e rilegge
da capo ogni volta
tutta la lista degli ingredienti
di entrambi gli strati
ogni volta da capo –
anche se glieli chiedo separati;
eterna filastrocca
con l’indice segue le parole sulla carta.

Versa troppo poco zucchero
o troppa farina
nel misurino
le dico.
Allora rilegge,
da capo.
Aspetta, ti aiuto,
faccio io.
Le dico e sorrido.

Misuro, e le sorrido.
Verso e impasto e le sorrido,
lei mi sorride, seria e intenta.
La istruisco e la guido,
decifro i simboli che non conosco
sulla manopola del forno di casa sua,
ché lei non è capace.

Ci vuole il doppio del tempo a preparare questa semplice torta
ma lei è così orgogliosa di averla realizzata,
piccina.

 

Ma non ho nipotine.
E lei non è una bambina, ma la mia cara,
cara amica
che oggi compie sessant’anni
ubriachi di Alzheimer
e di terrore.