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La ricerca della verità e del senso di un ragazzo, poi prete, poi uomo che ama

di Sabatina Napolitano

Alberto Ravagnani, classe ‘93, era un prete: ad oggi non lo è più. Per questo raro evento che capita nella vita di pochi ha dedicato una autobiografia dal titolo “La scelta” (Sem, 2026) a metà tra un libro di formazione e un diario spirituale. Il libro comincia con una esortazione chiara e una parolaccia: “Cazzo, la Messa!”, nonostante l’incipit il racconto continua come una espiazione e una introspezione continua, in un gesto pieno di amore. Un’enfasi immaginata lungo il percorso di sentieri definiti dal binomio, “bravo” e “cattivo” passando per il “bravo bambino”, “bravo seminarista”, “bravo prete”, “bravo padre”, e poi il “cattivo maestro”, “il dubbio”, “la scelta”, “la libertà”. La parte del bravo sembra una parte passiva, sofferta di abnegazione e rinuncia, mentre dalla parte cattiva si traccia una linea ribelle. Potrebbe risuonare così a una prima lettura, frettolosa. Ma andando più a fondo della penna dello scrittore e dell’uomo, si nota una acuta analisi sia della sua stessa evoluzione personale che dell’evoluzione della collettività. Un uomo che si è cercato pregando, arrivando a consacrare la sua intera esistenza a Dio, a sposare la chiesa. Letto il libro come il film di una vita appare pieno di chiaroscuri, di ossimori tra ombre, spazi privi di luce e improvvisi raggi tra le azioni. I gesti di preghiera si mischiano al desiderio di salvare il mondo, sé stessi, abbracciare l’umanità intera. E sebbene io mi ponga ora da poeta e da lettrice (non da catechista, o teologa o biologa o insegnante) non posso tralasciare di dire che il percorso chiarisce la consapevolezza della scelta: appartenere alla libertà per amare in modo libero e consapevole. Il libro parte da un ritardo alla messa, con un corpo privo di luce cioè di vita, eppure Alberto cominciava già a sentire una differenza fra la vita sacra e quella semplice degli uomini. Tra la differenza delle luci. Lo stato d’animo persistente è il senso di colpa, l’ansia. Semplicemente perché lo scrittore ha cominciato a sostituire l’amore plurale, poetico per le folle e per gli sconosciuti, e per i giovani all’amore per sé stesso e il suo proprio destino. Il racconto dei gesti così sofferti e degni di poesia rimandano alla condizione umana: un prete ha una gestualità sacra di chi rinnova un sacrificio e si fa sacrificio. Eppure dal primo capitolo introduttivo si comincia a illanguidire la figura del prete per fare spazio all’uomo con le sue derivazioni sensibili e intime.  Continua a leggere

César Vallejo,

a cura di Giorgio Stella

Pietra nera su una pietra bianca

Morirò a Parigi con la pioggia,
in un giorno del quale ho già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non esagero
forse, come oggi, un giovedì d’autunno.

Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e ho indossato a tradimento
gli omeri, è giovedì, e mai come oggi
mi vidi solo dopo tanto andare.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti e a nessuno lui fece del male;
lo legnavano sodo e duramente

lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’osso degli òmeri,
i sentieri, la pioggia, l’esclusione…

Damasco

Caravaggio, Conversione di San Paolo

di Fabrizio Centofanti

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.

Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.

Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.

Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

J. Rodolfo Wilcock

 

a cura di Giorgio Stella

A mio figlio

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari di
quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 4

 

 

La Morte 4.   Svegliarsi, perché?

 

    “Non è questo sole morente che mi fa paura”, recita la voce narrante. Però il sole non si intravede. Viceversa, tre alberi campeggiano, alberi fronzuti e dietro di loro (a delimitare un campo?) una lunga geometrica recinzione, non troppo alta. Nella vignetta in basso, gli stessi alberi, la stessa recinzione ed in primo piano il volto di un ragazzo dalle grandi orecchie, che fissa qualcosa, la bocca semiaperta.  Continua a leggere

4
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Antonia Pozzi

 

a cura di Giorgio Stella

Preghiera

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.

da Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.

Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.

(trad. E. Pocar)

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“… toujours tu cheriras la mer

(Marco Beconcini acquerello, 2018)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». [Mt 13,44-52]

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Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Mandate a dire all’imperatore
nulla nessuno in nessun luogo mai

Vittorio Sereni

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

James Joyce

a cura di Giorgio Stella

XXVI

Tu accosti un divinante orecchio,
Mia signora, alla conchiglia della notte.
In quel sommesso coro di delizie
Quale suono spaurí il tuo cuore?
Rassomigliava a fiumi scroscianti
Dai grigi deserti del nord?

Ciò che tu senti, pensaci bene o timorosa,
Sentí pure colui che ci lasciò
Eredi d’una storia demente
Da evocare all’ora degli spettri.
E tutto per qualche strano nome che lesse
In Purchas o in Holinshed.

La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio

 

di Fabrizio Centofanti

Ho appena ricevuto il libro La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio, che raccoglie ventotto dei suoi innumerevoli articoli scritti sul blog omonimo. Parliamo di un autore che ha fatto dell’incandescenza la misura stessa della vita. Non c’è da stupirsi, perché Augusto si è costantemente mosso all’inseguimento del cuore – delle persone, delle cose. La sua è una sinfonia di suoni, di odori, di colori, la sensibilità di chi attraversa la vita guardandosi dall’evitare gli opposti scogli della gioia e del dolore, senza mai dare nulla per scontato, capovolgendo luoghi comuni, anzi, arrivando a destabilizzare e a scandalizzare, come dovrebbe fare ogni scrittore che metta la verità al posto confacente, e cioè il primo. Continua a leggere

Luciana Frezza

 

a cura di Giorgio Stella

Self-service

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance