Archivio mensile:Aprile 2026

“O miei amici democratici”. Una riflessione su Jacques Derrida

Jacques Derrida

di Danilo Di Matteo

Un autore generalmente considerato impolitico o prepolitico come Jacques Derrida ci aiuta potentemente a comprendere due fenomeni complessi dell’attuale scenario politico occidentale e globale: 1) i populismi, variamente declinati; 2) il “divorzio” tra democrazia e capitalismo, presagito da Norberto Bobbio già negli anni Ottanta. Cediamo la parola al filosofo franco-algerino: «Con questo divenir-politico, e attraverso tutti gli schemi che gli attribuiamo, a cominciare dal più problematico di tutti, quello della fraternità, si apre la questione della democrazia, la questione del cittadino o del soggetto come singolarità contabile. E quella di una ‘fraternità universale’». Ed eccoci al passaggio dirimente: «Non c’è democrazia senza rispetto della singolarità o dell’alterità irriducibile, ma non c’è neanche democrazia senza ‘comunità degli amici’ (koinà tà phílon), senza calcolo della maggioranza, senza soggetti identificabili, stabilizzabili, rappresentabili e uguali tra loro». Cinque righe che paiono condensare un intero trattato politologico. E ancora: «Queste due leggi sono irriducibili l’una all’altra. Tragicamente inconciliabili e per sempre offensive» [1].

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Buon compleanno, Giorgio!

 

Amore cerca amore

di Giorgio Stella

alla memoria di Dario Bellezza

Ora che mi lavo la faccia con le mie braccia,
verrà il giorno che non ci saranno più libri.
Di già li vedo, i più piccoli bambini che
vanno verso la scuola di Giuda con tutte le
informazioni nei polsi strette come loro
persi nei paltò al neon classico reo confesso,
le stesse che di lì a poco tempo dopo
dovranno riincidere sulle pietre
e le madri offese dalle troppe faccende domestiche;
il fuoco nella notte, il sole nel giorno e il
pomeriggio inteso come medioevo,
‘gli intellettuali nel medioevo’,
quando la cinese accende le lampade rosse
nel ristoro bianco di piogge
ove si pose chi si rese:
“un sakè Ser, ce ne andremo dalla vita senza destino?”
“Il bar è pieno signore… pieno di quelle luci
al neon che ritagliano all’ombra l’anima,
nostra, amore cerca amore, la storia non importa –
detto ciò, non fa nessuna differenza che tu
sia nata ora o quando bambina piangevi per
essere bambina, figlia mia”.

[da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010]

Giorgio Stella. Versi

(+Scarlatta+) – (Giorgio Stella in data 26/04/ 2026.) – al tronco di rose al proprio tribunale io dedico questo mazzo di ombre – ‘POVERA ROSA!’ Quanno pe ncopp’a ll’arbere (…) – Salvatore +Di Giacomo – (SCARLATTA) – l’Europa è un occidente maomettano di Corano assente. .. come l’induismo fosse la Bibbia del romanticismo cattolico – se le corazze di luce potessero gli elmi in scudi! – l’Europa è il bacino occidentale dell’oriente meridionale. … chi vuole di più dal neon di Las Vegas? – noi esseri inumani siamo gli Angeli del Vangelo… Il medioevo della Vergine Maria il Suo Cristo nel lutto di Dio! – un tempo fu diverso, diverso dal tempo medesimo – Nazaret era un bazar di conchiglie e imburrate pannocchie di tonno x le bottiglie, le bottiglie del tronco, col miele a fianco il miele delle betoniere – (una pausa) – Continua a leggere

Intervista a Leda Erente. Tornerà il grano a sfiorare i tetti

di Massimiliano Bardotti

 

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

“Tornerà il grano a sfiorare i tetti” nasce da una visione durante una passeggiata. È un auspicio a tornare a vedere la bellezza dei grani antichi che svettano fino ai due metri di altezza, non vuole essere un ritorno nostalgico al passato ma alla fertilità della terra, a un tempo ricco di vita, di biodiversità, che ci porta a essere in comunione con tutto, ad essere custodi della Terra, testimoni di bellezza, in una visione olistica di cooperazione tra gli esseri viventi. I grani antichi hanno radici forti e uno stelo altissimo come a indicarci che per poter guardare verso il cielo occorre prima rivolgere lo sguardo dentro, cogliere l’impronta dell’infinito anche in un campo di grano e percepire quei momenti di bagliore come una carezza, in cui pensi: questo attimo era per me. Il cuore si apre e continua il respiro dell’universo, può accogliere il linguaggio della natura che non usa parole ma ci parla attraverso le sue meraviglie, che non vanno possedute ma ammirate nel loro mistero, esserne grati, constatare che non esiste una foglia che rinneghi il sole, invece, nell’umano, c’è chi rinnega qualcosa che è più grande di sé e preferisce vivere nell’oscurità. Continua a leggere

Remigio Zena

a cura di Giorgio Stella

 

Remigio Zena (1850-1917)



                                      dalle Poesie grigie 

1. L'invito

(Quella sera sull'album)

La sera d'Ognissanti 
venga anche lei da me: 
serviremo in famiglia 
quattro marrons-glacés
e una tazza di thè 
Infilandomi i guanti 
e masticando un sí, 
pieno di maraviglia 
sono rimasto lí
diritto come un I. 
Ha aggrottato le ciglia? 
In fè mia non lo so; 
una nube davanti 
agli occhi mi passò
quando lei se ne andò. 
E ho mangiato in famiglia 
quattro marrons-glacés 
la sera d'Ognissanti... 
Fu un poema per me
quella tazza di thè. 
Sola voi siete la regina mia, 
regina incoronata 
tra le belle e le ricche. 
La vostra corte è tutta poesia
ed io nell'anticamera dorata 
                         sono il fante di picche!

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Mare

Il mare
è il Lucifero dell’azzurro.
Il cielo caduto
per voler essere la luce.

Povero mare condannato
a eterno movimento,
dopo aver conosciuto la calma del firmamento!

Ma della tua amarezza
ti redense l’amore.
Partoristi Venere pura
e la tua profondità
resto vergine, senza dolore.

Le tue tristezze sono belle,
mare di spasimi gloriosi.
Ma oggi invece di stelle
hai verdi polipi.

Sopporta il tuo dolore,
formidabile Satana.
Cristo ha camminato sulle tue onde,
ed anche Pan.

La stella Venere è
l’armonia del mondo.

Taccia l’Ecclesiaste!
Venere è il profondo
dell’anima…
E l’uomo miserabile
è un angelo caduto.
La terra è il probabile
Paradiso perduto.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La porta

(Christine Safa)

«In quel tempo, Gesù disse: – Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo  seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece non lo seguiranno e fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: – In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.

Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.[Gv 10,1-10]

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10

Giorgio Stella. Versi

VERENA – Giorgio Stella in data 25/04/2026 – dedicato a nessuno e al tutto questo poemetto. (Eclissi e percezioni, con
donnine di vetro (…) (Franco Tralli.) – la Medaglia Miracolosa nn esiste esiste, Cristo in croce cioè la Medaglia Miracolosa – Sant’Ignazio di LOYOLA diceva, pregando: Disponi di me e delle cose come più Ti piace. – un Angelo uno tra i tanti non votati ai tarocchi si limitò in nessun limite a lievitare le anime infinite – il Santo Spirito è l’anima dello Spirito Santo quindi Dio è Salvo! La creta nn ha paura della seta… Che bel messaggio! Grazie San Michele Arcangelo della boa rossa, dell’arma nutriente di pannocchia e del cocco sulla bilancia nella ceramica della betoniera senza svastica di coralli neutrali al neon delle aragoste – (una pausa) – (un’altra pausa) – Il SANTO CURATO D’ARS raccomandava : ‘Cuore x amarci (…) … In genere o genericamente – la betoniera brucia nella candela del bazar nel museo della cera dove chi possiede un uovo avrà la medaglia dell’ala – il faro ci suggerisce o registra di nn guardare il neon… Possibilissimo! Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. GLORIA! nn di Morrison/Maometto, caduto nella trincea del suo burro parrocchiale di turno, di turno serale, serale nel medesimo turno! – la pannocchia nella betoniera è una forma di ceramica in cera… Ci raccomanda PADRE CHARLES DE CONDREN : O Gesù vivente in Maria (…) .. in effetti l’Europa è Orientale a tutti gli effetti come nel bazar chi nulla prende niente da’, e nn fa’ nulla basta il perdono di tutto il Dono! – il neon ha una plastica facciale come la betoniera il sasso della pietra in fiore quindi VERENA stringi le dita, ma nn le incrociare mai! ——————— nota: nell’ epoca di nessuna epoca c’è l’epoca reciproca alla Croce del Creato appunto dell’epoca mancante – il tronco di miele la clessidra il faro insomma tutti i volti protagonisti sono sciolti dai nodi! (G.S.) #

Assunta Sànzari Panza

Francesco

Piccolo piccolo, ossa consunte,
miracoloso, egli stesso miracolo,
sguardo alla pietra occhi chiusi rapiti
penetrano la coltre
che ammanta serra
la parola di pace.
Siede una donna al suo fianco
stringe le braccia al petto composto delirio
testura di gesta antiche
tutto ciò che narra
e lei disegna la sagoma sacra,
sottili capelli bruni unghie divelte
dal misero incanto di madrefeconda
esile corpo reietto logorato dal tempo
in basso con la polvere:
non sono sapiente, ma il nulla,
l’ultimo degli ultimi,
in basso è il mio posto
beati i poveri i semplici
che si nutrono di libertà
povertà è libertà
beata Irene

avverso templi di stille argento.
Cavalieri con armature dorate
e palmi colmi di gloria,
andate per il mondo a mani vuote.
Ecco l’uomo: invoca risposte
la mente il respiro le dita intrecciate
recise le vesti torna alla madre
com’esule figlio di misera erba
arsa dal sole fratello padre amico.
Si odono cori di voci fatue
echi di parole traslate, bisbigli confusi:
impariamo dai sassi il silenzio.
Ecco di nuovo cosa dice l’uomo
che reclina il capo su un guanciale di pietra.
L’uomo ricco ma povero
povero ma ricco.
Deus mihi dixit
la parola è ora profezia di eclissi
nessun trono nessuna fattezza dorata
nessun precetto: la scrittura
non detta leggi né dispone confini
mentre i passi avanzano stanchi
e la folla si stringe sussurra parla poi grida,
infine siede su troni di sabbia.
Il grano è miraggio sopito
nell’arido soffio di vento
che brucia le vesti divora le carni
a terra soltanto frammenti di ossa.
Deus mihi dixit ancora grido di goccia vagante
il corpo vacilla nell’eremo
impariamo dai sassi il silenzio
la presa fulminea afferra le acque
genera chiassosi rissosi scroscianti battiti
a invadere il coro di pensatori.
Eterni riflessi di eterna memoria.
Tacete, creature, figlie dell’arida zolla,
inondate di canti i flussi lontani.
Andate, cercate, aprite i palmi.

Cosa resta dell’uomo grato
agli uccelli, che invoca la pioggia sorella
che esulta se sente le frecce nel petto?
Visto dal cieco
udito dal sordo
da minima pietra a macigno
il cui nome è eco mai spenta.

Da La visionaria di Assunta Sànzari Panza
Firenze, Vallecchi, 2026

David Maria Turoldo

 

a cura di Giorgio Stella

Ieri, all’ora nona

Ieri all’ora nona mi dissero:
il Drago è certo, insediato nel centro
del ventre come un re sul trono.
E calmo risposi: bene! Mettiamoci
in orbita: prendiamo finalmente
la giusta misura davanti alle cose;
con serenità facciamo l’elenco:
e l’elenco è veramente breve.

Appena udibile, nel silenzio,
il fruscio delle nostre passioncelle
del quotidiano, uguale
a un crepitare di foglie
sull’erba disseccata.

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio (“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”)

Raffaela Fazio, Un Sì illocutorio
(“Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, Ladolfi 2026)

Il filo conduttore di questo libro è una domanda che mi sono posta: qual è il Sì che può essere pronunciato davanti alla Vita

A mio parere è un Sì capillare che, attraversando prove e incertezze, comporta l’accettazione dell’esistenza e delle sue sfide non con rassegnazione, né con irenismo, ma con fiducia e con il coraggio anche di posizionarsi fuori dal coro, controcorrente. Un Sì illocutorio, che coinvolge chi lo pronuncia e ne innesca l’agire. Un Sì anaforico, che va ripetuto di volta in volta, non potendo mai essere dato per scontato, perché spesso rischia di affievolirsi, di ammutolire.

Questo Sì, questa forza vitale, assume sfumature diverse per ciascuno di noi. Sottotraccia vi è l’idea del desiderio come spinta che orienta lo sguardo e il passo, se è vero che proprio dal modo in cui concepiamo il desiderio dipende anche il modo in cui ci muoviamo nel mondo e intessiamo relazioni. In questo senso mi richiamo a una tematica a me cara, già affrontata nella raccolta precedente, “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023), aggiungendovi punti di vista e punti di fuga diversi.

Nella prima sezione, che dà il titolo al libro, “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, mi pongo la domanda anche interloquendo (e a volte dissentendo) con alcuni filosofi che mi hanno particolarmente stimolata: Arthur Schopenhauer, Ludwig Wittgenstein, Baruch Spinoza, Michel de Montaigne, Karl Popper, Alexander Baumgarten, Edmund Husserl, Friedrich Nietzsche. 

Nella seconda sezione, più biografica, “Vivo in mezzo ai vivi”, parto da esperienze vissute, come la perdita di una persona cara, la scoperta di un tumore, il mio legame con gli affetti quotidiani. 

Nella terza sezione, “Gli iris di van Gogh”, torno su un aspetto accennato nella prima sezione, soprattutto con Baumgarten, fondatore dell’estetica moderna, riprendendo l’idea della bellezza come via percorribile per pronunciare quel Sì alla Vita, una via che fa i conti con il dolore (come quello conosciuto da Vincent van Gogh, da Caspar David Friedrich, da Edvard Munch e da Amedeo Modigliani, artisti a cui dedico i miei versi), una via che non persegue il mero piacere dei sensi, ma che, puntando all’intensificazione dell’esperito e riconoscendo il valore della condivisione, si vuole finestra aperta verso l’Ulteriorità, lascia spazio al Mistero e ad esso si appella, si affida.

***

Tre poesie della raccolta:

Invece 
dell’ultima paura, una voce
semplice, capace
                           di uscire allo scoperto
incontro sia alla vita sia alla morte
come il larice
che sulla sua corteccia
sente il fuoco e gli risponde
            offrendo
                    la resina migliore
                    goccia a goccia
o la bocca di Isaia così imperfetta
resa pura
            al tocco
del carbone ardente.


Emettere
un suono solamente
(sia sfida, sia abbandono):

Hinneni
- eccomi! ci sono.

*

Sì, Signor Nietzsche

Lo sento, lo sento
il suo grido, il suo inno
frainteso
a ogni scheggia di vita
a quel ragno, a quel chiaro di luna: 
istante 
che non muore in sé stesso
ma che è teso, vibrante
come corda in boccheggi di note
come danza che vuole
al suo interno 
l’abisso, la notte e la rosa
come serpe che si squama
e rinasce
come il Sì, Signor Nietzsche
che redime 
l’eterno
se detto anche a un solo momento 
(al tocco di un filo si muove 
l’intera rete)
ed è un Sì a fondo perduto
senza ritorno
che va ripetuto ripetuto ripetuto
nella scelta 
di volere in ciò che ci accade
l’accadimento.


Friedrich, negli occhi le vedo
il volto sfuggente del vero
la stella, il Dio ignoto
(da cammello a leone a fanciullo).
Ma lo spazio che preme
non trova 
nella mente confini.
Immobile e muta, la fine dei giorni.
Il corpo ora è cavo
e pare 
che nulla lo sollevi.
Eppure
fa ancora una prova
e tenta di unire 
le mani
all’ascolto di un brano.
Il suo ultimo gesto 
è risposta a quel dono:

vorrebbe, vorrebbe
applaudire. 

*

16/12/2024

Ieri notte ero sveglia, agitata.
La Vita mi ha detto: Ascolta.
E mi ha avvolta
mentre ero rannicchiata.
Le ho chiesto un momento.
Lei mi ha lasciato il tempo
di un singhiozzo
e ha ripreso: Non è la prima volta
ricordi? Ricorda. A ritroso
scendi passo a passo.

E nel farlo sentivo
che lei c'era a ogni svolta 
a ogni scossa
e che mi preparava (questo sì
mi ha sorpreso)
da quando ero bambina.
Ma appena ho messo il piede
su quello che credevo
l’ultimo scalino
tutto è rallentato e si è confuso.

Adesso dormi un po’.
Ti tengo stretta.
Neanche tu arriverai alla terra promessa.
Ma sposterai i tuoi confini.
Di giorno in giorno sarà
una mina che salta
in ciò che è circoscritto
un’uscita continua
dall’Egitto.

Roberto Carifi

 

a cura di Giorgio Stella

Non ti domando nulla, o Dio,
questa è la mia preghiera,
una richiesta che non chiede,
non vuole questo o quello,
solo che tu mi liberi dal mio volere,
che mi abbandoni al Sentiero
dov’è limpido e chiaro
chi non sceglie,
chi non distingue
e non separa dalla notte il giorno
né sopporta che l’ombra
si estingua nella luce
questa è la mia preghiera, o Dio,
che anche la morte mi venga incontro
senza perché, offerta come un fiore.

In famiglia. Un racconto di Francesco Marrone

 

Obelisco di Bitonto

Giunti nel quartiere dei “Santi Medici”, ci sentivamo come dei viaggiatori approdati nella terra madre.
Dinanzi ad un obelisco Carolingio, issato a memoria di una avvenuta apparizione della Madonna Maria Immacolata che lanciava un monito al generale spagnolo, ricordavamo puntualmente il suo miracolo; il capo delle armate nemiche lasciava che la città appena conquistata, non fosse oltraggiata dopo la sanguinosa vittoria sulle truppe franco ungheresi.
Quell’evento sarebbe divenuto memoria di un momento storico avvenuto il 26 maggio del 1734 ad opera della Santa protettrice del nostro paese.
Era sempre quella colonna adornata da enigmatici bassorilievi     tuttora a sorgere severa ed impassibile, su di una moderna piazza; questa scarna e semivuota sembrava prostrarsi dinanzi alla facciata incolore di una basilica pontificia, sorta di recente, mentre l’irremovibile obelisco recava alla sua sommità una maestosa corona.
Dopo aver lambito l’ala a nord di tale piazza, anche oggi svoltavamo ancora più a nord percorrendo stradine dal diametro più esile, ricavate da edifici a due o più piani, costruiti in tutta fretta negli ultimi decenni; giungevamo così a casa dei miei nonni materni.
Ci imbattevamo sovente in delle abitazioni semplici ed umili dalle facciate bianche corredate da piccoli balconi, queste tramite il loro scarno portone ospitavano al loro interno sei diversi nuclei familiari, accomunati dalla loro origine contadina.
Durante le calde giornate delle assolate estati, molti uomini dalla pelle scura su rughe profonde, raggiungevano la frescura della fontana pubblica più vicina da cui attingere l’acqua con cui riempire i propri orci ruvidi ed assetati.
Intanto le mogli nelle loro case indaffarate, consumavano il proprio tempo nell’approntare file di pomodori da essiccare in piani arieggiati in bilico su esili telai, mentre numerosi fichi raccolti e scelti con cura, venivano sottoposti alla cottura del sole ancora cocente, per essere preparati con succo d’uva e foglie di alloro e così sistemati in modo serrato in contenitori di vetro ermeticamente chiusi.

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