Archivio mensile:Luglio 2024

La poesia vista dalla luna. Trenta righe di Alberto Bertoni 1. Stefano Massari

Trentarighe n. 1*

Stefano Massari, Parlo ultimo, Postfazione di G.M. Villalta, Industria & Letteratura, Massa 2024

Stefano Massari (classe 1969), un romano trapiantato a Bologna da circa un quarto di secolo, vive sulla sua pelle un paradosso non da poco. Per indole naturale è uno sperimentatore inesausto di forme e di modi anche inusuali di trasmissione dei suoi selezionatissimi testi poetici: infatti, oltre che scrittore, è anche videomaker, autore di podcast, progettatore di siti letterari e riviste, inventore con la moglie Carlotta Cicci (pure lei poetessa di vaglia) del progetto di videopoesia consegnato al web zona|disforme, ma anche ideatore di un’originalissima metrica verbale e lineare che porta il suo verso ad agire tanto nella verticalità (com’è consueto), quanto in un’orizzontalità che sfida continuamente la prosa, senza mai abbracciarla per davvero. Dati presupposti simili, sarebbe facile includerlo nella linea di sperimentazione formale della nostra poesia, una linea di rottura della linearità sintattica e tematica. Invece, Massari è anche il poeta vivente meglio predisposto ad essere davvero “per tutti”, in quanto estraneo a qualsivoglia modo di narcisismo autobiografico oltre che ad ogni principio astrattivo legato a una fede già incarnata: e già tali caratteristiche basterebbero a proiettarlo ben oltre il Novecento. Ma ciò significa anche che meccanismi e temi profondi delle sue partiture poetiche non aderiscono affatto al polo anarcoide di rottura programmatica del senso che è tuttora vivo nella poesia occidentale né tantomeno si propongono di limitare sguardo e impegno al perimetro piuttosto estraneo alla realtà comunicativa di oggi e in fondo limitato agli altri, pletorici componenti della Società dei Poeti Viventi. No, i quattro libri pubblicati fin qua da Massari, nel ventennio compreso fra il 2003 del Diario del pane e il 2022 del più recente Macchine del diluvio, preferiscono venir riconosciuti come testimonianze di un’appartenenza assieme appassionata e critica al genere umano: un’appartenenza portata a superare ristrettezze psicologiche e solipsismi, mode e svolte solo in apparenza epocali, vezzi transeunti e prese di posizione pseudoinnovative. Questi quattro libri parlano invece di Eros e di Thanatos, di figli e di padri, di destini individuali e di autobiologie della specie, di buio e di luce, di contemporaneità e di primordi, di inesausto afflato religioso e di passione della Parola quale principio genetico, oltre che di archetipi quali il pane, il sangue, la terra e di un inesausto “cercare da mangiare”. Parlo ultimo (il cui titolo è da intendere in tutte le accezioni consentite al sintagma dalla lingua italiana) è l’antologia giustamente molto inclusiva dei primi tre capitoli della tetralogia che compone fino ad oggi l’opera poetica di Massari: ovviamente, quando se ne sarà conclusa la lettura, è da integrare con le Macchine del diluvio composte dopo. Anche così com’è, però, è semplicemente uno dei libri di poesia più compatti e necessari di questo primo quarto di XXI secolo. 

  • Negli anni Novanta del secolo passato, ho avuto la fortuna di frequentare da vicino il grande poeta Giovanni Giudici. Molto di quel che so di poesia contemporanea l’ho imparato da lui. In quel periodo, Giudici concentrava le sue osservazioni sui libri di poesia che riteneva più interessanti in una rubrica che intitolò “Trentarighe” e che affidò prima all’”Unità”, poi al quotidiano toscano “Il Tirreno”. Ora che mi avvicino ai settant’anni (l’età che aveva allora Giudici) e che il ruolo dei quotidiani l’hanno assunto i blog colgo al volo l’occasione offertami dall’amico don Fabrizio Centofanti di riprendere quella consuetudine praticata dal mio mentore e amico. I suoi “Trentarighe” venivano vergati sulla vecchia Olivetti sulla quale Giudici componeva anche molte delle sue poesie: il rigore della misura imposta dalla forma-giornale coincideva con circa 1500 battute, alle quali intendo adeguarmi anch’io. Comincio tuttavia con l’eccezione di una misura esattamente doppia, solo perché considero il libro di Stefano Massari cui ho dedicato la mia attenzione in questa circostanza inaugurale per l’appunto un’eccezione qualitativa, entro l’attuale panorama poetico. Aggiungo in chiusura che il mio “Trentarighe” non avrà una scadenza prefissata, ma verrà composto solo quando m’imbatterò in un libro degno di vero interesse critico.

 

                                                                                       A.B. 



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Credenti o non credenti, a tutti necessita un ponte

di Giampaolo Centofanti

In https://gpcentofanti.altervista.org/lintoppo-della-storia-scovato/ rilevo che in tutta la storia della cultura, almeno occidentale, si può riscontrare un oscillare tra la teoria e la pratica. Platone e Aristotele, la grecità col suo filosofare e la romanità con la sua pratica di governo, Sant’Agostino e san Tommaso, Hegel e Kant, positivismo e romanticismo, Vaticano I e Vaticano II…
Dunque non solo nella Chiesa ma anche nel mondo non credente si ripropone il problema. Ricordiamo il programma di Hilbert, che voleva ricostruire una logica autoesplicantesi e i teoremi di incompletezza di Goedel che dimostrano che la logica non può non partire da punti accettati come dati (così tra l’altro da una fede) dunque dal contatto con l’esperienza concreta. Questioni suffragate dalle teorie del caos che hanno messo in crisi la scienza che vede la realtà concreta sfuggire continuamente al proprio controllo.
Siamo in un’epoca in cui l’oscillazione propende non di rado verso Aristotele, la pratica. Ma la teoria e la pratica colgono ciascuna aspetti riduttivi e distorcenti della realtà, conducono con più difficoltà nel mistero di ogni cosa. Continua a leggere

Paul Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici


Nei Dèmoni, uno dei personaggi più enigmatici che Dostoevskij abbia mai creato dice: “Tutto è buono… Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Così disperatamente semplice è la soluzione.

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Lo stato dell’arte. Oronzo Liuzzi

L’attrattiva della socializzazione virtuale segue gli schemi del marketing. Il gioco carnevalesco della finzione è inevitabile. L’altro destinato alla manipolazione perde il riconoscimento della sua identità per diventare desiderio di consumo. Truffe, maschere, superficialità divertimento inganni etc. sono considerati offensivi alla libertà dell’individuo. È una guerra continua e silenziosa il mercato che giorno dopo giorno cerca di neutralizzare il cogito ergo sum cartesiano in quanto potenzialmente pericoloso e ribelle; deve essere, quindi, sempre più emarginato. Un inferno di paradiso. Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Mauro Macario

L’arte nella nostra epoca necrofora ha avuto un arresto onirico e il suo cervello è fortemente compromesso. Nessuno le augura di morire ma neanche di sopravvivere come un vegetale che 
non riconosce nessuno e nessuno la riconosce. C’è stato un tempo segnato dall’arte solitaria, individualistica, solipsistica, ma anche civile ed epica, volta al sociale.
Ora quel raggio planetario si è spento.
Un foglio per scrivere, una tela per dipingere, un marmo per scolpire, una tastiera per comporre sembrano ora quelle sculture funerarie che adornano le tombe. L’artista che è solo non può nulla, è destinato ad essere un perdente, affonda in un abisso. La civiltà tecnologica, figlia del capitalismo selvaggio, affetta da una bulimia insaziabile e omicida  nei riguardi della cultura umanistica, banchetta a ciclo continuo, disinvolta e incontrastata, cibandosi degli ultimi residui resistenziali di questa visione globale che aveva cuore e sangue, aneliti e speranze, sogni e utopie. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Il poco e il tutto

In quei giorni, da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia.
Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”».
Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore [2Re 4,42-44] Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Federica Maria d’Amato

È la seconda volta che Fabrizio Centofanti mi rivolge domande scomode. La prima volta mi chiese della mia esperienza di scrittura, e le risposte cercai di condensarle QUI. Ora, Fabrizio, ha alzato la posta in gioco: «Qual è lo stato dell’arte? La poesia ha ancora qualcosa da dire? È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada? C’è ancora una strada? La poesia, l’arte, la letteratura, aspirano a risvegliare la speranza in un presente migliore? Sono domande difficili: ma se aprissero spiragli di senso in un’epoca che sembra perderlo ogni giorno di più?».  Continua a leggere

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20 righe (per niente) facili

Per Marco Plebani il più alto livello di consapevolezza che la poesia può raggiungere è simboleggiato dal Decimo dan. Da qui il titolo della sua raccolta per le Edizioni La Gru (2022). Nelle arti marziali esprime il massimo livello di abilità. Ecco, mi sono domandato il perché di questa scelta. Se seguo istintivamente la stessa associazione proposta dall’autore, penso che questo livello raggiunto sia di rottura. La poesia di Plebani sloga definitivamente e pienamente il suo rapporto con la comunicazione. Il lettore può anche non esistere. E se, per fortuna, c’è, deve accettare la sfida di questa esperienza distonica. Se fosse musica, e Plebani è un musicista, il ritmo sarebbe punk, la melodia sarebbe dodecafonica.  Voglio un verso senza pause e scuse. Punto e basta. Ogni altro discorso, su metrica e poetica, è diventato del tutto inutile. Qui la poesia è puro e semplice esercizio biologico ed esperienza esistenziale. Sfinito come statua cicladica./ Defluito scarico industriale./ Automobile nera nel buio,/ buio rattrappito/ delle colline in seno./ Alla fine della neogalleria/ di Macerata qualcuno mi trovi/ come qualcosa che qualcuno ha perso/ ed ha affisso in avviso… Nell’entropia sociale del nuovo millennio Plebani costruisce con le parole la propria zattera di salvataggio.

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 5

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 5.   Rumori di fondo

 

   La radio che trasmette pubblicità e notizie; il rombo delle macchine che si inseguono nelle strade, nelle piazze, negli stretti vicoli e che si scontrano e si capovolgono; un campanello che suona, con insistenza; i passi sul pavimento, il bastone/stampella che accompagna quei passi; il crepitio infernale delle armi, armi di qualsiasi tipo; i colpi dati e ricevuti nella lotta corpo a corpo che si protrae, ferina, animalesca, di stanza in stanza. E poi il Silenzio. 

   Un silenzio che pervade l’intera pellicola. Che avvolge come una cappa, come un sudario luoghi e personaggi. Il silenzio di chi non riesce ad esprimersi ed il silenzio di chi non può più esprimersi. Nel giorno di Natale uno scontro tra bande, in strada, provoca la morte accidentale di un bambino e il ferimento grave del padre, che si è gettato all’inseguimento delle gang; salvo per miracolo, dimesso dall’ospedale in precarie condizioni ed ormai muto, l’uomo prepara la sua vendetta; allontana la moglie, che non riesce più a stargli accanto, riacquista il suo vigore fisico, diviene esperto d’armi e finalmente, il natale successivo alla tragedia, si mette alla caccia di coloro che gli hanno cambiato la vita.  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Lorenzo Mari

Sono domande difficili, molto difficili. Per questo motivo, funzionano molto meglio, per me, se restano in forma di domanda e non come spunto per un mio, inevitabilmente banale, tentativo di risposta. 

Provo comunque a svolgere un ragionamento che mi riporti, in chiusura, alle domande iniziali.

Parlare di stato dell’arte implica poter descrivere un intero campo letterario con le dovute accortezze critiche (ma anche: culturali, politiche, esistenziali, etc.), cosa che resta assai lontana dalle mie competenze. Qui e altrove, in ogni caso, leggo in vari termini di una certa stasi, di una frammentazione o polverizzazione e di un accomodamento conformistico che si fanno generalizzati.  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Anna Rita Merico

Lo stato dell’arte riguardante la poesia: non credo di poter dire cosa sia ma solo, rispetto ad esso, cosa ne sento e come mi si palesa nel mio percorso di vita. Parto, dunque, dalla mia parzialità.

Rifletto sullo spazio di indagine continua sull’essere. Spazio di apprendimento della possibilità di allontanamento dal giudizio. Spazio di autenticità all’interno del quale muovo lo sguardo  di una disciplina conquistata nel corso del tempo, la disciplina del possibile vederesentire il mondo e sé in relazione. Disciplina di forte tensione alla comunicazione, alla connessione con l’altro. Spazio non definitivamente circoscritto, spazio in continua evoluzione, spazio di mobili limiti. E’ lo spazio del nascere a sé. Spazio all’interno del quale vive il senso e la determinazione della propria spiritualità.  Continua a leggere