Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine 5

La Solitudine 5.   Lo spazio sotto

 A volte tiene caldi, la Solitudine. Ti circonda, ti avvolge, ti fa star bene; ti riporta ad un passato dai contorni soffusamente mitici, ti fa immaginare un futuro in fondo non spiacevole, ti estrae comunque dal presente, rimodulando il tempo. 
Anne-Marie Mille ha recitato tutta la vita, in ruoli secondari, senza mai diventare un’attrice di successo. Umile ragazza di provincia, ritagliava le foto di Brigitte Bardot incollandole su un album che poi mostrava orgogliosamente ai suoi ospiti invisibili, e già si trasformava, già si calava nella parte, divenendo lei la Bardot, lei la Diva: “Girando le pagine con aria modesta commentavo gli episodi della mia vita, perché naturalmente ero io quel prodigio di beltà. Anne-Marie la beltà”. È anziana adesso, Anne-Marie, ha una protesi di titanio nel ginocchio ed odia andare in giro col bastone, vive sola dopo la morte del marito – “Con mio marito mi annoiavo, ma sa, la noia fa parte dell’amore” –, ed è afflitta da un figlio ansioso quanto il padre, che le ha regalato un defibrillatore finito nel fondo dell’armadio e tirato fuori solo quando il ragazzo, ormai uomo di mezz’età – “Comincia ad avere la chierica. È diventato flaccido” –, viene a trovarla, incollandosi poi davanti al televisore.
Si confessa Anne-Marie, si lascia andare. E i suoi interlocutori, come in gioventù, sono ancora immaginari. Sono i giornalisti che la intervistano dopo i funerali di una collega celebre, conosciuta agli inizi della carriera e poi ritrovata in vecchiaia; a questi interessati fantasmi da cui crede di essere circondata, Anne-Marie racconta senza peli sulla lingua tanti e tanti episodi della propria vita, narra le sue ambizioni, i suoi struggimenti, i suoi raggiungimenti: “La locandina era affissa all’ingresso del teatro. In fondo c’era il mio nome. Ci passavo davanti sessanta volte al giorno. Salivo e scendevo rue du Calvaire per vedere che effetto faceva il nome Anne-Marie Mille su una passante qualsiasi. Ero la penultima in fondo, in piccolo, ma mi si vedeva bene per via dello spazio sotto. Il nome dava nell’occhio”. Attimi di autentico orgoglio per la figlia di una guardarobiera giunta a Parigi con il cuore colmo e senza un soldo. Capace di rivivere ora, con la stessa intensità, lo stesso appagamento, i momenti vuoti, il giro inevitabile dei bar, anche quattro o cinque, dopo lo spettacolo, con l’amica attrice che diventerà famosa – “Fumavamo. Io pensavo alla vita. Mi rassicuravano i rumori della notte, il bancone di zinco, gli scoppi di voce” –, e i momenti pieni, i ruoli ricoperti, gli applausi ricevuti, i personaggi classici del repertorio: “Ho fatto Clitennestra, signorina cara, a un’età in cui nella vita vera non ero ancora madre”.
Si confessa Anne-Marie, riempie il vuoto che la circonda, affastella i ricordi con fiducia. Crede nei giornalisti fantasmi che pendono dalle sue labbra come credeva nel suo pubblico, sempre diverso eppure capace di sostenerla, di sera in sera. E non millanta, non è patetica, non si dà inutili arie; certo, non è arrivata in cima, ma ha respirato comunque a pieni polmoni quell’atmosfera, quel clima inimitabile, è stata un’ancella devota della Finzione e lo rivendica, pur senza abbellire la finzione di inutili orpelli. Chi ha scritto questo monologo, Yasmine Reza, ha calcato le scene prima di divenire in Francia affermata drammaturga; ed attrice o attore, se davvero lo sei, lo resti per sempre. Il suo Anne-Marie la beltà è un omaggio al mondo del teatro, un omaggio candido e feroce al tempo stesso. Nel diluvio di parole della vecchia artista ridotta in casa, inferma ma non doma, la felicità del passato è un’ipotesi concreta, che si proietta e riscatta il presente attraverso una Solitudine ben addobbata, piena di echi. Un palcoscenico ricreato in cui ancora si muovono gli attori intravisti da bimba, per lunghi attimi, nel paese: “Erano alti e pallidi. Molto più alti del normale. Noi pensavamo che le nostre erano vite da niente. Nessun artista ha mai avuto la statura degli attori di Saint-Soud-en-Ger. Prosper Ginot, Madeleine Puglierin, Roger Stru, Madeleine Tison, Armand Cheval, Désiré Guelde, Odette Ordonneau, Aimé Morteron, Jean Leleu, Georgia Glazer”. 

Yasmine Reza, Anne-Marie la beltà, Adelphi 2021

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