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A che serve

di Fabrizio Centofanti

Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?

Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…

Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve. Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.

Claudio Damiani

Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
o cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.

Oltre l’indignazione: il ruolo della poesia “civile”

di Raffaela Fazio

Una premessa: tutta la vera poesia, di cui quella comunemente detta “civile” è una piccola parte, rende un importante servizio alla società, perché tiene sveglia nell’individuo la coscienza della sua umanità e, di conseguenza, del suo essere un “essere di relazione”, in quanto essere che nasce e cresce dalla e nella relazione con gli altri, con il mondo, con la storia, all’interno di un gruppo, di una civitas e di una cultura. Continua a leggere

Ma il bene resiste, di Massimiliano Bardotti

di Fabrizio Centofanti

Massimiliano Bardotti ci offre un altro dei suoi doni: spiegare con la poesia la vita. E anche la morte. Le prime pagine sono gravide di un ribaltamento che ci invita a vedere il passo finale da un’altra prospettiva, un viaggio dalla paura alla speranza. Non si tratta di una rassegna di versi cristiani, anzi, spesso la parola decisiva proviene da un ateo, da un cosiddetto lontano, cosa che, del resto, accade anche nel Vangelo: chi non ricorda il dialogo di Gesù con la donna cananea, inaugurato da uno scioccante “non le rivolse neppure una parola”? Eppure, il Cristo ne elogerà la fede, al di là dei confini stabiliti da credenze e religioni. Ciò avviene – anche e soprattutto – nella poesia, laboratorio di bellezza, porta eternamente aperta sul mistero. Rumi, Claudio Damiani, Emanuel Carnevali, sono alcune delle voci che si prestano a sondare l’invisibile, a scoprire la vita nella morte, la speranza nel cuore stesso della disperazione. Continua a leggere

Se non vedo, credo.

Caravaggio, Incredulità di san Tommaso

di Fabrizio Centofanti

Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno di vita, poter dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? L’ho toccato con mano!

E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, in cui si fissa una parete bianca.

Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che Ti occupi di me. Non Ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.

Fuliggine di grazia, di Paolo Carlucci. Lettura poetica di Marina Petrillo

Fuliggine di Grazia

Luce allo specchio qui mi racconta
il sonno, dolce dopo la fatica, del bucato,
della spesa, d’essere tu, donna comune,
che legge nascostamente alla candela
di un fiore. Ma devi rigovernare la stanza.

Chiusa nella tua casa, stanca ti svegli.
Hai ombre quotidiane nel cuore, Maria?
È già un broccato di spine, il tuo riposo?

Stretta tra i mobili e le imposte, una busta
bianca ti svola vicino lo straccio dell’infinito
sul tavolo. È uscito anche il gatto, per il pasto;

é sporco di fumo il camino, fuliggine di Grazia
ritrovata tra le pentole: questo è il nero, l’unto
che racconta la pasta grezza della luce. Continua a leggere

Cesare Viviani

Ha cancellato i segni delle civiltà passate,
è acqua innocente,
è lei che comanda e impone:
non si interessa di niente,
e i termini, le valutazioni
li lascia al rabberciare umano,
a chi fa il pezzo autentico e il falso,
a chi ai minimi spostamenti sotto le foglie
dedica ridicoli appostamenti che danno
voglie e senso alla vita.
E dove si apre la terra per siccità
esce tenerezza e bontà.

da Passanti

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

L’ossimoro che salva

(Dosso Dossi, Giove Mercurio e la Virtù)

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». 
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.”  [1Re 19,9°,11-13a]

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Essere o non essere

di Fabrizio Centofanti

Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.

So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.

Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.

Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. lo, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.

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