
Il Mistero 5. Quella realtà seconda
È vero: l’universo è un po’ strano. Perché negarlo? Una stranezza di cui facciamo parte, indubbiamente, a cui anzi contribuiamo in maniera determinante. Coi nostri gesti, coi nostri pensieri, con le nostre ipotesi. Che tentando di chiarire misteri all’apparenza insolubili suscitano nuovi interrogativi, propongono ulteriori articolate spiegazioni in merito a fenomeni la cui occulta dinamica sembra peraltro resistere ad ogni chiarimento.
Prendiamo l’enigma delle porte, sia quelle chiuse sia quelle aperte. “In ogni casa c’è una porta che non viene aperta quasi mai”, scrive Alessandro Trasciatti nel suo Prose per viaggiatori pendolari, “È quella per la camera degli ospiti di riguardo, aspettati invano da un anno all’altro. È quella del salotto buono, con i mobili coperti da lenzuola in attesa del pranzo di nozze del figlio quarantenne. È quella dove si conserva imbalsamato il caro estinto fino al giorno del Giudizio”. In questa casa solo il capofamiglia possiede la chiave della porta sempre chiusa, che è quella del bagno; gli altri componenti del nucleo devono utilizzare i servizi igienici dei vicini e “Naturalmente paghiamo loro il disturbo”. Situazione difficile anche per gli abitanti della casa con la porta sempre aperta perché impossibile da chiudere, malgrado ogni sforzo: “Così l’abitazione si riempie di vento e di pioggia, di mosche e di zanzare. Si fermano i passanti e le comitive di turisti, c’invadono le stanze e restano a cena. I ladri vanno e vengono e così la polizia. Ogni giorno nuovi arrivi, nuove scorrerie su per le scale e lungo i corridoi”.
Non si tratta di inconvenienti bizzarri, di misteri da poco. Anche solo rimanendo alle abitazioni, come regolarsi se “Al centro dell’universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori”? Certo, si gode a pieno della stanza, gli occhi e i sensi possono riempirsi di tutte le trasmissioni, “Si può fare l’amore con noi stessi fino al completo appagamento”. E tuttavia, “Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo”. Chi non scherza, viceversa, è l’autore, è Trasciatti: che prende molto sul serio queste brevi prose, rifinite con eleganza, con un umorismo lieve capace di indagare senza trafiggere quell’universo sospeso che galleggia accanto al nostro, quella realtà seconda dove le cose accadono con studiata lentezza o con un’accelerazione imprevista. Vedi, nel primo caso, l’Ufficio delle Lettere Morte, luogo labirintico dove le missive non si decidono a partire, forse per un indirizzo sbagliato, forse perché intercettate dalla censura, forse perché risucchiate da un archivio onnivoro; vedi, nel secondo caso, la pianticella innocua posta nel salotto, un fico che improvvisamente prende a crescere di un centimetro all’ora, invadendo l’abitazione, ramificandosi nel pavimento, sfondando il soffitto, costringendo gli inquilini a fuggire: il tutto accade in sedici righe e nell’ultima l’autore si limita a riferire che “La magistratura di Pisa ha aperto un’inchiesta”.
Una realtà seconda, dunque, specchio distorto, della prima? Forse una realtà prima che scivola irresistibilmente nella seconda. Che scivola consenziente, con diversi gradi di oscillazione, di consapevolezza, di consenso. Che pende verso il Mistero accettando la stranezza, postulandola anzi quale elemento fondante. Come nel caso di Rigoli. Il paese, la cui ubicazione geografica appare indiscutibile, è lambito da una ferrovia che procede da Lucca a Pisa (e ritorno); dettaglio significativo: il paese gioca a nascondino con il treno. “Magari Rigoli sta acquattato dietro un cespuglio e fa passare il treno. Poi, sempre di nascosto, corre svelto per certe vie che sa solo lui, supera la locomotiva e gli si ferma davanti all’improvviso, cosicché il macchinista è costretto ad inchiodare i freni”. Perché il paese adotti questo comportamento, perché eluda puntualmente le legittime attese dei passeggeri e dei macchinisti, non è detto. L’autore, diligente cronista dell’assurdo, riporta solo la frase udita a mezza bocca da un ferroviere: “Anche stavolta c’ha fregato”. Ed annota: “Ed io penso che parlasse di Rigoli”.
Alessandro Trasciatti, Prose per viaggiatori pendolari, MobyDick 2002