da qui
Archivi autore: fabrizio centofanti
In tutto
Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo
Della vita non resta altro che sentirla
perdersi in certe vie fuori mano
di sterpame bruciato, di grido consumato –
di memoria che deforma nei suoi
specchi.
Tra spirali inattese, mordaci paure,
l’incerto battere come di remi
nello stretto dei transiti.
E tuttavia, qualunque sia l’equazione
inerente all’enigma,
urta alle pareti del mondo
l’ardore delle cose che trascorrono
invisibili
nel segno mancante, interrotto, distante,
dove l’Assoluto è ovunque,
immobile nella sua vertigine.
da Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo, Poesie scelte 2007-2026, Giuliano Ladolfi Editore 2026
Lì
Deserto d’acqua. (Taras, dalle Murge all’ILVA, via Salento)
di Francesco De Girolamo
Ed ora chiamami straniero, selva di moli informi
ed anse fiocinate ed alberi lunari senza più brada,
stregata linfa, muraglia di miasmi protetti
di incombusti pozzi di neve nera e calda,
dai sigilli alle arcate nascoste, infecondo frantoio
d’oro eroso e argento arsenicato, ciurma persa
in lungomari sbarrati, bordeggiante e sinuosa
in caffetani intarsiati di sabbia turchese
e bellici scafandri rococò, tessuti da piccole larve
in brulicanti bazar indostani o grotte singalesi.
Ritorta costa d’Itria, pitagorico regno burlesco
della riscossa dei malnati, in forzato soccorso
ai derelitti, dannati d’oltremare, d’altro dialetto e stesso
volto di pietra scura. Ed anche voi, visitatori di passo,
scesi a sciamare da logore carrozze e non da inermi,
naufraghe prigioni, bare a trecento piazze per smunti
traci assetati, voi che ormai forse non fuggite altro
che il vostro antico, pallido tedio, fate attenzione
a togliere ogni spina, ogni residua stilla di veleno,
prima di assaporare il cuore polposo di quel nostro
selvaggio frutto di cactus, ocra-arancio, candito
allo scirocco dei più nascosti orti dell’assolata baia
d’un troppo stanco Ulisse, che mai tolse gli ormeggi,
deposte le sartie lasche, dal malioso pontile a tutto sesto
delle lampare in perpetua risacca.
Strade
Giorgio Stella, Sterpia
Questa è la poesia figlia del
fato che mai avrei voluto
scrivere mai, sai?
Nel delta sterpia
la data sua sulla mia ultima
poesia che non può più mai mai
per tornare a
quei mari, rovesciati, nella
rotta di tutti i cieli fino ai
nidi dei firmamenti, stessi,
le narici colme di… di sale
nella bambina estate
dove chiamavi le conchiglie madri
che chiamano al vento i figli loro
principi degl’abissi nei
castelli di sabbia bagnata
e t’avvolgeva un raggio d’ombra
dal sole al cuore fosti preso in
pieno morto e vivo
nello stabilimento marino
dove muoio in eterno riposo
per ritornare vivo e vegeto
al resto di me stesso
che ho scordato d’annegare
nell’ultima estate per la prima
volta fanciullo, perfetto nel
rudere elementare nella stagione
della terra ferma dove si ferma la terra
stessa sull’asse suo nel vuoto mio sono
io il sono suo del primo viso morto
sull’ultimo volto vivo al mondo
io non piango, risparmiato.
da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
“Perché ve ne state qui…senza fare niente?”
(G. Baglione, XVII sec., Carità e Giustizia)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. [Mt 20,1-16]
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carlo Livia
FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carlo Livia
Se la parola è espressione esclusivamente del rigore scientifico e dei concetti del sapere e della filosofia nessuna luce potrà giungere da essa. Per Carlo Livia è invece necessario che la poesia si abbeveri alle sorgenti inquiete e misteriose dell’inconscio, liberando sogni e visioni capaci di placare l’ansia di verità e di bellezza.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere
Gratitudine
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino
Lineetta — o trattino lungo — e parentesi: due preziosi turbatori del ritmo e della linearità sintattica, grazie ai quali un concetto si scava una cuccia nel flusso discorsivo senza minimamente alterarne l’ordine logico, ma arricchendolo di mosse abrupte, esattamente come avviene nel pensiero.
Grazie
Conseguenza
Luigi Maria Corsanico legge Òscar Hahn
Cosa resta
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Libro 1
Il Libro 1. Un mondo a parte?
Secondo Andrea Kerbaker “Il primo libro non si scorda mai”. Il primo libro, in questo caso, è la Bibbia di Gutemberg, opera di una vita, che il tipografo tedesco, ideatore nel Quattrocento della stampa a caratteri mobili, realizza in 180 copie nella propria officina: “Il mestiere è totalmente nuovo: occorre insegnarlo ed inventare le varie fasi giorno dopo giorno, insieme agli apprendisti che si stanno formando con lui. Da subito, nell’officina si lavora su un testo a due colonne, dapprima su 40 righe, poi aumentate a 41 e infine a 42; il volume finale sarà noto infatti come la Bibbia delle 42 linee”. Continua a leggere
Inizio
Giuliano Mesa
ritorna ciò che rimane,
ritorna
inaridito d’ossido,
non come,
non concavo,
solo parole andate,
che rimangono,
a fare piaghe,
una dopo l’altra,
làmina frangia intaglio,
a fare un corpo nuovo,
fatto di piaghe, fitte,
una accanto all’altra,
parole piaghe,
parole vere non più vere,
parola tace,
taci
taci
[da Fuga tripla]
Il più grande
Tu sei
La gioia è difficile trovarla. Giri di qua, di là, e scopri al massimo risate sguaiate. Perché la gioia è superarsi, lasciare che sia un altro a prendere le redini. L’allegria è un’altra cosa. Anche questa non è poi così frequente: il correttore automatico, infatti, mi ha sostituito la parola. Ha messo Algeria. Magari lì sono felici, ma non credo.
La gioia sei Tu. Un Dio è gioioso per principio. Perché è Dio. Uno che gioisce non critica, si abbandona all’onda della vita che lo attraversa volentieri, perché alla vita piace vivere, naturalmente.
Ci inviti alla gioia, a perderci in Te, nella tua capacità di metterti da parte, di renderci importanti. L’amore è fare spazio. Gli ebrei lo chiamano “tzim-tzum”: il ritrarsi, perché l’altro sia.
lo sono perché Tu sei l’lo sono. E lasci che io sia.


















