
Vorrei cominciare a risponderti, Fabrizio caro, esprimendoti la mia gratitudine. Ritengo estremamente necessario porre delle domande di questo genere, credo sarebbe fondamentale ce le ponessimo continuamente, ma nel caso a volte la pigrizia, a volte la paura di non saper rispondere ci impedissero di farlo, credo sia vitale la presenza di qualcuno che pungoli, incalzando con le domande che contano. Un po’ come accadeva nel Medioevo quando il “ricordati che devi morire” era quotidiano.
Innanzitutto mi preme dire che sì, a mio avviso sì, una strada c’è e una strada ci sarà finché ci saranno esseri umani e tempo. Ora, il tempo sta evidentemente finendo, gli esseri umani anche, mi sembra. Nel senso che non credo che basti essere al mondo e respirare per essere vivi, per essere umani. Mi sembra che, come un virus feroce, si stia diffondendo un senso di indifferenza verso ogni grande tragedia della vita che non ci tocca proprio personalmente, proprio da vicino. Una indifferenza che vorrebbe essere fredda e calcolata e invece è figlia di uno smarrimento assoluto, di una paura che ci impedisce ogni slancio verso la bellezza e il bene. Una indifferenza figlia anche di una sempre più dilagante ignoranza. Ma attenzione, non è l’ignoranza che hanno conosciuto i nostri nonni e forse anche i nostri genitori (chi scrive va verso i 50 anni), che riguardava principalmente certe classi sociali e che riguardava soprattutto certi aspetti della cultura, del sapere. Mio nonno paterno, ad esempio, era un contadino, e ha trasmesso alla mia famiglia valori che ritengo importantissimi e che ancora oggi sento vivi in me. Mia nonna materna un senso del sacro e della religione che, pur in età molto avanzata, si è manifestato nella mia vita in maniera importante. Non avevano studiato, ma conoscevano il mestiere di vivere. Sia i miei nonni che i miei genitori mi hanno insegnato tantissimo. Con la loro accoglienza verso il prossimo, una casa sempre aperta, i soldi, che sono sempre un po’ mancati, dati a chi ne aveva ancora più bisogno. La condivisione di tutto quello che si poteva condividere. Nulla era solo mio, fin da bambino. Tutto era di chi ne aveva bisogno, necessità. Anche i giochi, li ho sempre dovuti condividere con gli altri bambini.
L’ignoranza di oggi è emotiva, sentimentale, spirituale, sociale, politica. Noi non conosciamo la vita, non conosciamo noi stessi, non conosciamo la natura umana, e nemmeno più la natura nella quale siamo immersi, che ci ospita e dovremmo custodire. Allora io credo che una strada c’è, la strada non svanisce perché non la cerchiamo più o la crediamo svanita, la strada non scompare solo perché non la vediamo.
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Pessoa ci dice che nemmeno la morte è capace di finirci. Ecco cosa è sempre stata capace di fare la poesia, illuminare anche la più profonda e nera delle oscurità. Un fiammifero acceso nel pieno della tenebra.
A me la poesia ha salvato la vita miliardi di volte, ma più di tutto me l’ha data una vita. Sono stato un adolescente irrequieto, incapace di vedere il bello che mi poteva riguardare. Non riuscivo ad appassionarmi a nulla, nulla mi accendeva il cuore, eppure sentivo di essere fatto per l’eterno, per l’infinito. Se giocavo a tennis sognavo di diventare il numero uno del mondo, se giocavo a pallone sognavo di vincere i mondiali. Eppure, non mi bastava nemmeno sognare queste cose che potevano sembrare grandi. Mi sembrava che nulla avesse un senso. Tanto che una volta dissi anche ai miei genitori che avevano sbagliato a mettermi al mondo, che era stata una scelta egoistica, che io non sapevo che farci al mondo e che la vita era per me solo una sofferenza. Poi un giorno, a scuola, dove non mi è mai piaciuto andare, ho letto il verso di una poesia: Spesso il male di vivere ho incontrato. Folgorazione. Qualcuno che non conoscevo e soprattutto non mi conosceva aveva dato un nome a come mi sentivo. Qualcuno che era morto appena pochi anni dopo la mia nascita, quindi vissuto in un tempo diverso dal mio, si era sentito esattamente come me. Ho poi col tempo scoperto che poeti morti da secoli mi conoscevano meglio di chiunque altro al mondo e che certe poesie non le ho scritte io ma è come se l’avessi fatto, e quando le leggo ad alta voce sento tutto il mio corpo e la mia anima cantare quei versi come se fossero la mia vera e autentica natura.
Io senza poesia non saprei cosa farci al mondo, è la mia vocazione, il mio modo di vivere e di abitare il mondo, è la voce del mio cantare, è un modo di pregare.
La poesia avrà sempre qualcosa da dire, non credo sia la poesia il problema. Mi chiederei piuttosto se ci sono ancora poeti che hanno voglia di ascoltare il canto della poesia. Se ci sono poeti che sono ancora disponibili a farsi strumento per il canto della Bellezza. A farsi da parte affinché attraverso di loro canti qualcosa di più grande, qualcosa di eterno.
Viene da me la parola come un libero passero in visita
come una bestia selvatica appare dal folto del bosco
io sono pronta, mi sono lavata per essere degna
[all’incontro
taccio, godo il suo sguardo e ne scrivo
[nel più devoto modo in cui riesca
così che qui parli lei e mai io.
La mia riposta è evidentemente sì (questi versi sono di Eleonora Nitti Capone, una poetessa giovanissima), per ora sì, ancora resiste l’antica tradizione! E pur senza mettermi a fare liste, conosco poetesse e poeti che ancora hanno una relazione viva col mistero della poesia. I loro versi sono certamente capaci di indicare la strada.
Fra le altre cose, tengo dei laboratori di poesia rivolti a persone che hanno ricevuto una diagnosi infausta, o a chi non sa più trovare un senso in questa vita. Tengo saltuariamente anche delle letture rivolte a genitori che hanno perduto un figlio. Non ho avuto io l’idea di fare queste cose, non le ho mai proposte io queste iniziative. Non credevo di poter essere in grado, avevo paura, mi chiedevo come avrei potuto parlare a persone che conoscevano il dolore davvero, che poesie avrei mai potuto leggere loro? Malgrado mi avesse già ripetutamente salvato la vita ancora ignoravo la vera grandezza della poesia. Il problema vero è che stimiamo troppo noi stessi, misuriamo tutto sulle nostre capacità, che sono estremamente limitate. Ignoriamo invece che se ci abbeverassimo alla Sorgente di ogni ispirazione, potremmo davvero compiere miracoli. Grazie a Dio le cose accadono malgrado noi. Tenere laboratori in queste situazioni è diventata in assoluto la cosa che più amo fare, e lo dico consapevole del mio egoismo perché è molto più quello che ricevo rispetto a quanto posso dare. Ricevo da ognuna e ognuno di loro, e insieme riceviamo tutto dalla poesia, che ci nutre, ci riempie gli occhi di lacrime per la commozione di riuscire a incontrare la bellezza, ci salva, ci redime, ci apre alla speranza e alla gioia! Sì, anche alla gioia.
Quello che accade in questi momenti è impossibile da raccontare, bisognerebbe essere presenti per capire. Ma io ho visto davvero la poesia prendere per mano chi si stava smarrendo e sostenere il peso di un dolore che sembrava insopportabile. Ho visto occhi che si erano spenti illuminarsi ancora e altri piangere lacrime nuove, non più disperate. Ho visto la poesia scendere in mezzo a noi, farsi creatura vivente e accarezza i volti di tutti. E quello che ci tengo a precisare è che in queste circostanze leggo soprattutto poesia contemporanea quindi sì, la poesia ha ancora tantissimo da dire e sì, può essere uno strumento capace di aiutare a ritrovare la strada della compassione, dell’amore verso il prossimo, la strada della comunione e della fratellanza, la strada della bellezza. E ancora dico sì, credo che la poesia non solo possa, ma debba aspirare a risvegliare la speranza in un presente migliore, credo addirittura possa realizzarlo. Ma è chiaro che mi sto riferendo a una poesia che non può essere mero esercizio di stile, non sofisticata ricerca linguistica fine a se stessa, non sperimentazione esasperata per scandalizzare e stupire, e nemmeno immediatezza assoluta priva di ricerca, nemmeno espressione dei propri stati d’animo o sensazioni o sentimenti o idee opinioni! Non può essere diario e nemmeno delirio. Servono talento e lavoro quotidiano, una dedizione totale, assoluta, serve sentire che senza la poesia si potrebbe morire, come dice Rilke nella prima lettera a un giovane poeta, bisogna saper dire con Margherita Guidacci Mio Dio, salvami dalla parola condotta in parata come un vitello nel giorno di fiera…
Esiste un detto, come sempre si trova in varie versioni, della tradizione Sufi, che invita a fare molta attenzione prima di parlare. Ci chiede di misurare ogni parola, e di consentire a ognuna di esse di attraversare tre cancelli. Al primo cancello chiedi se la parola che stai per pronunciare è vera. Onesta, nata dalla verità del proprio sentire, del proprio essere, una parola che affonda le sue radici nella verità della propria esperienza vissuta, una parola che non può temere di essere smentita. Casomai non creduta, molte verità vengono rinnegate… se non è così, allora va rimandata indietro, altrimenti potrà passare il primo cancello e arrivare al secondo, e qui chiederai alla tua parola se è necessaria. Utile, se serve. Se è al servizio del bene, una parola capace di portare con sé e seminare nel cuore di chi l’ascolta il seme del bene. Se questa parola passa anche questo cancello arriverà al terzo, dove domanderai: è gentile? Cioè, sa prendersi cura di chi la riceve?
Ma per chi ha la responsabilità di essere poeta, non bastano nemmeno questi tre fondamentali cancelli, ne serve almeno un altro: è viva? Questa parola è abbastanza viva da invitare il prossimo alla vita? Così viva da trasformare anche la morte in vita? Da far venire voglia di vivere, di sognare, di buttarsi nelle cose, di non risparmiarsi. E se proprio vogliamo essere davvero grandi poeti allora chiediamo infine: è una parola d’amore? Già, è una parola capace di muovere il sole e l’altre stelle?
Ecco, non possiamo chiedere niente di meno, né accontentarci di qualcosa di meno.
Quando ho letto Ahimè Ahi Vita, di Walt Whitman, e ogni volta che ancora la rileggo, quando arrivo alla Risposta, sento ogni organo, ogni nervo, ogni parte di me, tutto quello che sono, accordarsi all’antica danza celeste. Mi sento parte del creato, mi sento parte di un tutto che è davvero infinito. Mi sento inciso nella storia incredibile della vita. Tutto esulta in me, tutto canta.
Quando Emily ci dice che le basterà impedire a un cuore di spezzarsi per sapere di non aver vissuto invano, o aiutare un pettirosso, io le credo. E voglio anche io non vivere invano.
Quando leggo i miei amati poeti e le mie amate poetesse, molte e molti dei quali vivi e cari amici, io mi sento grato, grato commosso e felice, e non so sopportare nessun odio, non posso dare asilo in me a nessuna violenza, nessuna stortura. Desidero solo la gioia, per ogni essere vivente. Quando leggo ad alta voce la grande poesia, sento il mio cuore generare pace, e traboccarne e spargerne tutta intorno. Io credo davvero e fermamente che l’amore abbia a che fare con questa bellezza, col prendersi cura di tutte le creature, visibili e invisibili. E credo che la poesia sia il seme di questa rivoluzione. Che si debba cominciare a seminarlo ovunque.

Un vero inno alla gioia questo pezzo! Sembra vibrare sulla stessa lunghezza d’onda del Cantico delle Creature, dove l’amore dona la vista per cogliere la profonda, invisibile trama di bello. buono e vero, sottesa a tutto ciò che è creato.
Grazie di cuore per questo commento che mi fa infinitamente piacere!