
È la seconda volta che Fabrizio Centofanti mi rivolge domande scomode. La prima volta mi chiese della mia esperienza di scrittura, e le risposte cercai di condensarle QUI. Ora, Fabrizio, ha alzato la posta in gioco: «Qual è lo stato dell’arte? La poesia ha ancora qualcosa da dire? È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada? C’è ancora una strada? La poesia, l’arte, la letteratura, aspirano a risvegliare la speranza in un presente migliore? Sono domande difficili: ma se aprissero spiragli di senso in un’epoca che sembra perderlo ogni giorno di più?».
No, non ci siamo, qui si rischia di dire troppo e farlo nel modo sbagliato, considerato che lo stato dell’arte attuale è tutto meno che una contingenza che si attiene all’ars; soprattutto, ho il sospetto che non vi sia alcuna strada, una vaga speranza, uno sparuto senso: non perché le abbiamo perdute, queste belle e comode scatoline ermeneutiche, ma proprio perché l’oggi, dal punto di vista gnoseologico, nulla ha da condividere con strada, speranza, senso e, aggiungo, dignità. La scrittrice Rosaria Lo Russo, rispondendo alle medesime domande, nel suo lucidissimo intervento reperibile QUI, ha affermato che «il bello non inventa il mondo, lo decora». Quando l’ho letto son saltata sulla sedia, mi son detta “ma come si permette?”. E invece ella ha ragione. V’è stato un tempo in cui il bello dell’arte, nella piena concordanza di imitatio e inventio, ha edificato cattedrali di senso tali da reggere lo splendore e la rovina di intere civiltà. Da un evo appena quella concordanza s’è sfaldata, il bello è diventato cosmesi e il vero una opzione trascurabile.
Tengo a precisare che non scrivo tutto questo con nostalgia, ma con la calma d’una cognizione, prendendo atto del mutamento: era così, non è più, sarà di nuovo così? Non credo, ma vedremo.
Orbene, si diceva, decorazione: non decoro. Quest’ultimo è scomparso dal sistema-poesia, almeno in Italia, o chissà anche nel resto d’Europa, poco importa dove. Il punto è il seguente: come può la “poesia” avere ancora qualcosa da dire se viene sempre più spesso maneggiata da malandate tribune di potere ove gli impiegati del verso inscenano ripetutamente l’esautorazione della parola poetica stessa? Dove sono andati a finire i critici ovvero coloro che Berardinelli ha definito “sistema endocrino” della letteratura? E gli editori? Chi sono coloro che lavorano nelle redazioni delle case editrici? Manager laureati in marketing o in scienze della comunicazione? Forse qualcuno con un costosissimo master in economia alla Bocconi o alla Luiss. O, più semplicemente, ottuagenari poeti rancorosi attaccati al marcescente osso del proprio fallimento (l’unica cosa che un tempo li ha distinti, l’unica cosa che gli resta).
Ma il problema, se di problema si tratta, è un altro, di cui la deriva appena accennata è solo una volgare emanazione. Forse, il linguaggio della poesia, dopo aver ceduto buona parte del proprio terreno fertile al silenzio, si è poi voluttuosamente abbandonato al reticolo dei dispositivi. Come funghi o edere le scritture cosiddette di ricerca e sperimentali prolificano erodendo i vecchi istituti e imponendosi tra le intellighenzie stanche di tramonti e gabbiani, stanche di andare a-capo, in preda a una disperazione del pensiero che ringhia e langue. Come dar loro torto? Le ferite della negatività, come le definiva Kierkegaard, hanno ammalato l’endiadi di forma e speranza, ma il rischio è che tali interessanti sabotaggi, se non sostenuti da una autentica profanazione, producano sensibilità desoggettivate e desoggetivanti. George Steiner scriveva che la tecnica incanala, ma non inizia. Sembra che il linguaggio della poesia, così come lo abbiamo studiato e tentato, non sia più sufficiente a corrispondere il nostro grido interiore; l’indebolimento delle energie verbali avvenuto agli albori della civiltà moderna ha consegnato al linguaggio della matematica prima, e dell’informatica poi, l’autorità e l’autorevolezza di parlare per noi. Nell’aprile del 1891 Paul Valéry, in una accorata missiva, confidava a Gide che, paragonata alla musica di Wagner, la sua scrittura si rivelava impotente, arrivando a definire, nel giro di una breve locuzione, l’imminente Weltanschauung della nostra condizione: «Narcisse a parlé dans le désert…»: Narciso ha parlato nel deserto.
Dunque, dove sono i poeti? dove sono le poesie?
Poesia e poeti sono ovunque: onnipresenti sui feed di Facebook e Instagram, ospiti di telegiornali e dirette social, protagonisti fissi di festival, premi letterari, consigli di amministrazione, consigli comunali, antologie, circoli, salotti, aule universitarie. Eppure, il paradosso del contemporaneo è proprio questo: quando la parola poetica sembra abbondare in realtà è ben lontana dall’esserci. Se qualcuno sta tentando di trasfigurare la tirannia della mediocrità e del metaverso nel proprio linguaggio, conferirgli linfe inedite e feconde, contrattare col silenzio la propria indicibilità, di certo si tratta di qualcuno che non si lascia scoprire, vedere, interrogare da noi perché non sta lì ad agitarsi su qualche palchetto d’occasione, non sente l’esigenza di stare con noi, tra di noi. Il suo no è impronunciato, eppure ultimativo.
Chi può dirlo? Chi può udirlo? Chi lo farà? Queste sono le domande con cui Peter Sloterdijk chiude il suo Devi cambiare la tua vita, queste le vere domande a cui cercare di rispondere, e dimenticarsene.*
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Per approfondire:
Linguaggio e silenzio, George Steiner, Milano, Garzanti, 2001
Grammatiche della creazione, George Steiner, Milano, Garzanti, 2003
Profanazioni, Giorgio Agamben, Roma, Nottetempo, 2005
Devi cambiare la tua vita, Peter Sloterdijk, Milano, Raffaello Cortina, 2010
Che intellettuale sei?, Alfonso Berardinelli, Roma, Nottetempo, 2011
Autorizzare la speranza, Italo Testa, Milano, Interlinea, 2023
Il metaverso, Gilda Policastro, Macerata, Quodlibet, 2024
