Archivio mensile:Luglio 2026

Luciano Villa, “Gli spiriti della valle”

Recensione di Francesco Improta

Luciano Villa, Gli spiriti della valle (Bookabook Narrativa, 2026)

Ho avuto più volte occasione di confessare la mia scarsa simpatia per il genere fantasy, sia a cinema sia in letteratura, ma con altrettanta sincerità devo ammettere che Gli spiriti della valle di Luciano Villa, non diversamente dal suo precedente Di pietra e di sogno, di cui il nuovo romanzo costituisce il sequel, mi ha fatto parzialmente ricredere. Va precisato innanzitutto che non si tratta di un semplice fantasy per la capacità dell’autore di attraversare vari generi, sottoponendoli a una sapiente e personale rivisitazione.  Del resto, gli eserghi tratti rispettivamente da H. P. Lovecraft (La cosa sulla soglia) e P. Ovidio Nasone (Le metamorfosi) ci trasportano dalla weird fiction alla letteratura classica. Il libro, decisamente corposo (oltre quattrocento pagine), è suddiviso in quattordici capitoli, incorniciati da un prologo e un epilogo e impreziositi da una particolareggiata mappa del Mandamento di Triora nella Valle Argentina del 1828 di Lino Pastorelli e dalla copertina allusiva di Chiara Mazzocchi in cui una figura femminile, ingenua e innocente, come testimoniano l’abito bianco e la fronte bassa sarà presto vittima di presenze fantasmatiche e inafferrabili che si muovono tra gli alberi. Continua a leggere

Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

Siamo caduti in un inverno terribile
dove non c’è più spazio per giovinezza
e amore. Pensiamo solamente ai poveri
morti che ci guardano chiudendo gli occhi
ai fasti del Passato. Ridendo allora
contempliamo il futuro che ci esclude:
smozzicati crani di persone in maschera
beviamo alla fonte perenne di eternità
un falso elisir che ci spegne per sempre.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La fatica della Storia

(Gerhard Richter, Annunciazione dopo Tiziano)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». [Mt 13,24-30]

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Raffaela Fazio – Per slanci e culmini fatici 

Riflessione di Fornaretto Vieri

Nei testi dell’ultima opera di Raffaela Fazio, “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, che si caratterizza per levatura tematica e qualità stilistica, e in special modo nella prima sezione del libro, viene posto in massima evidenza il rapporto tra riflessione filosofica e canto. 

Non posso fare a meno di sottolineare che, accostandomi alla produzione lirica di Raffaela, sono rimasto impressionato dalla consonanza della sua idea di poesia, del suo sentire e del suo fare artistico, con tutto ciò di cui mi sono convinto in tanti anni di riflessioni. 

Per Raffaela, la poesia assume il pensiero, si misura con esso, se ne fa carico, ma nel momento in cui lo tocca per farlo suo, inevitabilmente lo trasforma, fino a portarlo oltre sé stesso. Perché la vera poesia giunge là dove il pensiero filosofico non ha la possibilità di arrivare. Mentre il dire teoretico, raziocinante è un dire che delimita, definisce e circoscrive, il dire poetando è sempre un dire oltre, un oltredire che porta lontano. E il lontano della poesia è però qualcosa che ci riguarda molto da vicino, riguarda la nostra essenza più autentica, è come un luogo di cui avvertiamo una struggente nostalgia.   Continua a leggere

Jim Morrison

a cura di Giorgio Stella

VII

Donna lucertola
con i tuoi occhi d’insetto
con la tua selvaggia sorpresa.
Calda figlia del silenzio.
Veleno.
Volgi le spalle con un sussulto di gemente saggezza.
Gli occhi ciechi senza palpito
dietro mura sorgono nuove storie
e svegliano sbadigliando & piagnucolando
la bizzarra alba dei sogni.
Cani dormono distesi.
Il lupo ulula.
Una creatura sopravvive alla guerra.
Una foresta.
Un fruscio di parole spezzate, soffocante
fiume.

Prima del salto: quattro componimenti per riflettere sulla poesia contemporanea

di Zairo Ferrante

Queste quattro poesie nascono da una necessità personale.
Dopo un’analisi dello stato poetico attuale, ho avvertito l’esigenza di un netto taglio con il passato. Non per il gusto della contrapposizione, ma per la necessità di ricondurre la poesia a una dimensione a mio avviso più autentica, nella quale la sostanza di un’azione possa prevalere sull’estetica della sua rappresentazione.
L’immagine che meglio sintetizza questa esigenza è quella del rospo che chiude la prima poesia. Nel suo salto goffo non vede un limite, ma una possibilità. In quell’imperfezione riconosco una parola che preferisce rischiare piuttosto che adattarsi, una parola che accetta l’attrito del reale invece di rifugiarsi nella ricerca della forma. Continua a leggere

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

L’ombra della mia anima

L’ombra della mia anima
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra della mia anima!

Sono giunto alla linea dove ha termine
la nostalgia,
e la goccia di pianto si muta
in alabastro di spirito.

(L’ombra della mia anima!)

Il nodo del dolore
si scioglie,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un labirinto oscuro
di stelle affumicate
confonde il mio sogno
che è come illanguidito.

L’ombra della mia anima!

E un’allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo dissolversi
la parola amore.

Usignolo mio!
Usignolo! Ancora canti?

Madrid, dicembre 1919

Massimiliano Bardotti. Poesia e mistica

 

Il mondo non lo risaneremo –
Scorrerà per sempre la tristezza sulla terra –
ma potremo, questo sì,
spargere un profumo –
leggero attorno a noi –
che qualcuno che lo avverta sia sorpreso
da un ricordo, una speranza,
un cenno di consolazione.

Il mondo non lo risaneremo.
Per sempre ancora scorreranno vite
su questa terra triste –
su questo mondo che tristissimo costringe
le vite a rifugiarsi nel timore,
a consolarsi con pezzi già guastati
di felicità d’avanzo,
a confondersi in amori
messi insieme dalla pena.

Non lo risaneremo il mondo.
Non ci resterà che amarlo.

Bernardo De Angelis
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10

Michele Ranchetti

 

a cura di Giorgio Stella

Di chiesa in chiesa verso la reliquia
l’itinerario è dove sei, è in te, non ha
segni apparenti: dove era
una strada e attorno vi si apriva
un accorrere, è fisso
sbarrato un presente.
Rimane un abside, un portale
figure di dannati in fughe
apocalittiche a formare
un intrico di fede
murata nelle anime credenti:
i corpi vanno al riscontro.

Giuseppe Conte, “Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito”

Articolo di Giovanna Visci

IL RISVEGLIO DI PAN E LA GENESI DEL CANTO

Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito (Bompiani, 2026)

“Credici o crepa”.

È questa la chiave di lettura dell’ultima opera di Giuseppe Conte, Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito, edito da Bompiani. Un imperativo che non è un semplice espediente stilistico, una formula che si ripete come un mantra o il responso di un oracolo ma l’invito, quasi imperativo che lo scrittore rivolge a sé stesso e al lettore, a credere nel mito, nella letteratura, nei sogni per resistere ad un tempo di nichilismo e di morte. “Il problema è sempre credere, amico mio, non avere paura di credere”.

Il poeta Giuseppe Conte pubblica questo romanzo nel maggio del 2026, dopo decenni di fedeltà ai valori della poesia, del mito e della natura. Fin dagli esordi poetici con L’ultimo aprile bianco (1976) e narrativi con Primavera incendiata (1980), attraverso i numerosi romanzi, le raccolte poetiche riunite nel volume Poesie 1983-2015 edito per la Mondadori, e i numerosi saggi, tra cui Il mito greco e la manutenzione dell’anima (Giunti, 2021), la voce di Conte si è sempre distinta per la sua capacità visionaria e metaforica. La sua ricerca si è orientata costantemente, attraverso il mito, intorno a quelle dimensioni dell’esistenza come l’eros, la natura, l’anima, il sacro, che l’umanità contemporanea sembra aver smarrito, soggiogata dalle logiche del potere, dell’economia e della tecnologia. Per questo, lui, “come un archeologo dei suoi giorni”, come lo definisce Raboni, riporta alla luce ciò che è stato rimosso o dimenticato.

Su una spiaggia della Sicilia, vicino ai Giardini di Naxos e ai piedi dell’Etna, dove i greci con le loro navi erano venuti a fondare la prima colonia e il tempio di Apollo, un litorale prossimo a scomparire ed essere divorato dalle onde del mare, l’io narrante, narratore di primo grado e primo alter ego dello scrittore, incontra quello che a prima vista sembra “un grumo nero, un tronco arenato, una montagnola di alghe secche” e che si rivela, poi, essere “un demone. Uno spirito custode del mare. O forse un senzatetto in carne e ossa”. Pare che dietro di lui si nasconda “un profeta inascoltato, un angelo caduto, un esiliato che possiede una verità terribile”, “uno di quei relitti umani” nei confronti dei quali il poeta ha sempre provato un senso di fraternità.

Già da questa prima pagina del libro si capisce come la narrativa di Conte mantenga, sempre, le tracce del suo stile di poeta: una scrittura fortemente metaforica e simbolica, l’accumulazione di immagini e di enumerazioni, un lessico misto tra il concreto e il sacrale. La sintassi è paratattica e per apposizioni, più evocativa che dimostrativa ed il tono è visionario. Con l’aiuto di Ungaretti e del titolo, Della stessa sostanza dei sogni, citazione presa in prestito dall’autore dalla Tempesta di Shakespeare, capiamo che “quel grumo nero” è un altro alter ego del poeta, un “grumo di sogni”, unanime e fraterno a tutti noi, non solo per la consapevolezza della fragilità e della labilità della vita umana ma anche per la capacità di saper vedere oltre ciò che appare e di sapersi connettere con il mistero. È un uomo libero che ama il mare, un senzatetto perché senza protezioni politiche o accademiche, “mon semblable, mon frère”, come avrebbe scritto Baudelaire; capace di accogliere le visioni e rivelarle agli altri, come Blake o Rimbaud; sullo sfondo di un paesaggio che, però, oltre ad essere quello paterno, rievoca quello della Sicilia di Quasimodo e degli Ossi di Seppia di Montale: eroso, in via di disfacimento, che ha dinanzi a sé come unico orizzonte possibile il mare. Per Conte il paesaggio è, oltre che luogo letterario, sempre il “punto di partenza per un ragionamento”, come aveva intuito Italo Calvino nel 1983 recensendo L’Oceano e il Ragazzo: la sabbia erosa è la denuncia di un problema ecologico, il mare è ricerca di un “varco”, oltre la realtà apparente e cruda delle cose, ma anche luogo ove arrivano naufraghi e reietti dal nostro Mediterraneo.

A questo demone senzatetto, che non ha un’Itaca e non sa dove tornare, ma sente il desiderio continuo di fare ricerca, proprio come il poeta dichiara di sé più volte nelle sue poesie (Il mio demone è un senzatetto in G. Conte Ferite e rifioriture, Mondadori, 2025), per sette giorni, tanti quanti sono i giorni della Genesi, appaiono all’alba delle dee, degli dei, delle eroine e degli eroi. Le figure non si susseguono in maniera casuale ma seguono un percorso ascensionale e sono ben collegate l’una all’altra: si parte da Gea, che emerge dal Caos, fino ad arrivare a Pan, di cui era stata annunciata la morte, che qui, rappresenta, invece, il punto di arrivo a suggello del percorso iniziatico del poeta. Il Saggio su Pan di Hillman viene citato dallo stesso autore come punto di riferimento nella Nota dell’autore, insieme ad altri scrittori come Ovidio, Omero, Pavese e Lawrence.

Questi personaggi si presentano al senzatetto, parlano in prima persona, utilizzando un linguaggio che è caratterizzato da una varietà di registri: a volte utilizzano un lessico colloquiale, gergale, onomatopeico (“cazzo”, “quel briccone”, “grooooow rooooow oooooow”) a volte elevato e specifico (“sclerotizzato”, “agalmatofilia”); a volte parlano in inglese (“Hi man, wake up”), altre in greco (“kai su kaire), altre in italiano; conoscono canzoni (“My fair lady”) e versi dei poeti (“Quant’è bella giovinezza…chi vuol esser lieto sia”). Danno del “tu” al senzatetto, in modo confidenziale, proprio a testimonianza che gli dei sono fra noi, come noi, caratterizzati da una modernità e da una varietà umana. È il Mitomodernismo. Sono loro stessi a raccontarci le loro storie nei diversi monologhi, I monologhi del mito, come rivela il sottotitolo del libro. Anche loro, narratori di terzo grado, costituiscono ulteriori aspetti dell’anima dello scrittore, a un livello più profondo: ciascuno è una parte dei movimenti dell’anima di Conte e dell’essere umano. Se ci interroghiamo su questa scelta narrativa dello scrittore, capiamo che è dovuta alla volontà di avvicinarsi all’essenza dell’anima dell’uomo, caratterizzata proprio dalla molteplicità. Provando a chiederci quale divinità sia più vicina al nostro animo o a quella di Conte, non riusciremo a trovare una risposta: tutte le voci delle dee e degli dei, delle eroine e degli eroi risuonano in noi. Non possiamo scegliere chi seguire fra Atena, Afrodite, Ermes o Antigone ma tutte le voci restano in noi riecheggiando la moltitudine whitmaniana: “Do I contradict myself? / Very well then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. La scelta della narrazione a incastro, permette di scendere in profondità, di scandagliare l’animo umano e dello scrittore, oltre che ampliare le prospettive e le visioni del racconto.

La narrazione di questa Genesi, inoltre, ha un percorso lineare e ascensionale ed interessante sarà, poi, interrogarsi sull’oggetto della creazione. Nella prima giornata si comincia con Gea, Eos, Afrodite, Anfitrite, Medusa, Ifimedia, Amimone: tutte divinità greche femminili, riconducibili all’archetipo del femminile originario che hanno a che fare con la l’acqua, la fecondazione, il desiderio e la metamorfosi. Sono la forza creatrice originaria e trasformativa. La seconda alba porta con sé delle divinità liminali, che invitano a riflettere sui labili confini dell’identità umana: Ermes, Ermafrodito, Tiresia, Tamiri ed Efesto sono figure che incarnano la metamorfosi e ci invitano a riflettere su come l’essere umano cresca e si arricchisca con l’incontro con l’atro, diverso da sé. La terza mattina le visioni del senzatetto portano Atena, Artemide, Atalanta, Marpessa, Aretusa e Persefone. Ci troviamo di nuovo di fronte a delle figure accomunate dall’elemento femminile, profondamente legate agli elementi naturali e al destino. Si tratta, però, di un femminile diverso che rivendica il diritto all’autonomia e alla rinascita.  Nella quarta mattina arrivano Eracle, Prometeo, Pigmalione, Dedalo e Talo: gli eroi dalla forza erculea, che rappresentano il potere creativo e trasformativo dell’uomo, attraverso la forza, la tecnica, l’intelligenza. Ma Conte ci avverte: “Ascoltami, un eroe non è chi compie grandi imprese, ma chi resiste, cocciuto, alla barbarie del mondo.” Nella quinta mattina, ecco che arrivano a coppie Arianna, Teseo, Medea, Giasone, Edipo e Antigone. Ed è l’occasione per riflettere sull’amore di coppia che soffoca, al pari di “Novembre” che rappresenta “il sapere sclerotizzato e scaduto”: lo strutturalismo, la semiologia, la psicoanalisi freudiana, il sociologismo marxista, tutto quello a cui Conte si è ribellato alla fine degli anni Settanta, rivendicando “il diritto di parlare di alberi”, in opposizione a quanto affermato da Brecht. Interessante è l’incontro con Antigone perché genera nel senzatetto, narratore di secondo livello, una reazione unica in tutto il libro. Sinora egli ha sempre ascoltato tutti gli dei parlare sdraiato sulla sabbia, ora si mette in ginocchio, in segno reverenziale, perché ama la sua ribellione e il suo atto di insubordinazione contro il potere gli sembra supremo e necessario. Questa donna che parla, che si ribella, che disobbedisce a una legge iniqua, viene punita ma dona l’esempio a tutte le ragazze che verranno e si rivolge a loro direttamente: “Io obbedisco a leggi più alte e più eterne. È una donna che ti parla, è una donna che si è ribellata, che ha detto no, che ha pagato con la vita la sua disobbedienza. Ho rinunciato a tutto. […] C’era, c’è, qualcosa di più forte dell’affetto e dell’amore, per me. La lotta, la giustizia, la pietà. Ho perso tutto, infelice, figlia di una stirpe infelice. Ma ho dato l’esempio a tutte le ragazze che verranno. Il potere è guerra e sangue, combattetelo, insorgete, mettete le vostre leggi davanti alle sue. Voi potete farlo. Voi, soltanto voi, avete energie per farlo.” L’alba della sesta mattina porta con sé personaggi del ciclo troiano: Enone, Paride, Briseide, Patroclo e Pentesilea. Con loro scopriamo che le vicende della guerra, anche quando portano gloria e fama, arrecano sempre il dolore. L’ultima mattina porta con sé delle figure del ciclo dell’Odissea: Nausicaa, Circe, Calipso, Penelope. Ogni donna ha vissuto e racconta in modo diverso il suo rapporto con Odisseo, punto di riferimento per tutti gli uomini ma da cui Conte si sente in parte diverso: egli non ha mai avuto un’Itaca, mai un Telemaco, mai la sua scaltrezza. Forse in comune hanno avuto la passione per il viaggio, la sete di conoscenza, il mare, l’incontro con diverse donne protagoniste dell’Odissea. La prima, Nausicaa, la giovane “dalle bianche braccia”, che lo ha accolto rispettando le leggi della xenìa; la seconda, Circe, la donna-maga che costringe l’uomo a confrontarsi con la sua natura animale; la terza, Calipso, la donna nasconditrice che invita a riflettere gli uomini sul paradiso e l’immortalità come gabbia spingendo Odisseo a preferire la mortalità e i suoi limiti; infine Penelope, moglie fedele e intelligente, capace di attendere l’uomo che ama senza essere passiva.

In conclusione appare Pan e l’incontro con il dio si rivela un risveglio. Il monologo di Pan ha un tono diverso rispetto alle altre voci, che risultano più narrative. Questo è un inno, un testo lirico che richiama la scrittura di Whitman non solo per i contenuti (la celebrazione dell’io, della molteplicità dell’identità umana, dell’idea di democrazia, di uguaglianza, della amore per la natura, di recupero del corpo e della sessualità) ma anche per la forma (una prosa ritmica vicina al verso libero e lungo whitmaniano che dà la sensazione di ampiezza e di respiro, anafore, ripetizioni, elenchi, paratassi, uso della prima persona, tono celebrativo e profetico). Se Plutarco annunciava la morte di Pan con l’avvento del Cristianesimo, per indicare che la società occidentale predilige la razionalità sull’istinto, la città sulla natura, controlla la spontaneità, il gioco, il sesso, separa il corpo dall’anima, ecco che Conte arriva alla fine del libro a far sentire la voce del dio che ci risveglia e permette a lui, e a noi, di recuperare il gioco, il desiderio, la sessualità, il piacere, la natura, il corpo, il ritmo e, quindi, a questo punto di poter scrivere versi. In Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito Conte, infatti, ci mette davanti non solo alla Genesi del mondo ma a quella del suo poièin, del suo fare poetico. Ci mostra come la sua scrittura nasca partendo dal Caos, “materia inerte e senza forma, tutta buchi e vortici di oscurità pronti ad assorbire e trattenere in sé ogni raggio di luce” fino ad arrivare, attraverso la trasformazione e la metamorfosi, alla nascita di “una stella dalla luce abbagliante […] la stella della sera, Venere”: bella, armoniosa e compiuta. È chiaro l’insegnamento di Nietzsche: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”: i disordini, i dubbi, le sofferenze, le passioni non ancora risolte sono condizioni a volte necessarie per poter generare qualcosa di creativo, di bello e vitale.

Ecco allora la forza risvegliatrice di Pan, che scuote la coscienza addormentata dalle logiche della razionalità, del consumo e della tecnica riportandola al contatto con la natura, con il desiderio e con una dimensione sacra dell’esistenza per aprire le strade alla scrittura della poesia: “Hi man, wake up, ora svegliati e scrivi. Cos’altro sai fare?”

La campana e il vuoto. Kaveh Akbar, o il sacro come ferita

di Andrea Sirotti

C’è un modo, in Kaveh Akbar, di nominare Dio senza metterlo al sicuro in un olimpo devozionale. Dio entra nei suoi versi come forza esposta al dubbio, alla goffaggine, alla fame, al desiderio, al corpo. Il sacro non vi appare mai nella forma di una certezza ascetica; irrompe semmai come una pressione, una ferita, un’ipotesi che torna a bussare proprio quando sembrerebbe impossibile crederle. Per questo Il miracolo, la raccolta uscita in Italia nel 2025 per Il Saggiatore, è un libro religioso nel senso meno pacificato del termine: costringe il lettore a sostare nel punto in cui fede e dubbio si assomigliano e si feriscono a vicenda, senza offrire alcuna dottrina, per quanto eretica possa essere. Continua a leggere

Vincenzo Cardarelli

 

a cura di Giorgio Stella

Alla morte

Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
Lin un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.