Il Libro 1. Un mondo a parte?
Secondo Andrea Kerbaker “Il primo libro non si scorda mai”. Il primo libro, in questo caso, è la Bibbia di Gutemberg, opera di una vita, che il tipografo tedesco, ideatore nel Quattrocento della stampa a caratteri mobili, realizza in 180 copie nella propria officina: “Il mestiere è totalmente nuovo: occorre insegnarlo ed inventare le varie fasi giorno dopo giorno, insieme agli apprendisti che si stanno formando con lui. Da subito, nell’officina si lavora su un testo a due colonne, dapprima su 40 righe, poi aumentate a 41 e infine a 42; il volume finale sarà noto infatti come la Bibbia delle 42 linee”.
È questa una delle tappe decisive della Breve storia del libro (a modo mio) delineata da Kerbaker. Una storia che prende le mosse – mosse fulminee, poche pagine – dal papiro e dalla pergamena, per giungere fino all’industria libraria dei nostri giorni. Una storia messa in sequenza, che dà conto delle principali svolte di un sorprendente universo, dove la tradizione e l’innovazione procedono a volte in parallelo a volte inseguendosi a vicenda; dove i non pochi scatti di creatività, convivono con le più comode, convenienti consuetudini; in cui a volte sono perseguiti intenti puri di bellezza e conoscenza, altre volte si procede secondo astute e fruttifere esigenze di mercato. Aspirazioni contradditorie, non necessariamente conflittuali, ravvivate nell’esposizione dal resoconto delle personali esperienze dell’autore, bibliomane incallito sempre a caccia, tra librerie prestigiose e mercatini rionali, di nuove prede; e che dichiara, in modo netto, le sue preferenze come le sue insofferenze: “Il pubblico vuole gialli? E noi andiamo avanti a rifilargli gialli, fino alla fine del mondo. Vuole saggi storici? Eccoci pronti con collane specializzate ad nauseam, dove si approfondisce il problema del naso di Cleopatra come il numero dei peli del cane preferito di Hitler”. Un intero capitolo, dal titolo più che indicativo, “Sempre servo suo”, si occupa delle dediche propiziatorie, inveterata prassi che accomuna autori classici e contemporanei, da Machiavelli, inevitabile destinatario Lorenzo de’ Medici, “se le parole hanno un significato, e in Machiavelli non ce n’è una fuori posto – il libro è testimone della «servitù» dello scrittore nei confronti della «magnificenzia» (anzi, Magnificenzia, con la M maiuscola) del signore”, a Doris Lessing, che ha l’accortezza di indirizzare un suo libro con dedica ad uno dei cinque giudici del Premio Nobel, premio che giungerà, sia pure dopo 25 anni.
La fauna è varia e comprende gli innovatori, i perfezionisti, come i personaggi venuti dal nulla. Aldo Manuzio, stampatore nella Venezia del Quattrocento, inventa il carattere italic, ovvero il corsivo tutt’ora in auge, ed è capace di passare dal formato in folio, enorme, a quelli che definisce libri portatiles, dunque un precursore dei tascabili. Arnoldo Mondadori, editore nella Milano del Novecento, è “un tipo intraprendente che ha fatto la quinta elementare, e se ne vanterà tutta la vita. Vent’anni dopo la partenza, da quel signore senza istruzione pubblicheranno due mostri sacri come Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello”. Altro esempio di caparbia fiducia in sé stesso, pur con qualche comprensibile cedimento, Stephen King, che prima di diventare uno degli autori più letti al mondo era, suo malgrado, un collezionista di rifiuti, infilzati ad un chiodo ben in vista di fronte alla sua scrivania; poi, dopo aver sostituito il chiodo con un rampone, data la mole della triste corrispondenza, “a un certo punto si scoraggia e butta nel cestino il manoscritto incompiuto del suo primo romanzo, Carrie. Sarà sua moglie a recuperarlo da lì, a leggerlo e a convincere l’autore a proseguire nel suo lavoro”.
L’universo del libro, per sua natura, si nutre di slanci, di passioni, e vive di anelanti opportunità, di inaspettate occasioni. Ma forse non è nemmeno giusto parlare di ‘universo del libro’ come fosse un mondo a parte, un territorio spesso idealizzato, dove si combatterebbero nobili battaglie, e altrettanto spesso demonizzato, quindi insidioso, pieno di trappole, gonfio di sordi rancori. Forse, più semplicemente, il libro rappresenta per tutti noi un’insopprimibile esigenza: “Del resto, la radice di libri e liberi è comune: qualcosa, immagino, vorrà ben dire”.
Andrea Kerbaker, Breve storia del libro (a modo mio), Ponte alle Grazie 2014


