Nella terra del mito di Marina Torossi Tevini

di Chiara Mattioni

Finora della scrittrice triestina Marina Torossi Tevini, con all’attivo tre libri di poesie – quello di esordio Donne senza volto del 1991 (ed. Svevo) – e nove libri di prosa, vincitrice di vari premi letterari – si poteva senz’altro affermare che si tratta di una scrittrice molto generosa, e poliedrica. Ma con la pubblicazione dell’ultimo romanzo Nella terra del mito (Campanotto, 2026), possiamo aggiungere gli aggettivi di coraggiosa, moderna, innovativa, letterariamente agile. Perché in questo libro l’autrice, con una maestria non comune, riesce a infrangere tutte le regole del romanzo classico, a legare generi letterari e registri narrativi diversi amalgamandoli nel racconto del destino tragico di una famiglia. Nel contempo tiene a bada le vicissitudini di un secolo, con salti tra gli inizi del Novecento e gli anni Duemila, arco temporale in cui colloca le vicende dei suoi personaggi, all’inizio apparentemente slegate ma che alla fine si intersecano. Un romanzo non semplice all’approccio, a partire dalla ripartizione non in capitoli ma in parti, ma che, una volta trovato il bandolo, si snoda senza intoppi come un meccanismo oliato fino all’epilogo. Continua a leggere

Konstantinos Kavafis

a cura di Giorgio Stella

Nella via

Il simpatico viso, un po’ pallido;
i suoi occhi castani, come pesti;
venticinque anni, ma ne dimostra venti;
un che di artistico nel vestire,
– il colore della cravatta, il taglio del colletto –
cammina senza meta nella via,
ancora come ipnotizzato dall’illecito piacere,
da quel piacere tanto illecito goduto.

Videointervista a Giulia Fazzi

Il nuovo romanzo di Giulia Fazzi , “Le ragazze sono andate via”, è da poco uscito con Mondadori Editore e ho approfittato per intervistarla sulla sua opera letteraria.
Abbiamo parlato molto dell’ultimo romanzo, ambientato alla fine degli anni ’80 a Modena e incentrato sulle storie di amicizia tra giovani donne molto diverse tra loro ma accomunate dalla difficoltà – ma anche dalla bellezza – di vivere il momento magico della soglia alla vita adulta. Ma anche di Modena come luogo di benpensanti piccolo borghesi, di razzismo padano, di donne/ragazze di serie B (le eroinomani che si prostituivano in quegli anni per farsi, morte ammazzate da un “mostro” che guarda caso non è mai venuto fuori altro che dai giornali).
Ma anche più in generale del corpo della donna come terreno di conflitto, rifacendoci ai suoi precedenti lavori: Giulia ha esordito a suo tempo con Gaffi con “Ferita di guerra” (tradotto in Francia da Gallimard) e poi ancora con “Per il bene di tutti” con Il Saggiatore.

Mi ha fatto piacere e mi ha commosso poter ricordare, tra le tante cose legate alla scrittura di Giulia, anche il ruolo avuto dalla molto compianta Laura Orsi, che aveva a suo tempo invitato Giulia a presentare la sua opera all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma.

Buona visione!

Bill Willer, I cani dell’Adamello

 

di Silvio Straneo

Bill Willer, I cani dell’Adamello, puntoacapo 2026

In “I cani dell’Adamello” Andrea Billwiller si avvale di una scrittura libera, di versi canonici e non canonici, lettura che si arricchisce di un susseguirsi di giochi visivi, polisemici, connotativi denotativi, semantici, fonosimbolici e soprattutto sintattici (come l’uso dell’iperbato, dell’anacoluto, dell’anastrofe, di anafore, di chiasmi). Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Quando finisce il viaggio? Comincio dall’Epilogo per introdurre queste righe su Gli esodi, gli esili (Tabula Fati, 2025) di Alfredo Peréz Alencart, tradotto da Vito Davoli. La domanda, infatti, legittima questo intenso poema sulla migrazione, drammatica ed epocale vicenda storica che genera una condizione esistenziale. Da qui il titolo, all’esodo di popoli fa da contrappunto l’esilio, che nasce individuale. “Quando i sogni non si allungano più”. Questo è il punto terminale. Che coincide con la vita stessa. Perché se siamo vivi sogniamo. Sogniamo le nostre paure. Oppure ciò che desideriamo. E l’oggetto dei nostri desideri è generato dalle nostre condizioni di vita materiale.

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L’obbedienza dell’acqua, di Francesca Piovesan

 

di Ivano Mugnaini

L’obbedienza dell’acqua, Francesca Piovesan, Puntoacapo, 2025     

 

Nel panorama poetico contemporaneo, dove spesso prevale l’urlo o il sussurro compiaciuto, la raccolta L’obbedienza dell’acqua (Puntoacapo Editrice, collana «Intersezioni» n. 151) di Francesca Piovesan si distingue per una ricerca che non teme il silenzio né la metafisica.  Continua a leggere

Wislawa Szymborska

 

a cura di Giorgio Stella

Perché mai a tal punto singolare?
Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
Di martedì? In una casa e non nel nido?
Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
Perché di persona una volta soltanto?
E sulla terra? Con una stella accanto?
Dopo tante ere di non presenza?
Per tutti i tempi e per tutti gli ioni?
Per i vibrioni e le costellazioni?
E proprio adesso? Fino all’essenza?
Sola da me con me? Perché, mi chiedo,
non a lato né a miglia di distanza,
non ieri, né cent’anni addietro, siedo
e guardo un angolo buio della stanza –
come, rizzato il capo, sta a guardare
la cosa ringhiante che chiamano cane?

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Accoglienza

 

 

  (M. Chagall)

«In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.» [Mt 10,34.37-42]

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11

Ricordo del futuro

di Stefanie Golisch

a mio fratello

La tua vita

Un giovane viene arrestato. Sono tempi bui. Viene mandato in un campo dove trascorrerà la sua vita. Al suo rilascio, un vecchio uomo lo fissa nello specchio. Chi è questo uomo? Forse è meglio non porsi questa domanda e piuttosto concentrare i propri pensieri su alcuni imperativi contemporanei.
Conosci te stesso – ma solo entro i limiti di ciò che è consentito. Misura il tuo girovita. Conta le calorie. Renditi conto che basta una sola parola sbagliata e sei fuori dalla compagnia dei benpensanti.
Un resort di lusso per i ricchi nei paesi dei poveri e un posto in un dormitorio per i poveri. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista ad Annamaria Ferramosca

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista ad Annamaria Ferramosca

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Con questa tua prima domanda mi hai riportato molto indietro nel tempo, sui banchi del liceo, quando mi incantavo ascoltando i versi dei lirici greci, mia prima immersione nella dimensione pura della poesia che da allora non mi ha più abbandonato; sì, la luce che quella poesia effondeva, era un simbolo potente, associato a qualcosa di immateriale, o divino, come la misteriosa forza della bellezza e dell’amore in Saffo o come il senso di sacra pienezza della gloria in Pindaro o quella sconfinata dimensione di luce in Alceo, quando celebra il sole e la natura che ne è invasa. Una luce che dagli albori della scrittura poetica ha poi attraversato i secoli e guidato la penna dei poeti come metafora della splendida forza della conoscenza, luce-guida per contrastare la parte oscura della vita, l’insondabile mistero della morte e dell’altrove, e tutto il buio che sedimenta nel fondo della nostra interiorità. Continua a leggere

Tomas Tranströmer

 

a cura di Giorgio Stella

Tracce

Di notte, alle due: chiaro di luna. Il treno si è fermato
in mezzo alla pianura. Lontano i punti luminosi di una città,
freddamente scintillanti all’orizzonte.

Come quando un uomo è così immerso in un sogno
che mai, ritornato al suo spazio,
ricorderà di esserci stato.

E come quando qualcuno è cosí immerso in una malattia
che i suoi giorni passati divengono solo pochi punti luminosi,
uno sciame,
piccolo e freddo all’orizzonte.

Il treno è assolutamente immobile.
Alle due: forte luce lunare, poche stelle.