di Massimiliano Bardotti
1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
“Tornerà il grano a sfiorare i tetti” nasce da una visione durante una passeggiata. È un auspicio a tornare a vedere la bellezza dei grani antichi che svettano fino ai due metri di altezza, non vuole essere un ritorno nostalgico al passato ma alla fertilità della terra, a un tempo ricco di vita, di biodiversità, che ci porta a essere in comunione con tutto, ad essere custodi della Terra, testimoni di bellezza, in una visione olistica di cooperazione tra gli esseri viventi. I grani antichi hanno radici forti e uno stelo altissimo come a indicarci che per poter guardare verso il cielo occorre prima rivolgere lo sguardo dentro, cogliere l’impronta dell’infinito anche in un campo di grano e percepire quei momenti di bagliore come una carezza, in cui pensi: questo attimo era per me. Il cuore si apre e continua il respiro dell’universo, può accogliere il linguaggio della natura che non usa parole ma ci parla attraverso le sue meraviglie, che non vanno possedute ma ammirate nel loro mistero, esserne grati, constatare che non esiste una foglia che rinneghi il sole, invece, nell’umano, c’è chi rinnega qualcosa che è più grande di sé e preferisce vivere nell’oscurità.
2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?
La poesia permette di fare esperienza della realtà, di penetrare nelle cose, ponendo attenzione a ritmi e segni che si aprono nel visibile, in quel corpo vivo a cui apparteniamo, come soglie sull’invisibile. La poesia è una relazione con l’infinito, con il mistero, che richiede silenzio, bisogna farsi da parte perché canti qualcosa che va oltre noi. Pavel Florenskij diceva che “l’uomo non possiede la parola come un suo tesoro ma la trova come un dono, il suo compito è coltivarla, portarla a maturazione…”, ecco per me la parola è come un frutto che quando ha raggiunto il suo punto di equilibrio, di armonia, si dona al mondo a chi vorrà gustarlo. L’armonia che sostiene la vita è un suonare insieme, occorre lasciarsi trovare dal suono dell’universo e come una ciotola vuota farsi risuonare finché nasce un canto dentro che risponde e partecipa con la sua personale canzone, riconoscendo i doni che ogni giorno ci vengono offerti. Per questo la poesia parla al cuore mite che, come il frutto maturo, ha raggiunto quel punto di armonia che condivide lo stesso ciclo vitale di nascita e morte con le api e le piante. Penso che la parola poetica richieda obbedienza e costanza, termini che possono sembrare austeri, in realtà il loro significato etimologico ci restituisce l’antico valore, obbedire vuol dire prestare ascolto, stare in relazione con quel che ci sta davanti, che è l’essenza dell’ascoltare, senza aspettative fino a unirsi con esso, e costanza da “stare con”, quindi poesia come compagna di vita, non un obiettivo da raggiungere a tavolino ma una relazione da coltivare ogni giorno, nel quotidiano per cercare di renderlo straordinario.
3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?
Mi lascio trovare, è un dialogo con l’invisibile fatto di incontri inaspettati o appuntamenti che si rinnovano, come con il mandorlo che è il primo a fiorire alla fine dell’inverno, a loro devo il mio canto, il bosco è maestro, la sua lezione è di allenarsi ad avere una postura di attenzione, farsi sorprendere e ascoltare con tutti sensi aperti, il cuore innanzitutto, l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità diceva Simone Weil e aggiungo anche di umiltà, nel senso di lasciare spazio a qualcosa che ti supera, mettendo da parte il proprio io. Tutta questa bellezza non sempre la vediamo, non la curiamo eppure osservare deriva da serbare, custodire uno sguardo aperto al meraviglioso, questa è la vera unica rivoluzione. L’ispirazione è un bacio con l’infinito, un gesto d’amore che invita ad aprire il dono della creazione, a farsi custode della bellezza. Chiedete alle foglie del pioppo che tamburellano nel vento, lì c’è tutta la felicità di questo mondo…
La poesia per me non è un esercizio intellettuale, ma è un gesto semplice, “semplice” vuol dire piegato una volta sola, anche le piante medicinali sono dette “semplici“ e sono alla base di complessi composti, semplice non significa di immediata comprensione ma che se disponi il tuo animo all’ascolto l’apertura ti sarà facile, ma devi voler scegliere di entrare in relazione con quel mistero, se vuoi che ti riveli i suoi segreti devi prima rivelargli i tuoi, ti devi avvicinare tu per primo. Come dice padre Guidalberto Bormolini “la poesia ha tre dimensioni: la relazione con l’Alto, con l’altro e con se stessi, la parola poetica ti connette a una fonte inesauribile e se ti avvicini al meraviglioso diventi tu stesso meraviglioso“.
4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.
I poeti che mi hanno accompagnato in un percorso che è innanzitutto di ricerca spirituale, ciò che più conta per me, sono Rumi, Emily Dickinson e Christian Bobin, ritengo anche fondamentale nella mia vita la lettura delle sacre scritture, dei Salmi.


