La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 2

La preghiera come dialogo con linvisibile

Come si trasforma la nostra esperienza del mondo quando ci rivolgiamo a ciò che non vediamo? Cosa accade nello spazio interiore quando le parole, anziché dirigersi verso un interlocutore tangibile, si aprono allinvisibile? E quale misteriosa alterità si fa presente in quellattesa che non è semplicemente aspettare qualcosa, ma disporsi a ricevere ciò che non possiamo prevedere né controllare?

Mi ha sempre colpito la possibilità di pensare la preghiera come una forma del tutto peculiare di dialogo in cui, messi da parte i presupposti ordinari di ogni struttura dialogica – la risposta immediata, la reciprocità simmetrica, la tangibilità dell’altro – ci apriamo alla possibilità di una visitazione dell’inedito, come si trattasse di una “annunciazione”. Lo spazio interiore si trasforma: non è più il teatro privato della soggettività, ma diventa frontiera porosa dove ciò che è altro può manifestarsi secondo modalità imprevedibili ed eccedenti rispetto ad ogni nostra anticipazione.

La preghiera diventa così non un soliloquio, né tanto meno ripetizione di formule, ma un evento paradossale, esperienza di progressivo sradicamento in cui l’essere umano si rivolge a ciò che eccede il visibile, all’interlocutore inapparente. Nella preghiera come dialogo viviamo così una donazione sospesa, forma limite del fenomeno, in cui ciò che si offre alla coscienza trattiene il proprio manifestarsi. Non si nega, ma non si espone; non si sottrae, ma non si impone. La coscienza ne avverte la presenza come possibilità attiva, come intenzionalità senza compimento.

Marcel ci ha mostrato come lesistenza autentica si realizzi nellapertura al mistero che non è problema da risolvere, ma realtà in cui siamo immersi. Nella preghiera, questa immersione diventa particolarmente intensa: la coscienza si dispone in un atteggiamento di ricettività radicale, sospendendo momentaneamente la sua tendenza a categorizzare e dominare il reale.

Forse potremmo provare a creare nella frenesia quotidiana piccoli spazi di silenzio attento; imparare nuovamente a sostare nellattesa non come frustrazione di un desiderio, ma come condizione di possibilità dellincontro con linatteso.

È in questa soglia che una domanda si fa strada: e se l’autentica trascendenza fosse quel respiro invisibile che attraversa le crepe del nostro essere, ricordandoci che siamo abitati da ciò che non possiamo afferrare, e che la vera sapienza consiste non nel dominare l’ignoto, ma nel lasciarsi trasformare dal suo passaggio silenzioso?

Un pensiero su “La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 2

  1. Ema

    “Lo spazio interiore…diventa frontiera porosa”.
    Ecco spiegata la vita dello spirito, l’atto di affidarsi. Grazie per questa preziosa profonda riflessione.

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