da qui
Mani
Fuliggine di grazia, di Paolo Carlucci. Lettura poetica di Marina Petrillo
Fuliggine di Grazia
Luce allo specchio qui mi racconta
il sonno, dolce dopo la fatica, del bucato,
della spesa, d’essere tu, donna comune,
che legge nascostamente alla candela
di un fiore. Ma devi rigovernare la stanza.
Chiusa nella tua casa, stanca ti svegli.
Hai ombre quotidiane nel cuore, Maria?
È già un broccato di spine, il tuo riposo?
Stretta tra i mobili e le imposte, una busta
bianca ti svola vicino lo straccio dell’infinito
sul tavolo. È uscito anche il gatto, per il pasto;
é sporco di fumo il camino, fuliggine di Grazia
ritrovata tra le pentole: questo è il nero, l’unto
che racconta la pasta grezza della luce. Continua a leggere
Il miracolo
Due poesie di Paolo Carlucci

Cenere di farfalle
Fiume stremato
ma sospiri ha di fuoco
l’acqua che crepa.
Cenere di farfalle
vola il bosco andaluso.
Se anche la Morte ha sete
dove sono ora gli aranceti?
Lampade d’ombra.
Erano gli occhi di Dio, il solo,
che vestiva di danze e di gioia
i corpi di emiri e pezzenti
alla gelosia della luna
fiera e dolce come una sposa
ombra vera sulla fronte
della fontana, anello il cielo
di lei,
bianco diadema che trema…
Rimettere in moto
Cesare Viviani
Ha cancellato i segni delle civiltà passate,
è acqua innocente,
è lei che comanda e impone:
non si interessa di niente,
e i termini, le valutazioni
li lascia al rabberciare umano,
a chi fa il pezzo autentico e il falso,
a chi ai minimi spostamenti sotto le foglie
dedica ridicoli appostamenti che danno
voglie e senso alla vita.
E dove si apre la terra per siccità
esce tenerezza e bontà.
da Passanti
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
L’ossimoro che salva
(Dosso Dossi, Giove Mercurio e la Virtù)
“In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.” [1Re 19,9°,11-13a]
Essere o non essere
di Fabrizio Centofanti
Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.
So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.
Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.
Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. lo, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.
Grandezza
Fogli sparsi, di Bruno Mohorovich
Recensione di Francesco De Girolamo su Fogli sparsi di Bruno Mohorovich (Bertoni Editore, 2026)
Dopo cinque anni di silenzio editoriale, Bruno Mohorovich, poeta, animatore di eventi culturali e curatore della collana di Poesia per Bertoni Editore, torna con Fogli sparsi. La raccolta mette insieme testi scritti in tempi diversi e li tiene insieme un unico asse: il rapporto tra memoria, desiderio e linguaggio.
Non c’è racconto lineare. Ogni poesia funziona come un appunto, un frammento strappato a un discorso più grande. Il tema è sempre lo stesso: parlare a una persona che non c’è, o che c’è solo nel ricordo. Da qui nasce un tono sospeso, tra confidenza e distanza. Continua a leggere
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino
Donare
Antonia Pozzi
a cura di Giorgio Stella
Preghiera
Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te ch’io riviva.
Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.
Antonia Pozzi, Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.
Abbraccio
Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcìa Lorca. 34
Giorgio Stella 30/04/1975 – 04/08/2026
Giorgio ci ha lasciato, ma sta ancora con noi. Usciranno altri suoi articoli, programmati da tempo. Mi sembra un simbolo potente, per un poeta che amava questo “luogo” con tutto sé stesso. Giorgio continua a parlarci con la sua sofferenza, ma anche con le sue gioie inaspettate, esplosioni di vita che hanno fatto di lui un uomo che lascia una traccia. Abbiamo lottato insieme, giorno dopo giorno, contro forze che sembravano travolgerlo ogni volta. Ma l’amore è più forte della morte, come diceva quel don Mario Torregrossa che lui ha amato attraverso di me. Ora Giorgio è nell’eternità, in un cammino in cui lo accompagniamo ognuno come può, e come vuole. Chiediamo anche a lui di ricordarsi di noi, perché chi ama non dimentica.
Grazie, Giorgio, un abbraccio forte da qui!
*
Quando morii fui sveglio e eterno
come il regno di sabbia nel castello di vento.
Né rimpianto rimorso odio compassione,
solo me stesso
cineripreso accanto a Dio
nella camera oscura in eterno,
come quei filmini, quei vecchi filmini
che ridono la stessa storia d’amore dall’inizio alla fine come quando finisce –
ricomincia la strofa della vita –
solo che questa volta sono talmente dentro Dio
che sgorgo all’infinito il sangue del finito,
e non piango, non rido, io nel mentre di me stesso,
ed io?
Io venni meno al mio destino
come del resto già sapevo,
già io sapevo il volto,
il volto rado mio, quel volto,
quel volto baciato
fino all’osso
materno sogno.
Roma Maggio/Agosto 2008
da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010.
Giorgio Stella, Padrevostra
34- la teca della sfinge
I armatura dell’ombra
nel guardato padrevostra
figlia della croce di
dio muco a muco
il nessuno e il non niente
del suo mai tutto
35- la giostra del giullare
sona carillon
di cerchi ranghi
a tela di fassa
padrevostra per nessun
voto la cerniera per nulla
voto di loto pavese
È lì
Georg Trakl
a cura di Giorgio Stella
Trombe
Sotto potati salici, dove bruni bimbi giocano
e foglie turbinano, squillano trombe. Dal cimitero un brivido.
Vessilli scarlatti precipitano attraverso l’acero in lutto,
cavalieri lungo campi di segala, vuoti mulini.
Oppure pastori cantano di notte e cervi entrano
nel cerchio dei loro fuochi, della selva antichissimo lutto,
danzanti si stagliano su nero muro;
vessilli scarlatti, riso, follia, squilli di tromba.














