Cos’è il nuovo? L’attività umana tende a essere ripetitiva. Quante volte si percorre una strada, s’incontrano le medesime persone, si fanno e dicono le stesse cose? Replica oggi, replica domani, il materiale si accumula nei magazzini polverosi di una memoria sempre uguale. La mattina ci si alza già stanchi, rassegnati a un congegno che esclude sorprese e ricambi di energia. Perfino le cosiddette distrazioni assumono il colore e il ritmo dei gesti proposti all’infinito. C’è una via d’uscita? La svolta è imbattersi in Dio: è il Creatore, rinnova tutto quello che tocca e ne ricava qualcosa di inatteso. Con Gesù, una catena di montaggio si trasforma in un rosario di epifanie interiori. Anche il dolore e la tristezza si tingono di azzurro, immersi come sono in Colui che è eternamente giovane.
Com’è
Riflessioni intorno al saggio “Gesù e Cristo”
di Fabiano D’Arrigo
Recentemente ho letto “Gesù e Cristo”: un poderoso saggio scritto da Vito Mancuso e pubblicato quasi un anno fa nel novembre 2025.
E’ un testo complesso che richiede una lettura non corsiva, ma lenta e che ha suscitato un ampio dibattito critico tra, per così dire, i sostenitori ed i denigratori dell’opera.
Non intendo redigere una recensione argomentata del saggio in questione, ma semplicemente esporre riflessioni e suggestioni scaturite dalla lettura dello stesso. Continua a leggere
Senza parole
Enrico Fraccacreta, L’autunno dietro di noi
Poesie tratte da Enrico Fraccacreta, L’autunno dietro di noi (Passigli, 2026)
Sembra indeciso l’autunno
certe foglie si muovono per pochi istanti
forse per un refolo sottile di vento
o il peso mancato di una goccia stillata
tutto sembra fermo e tutto è in movimento.
Microbi carpentieri liberi
popolo basso della terra
hanno il loro daffare nella costruzione
della catena glucosidica.
Ma in certe famiglie di batteri evoluti
s’annidano problemi con figli svogliati
questi abbandonano le radici dei trifogli
non vogliono più fissare l’azoto
cedono alle illusioni del potassio
lasciano i simbionti e vanno a spasso coi saprofiti
anche i piccoli fantasmi del suolo contestano i padri
i vecchi quando urlano nei glomeruli delle case
che il potassio non serve alla terra.
Diritti e false emancipazioni sconvolgono tutti
in questo microcaos lady xantofilla si crede una gran diva
con tutti i cloroplasti che le ronzano intorno
si permette di criticare spesso le cellule delle ninfee
per via della loro vita superficiale
mentre alcuni nipoti di zia clorofilla
si ritengono superiori a chiunque
dacché dalla loro stessa famiglia esplose
l’origine della vita.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
“Il velo che copre la faccia”
(Magritte)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei]e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali». [Mt 22,1-10]
Cantami o diva degli eroi le ombre, di Isabella Bignozzi
di Maria Allo
Isabella Bignozzi, Cantami o diva degli eroi le ombre, La Lepre edizioni 2023
Le radici del presente: un dialogo continuo tra passato e presente, mito e realtà
«L’amore implicito di Dio nella sua forma di amore per il prossimo, è scandalo e insurrezione perché va contro la necessità meccanica che regola l’universo secondo la legge, stabilita dalle stesse soprannaturali sfere, dal prevalere di una creatura sull’altra mediante l’uso della forza».
Simone Weil
Se un autore vive per sempre, come dice Valgimigli, è perché continua a parlarci nel tempo, trasformandosi nei nostri pensieri e nelle nostre interpretazioni. Questo continuo reinterpretarlo è una sorta di traduzione personale. In fondo, tutti siamo interpreti e traduttori di ciò che leggiamo. Tuttavia, è essenziale riconoscere che durante questa trasformazione del poeta o dello scrittore in noi, solo quando lo facciamo nostro, possiamo riflettere la sua vera essenza come uno specchio mutevole della nostra mente. Nel mondo poetico di Omero, intrecci moderni si legano costantemente a un passato remoto. Continua a leggere
Grazia
20 righe (per niente facili)

di Pasquale Vitagliano
Viviamo in un mondo dolente. Sempre più di frequente la poesia ne è il resoconto, il diario di bordo. Moenia di Pietro Romano (ilglomerulodisale, 2026) ne è un conferma. Ci dice anche qualcosa in più, che la poesia non sta mai fuori le mura. Sta sempre dentro le cose, impastata col dolore, generatrice di grazia. Le due sezioni delimitano due stanze al centro di universi di coazione come l’ospedale e il carcere. Eppure, malgrado la lezione di Michel Foucault, o anche grazie ad essa, Romano ci testimonia che anche questi mondi possono essere abitati, nella loro natura di soglie lasciano sempre una via d’uscita. Le mura separano, ma anche custodiscono, curano, danno eco alla voce. La poesia è un panottico rovesciato, guarda la realtà in tutte le sue dimensioni, anche quelle più nascoste. Apre tutte le porte chiuse, rompe i recinti, contagia tutte le istituzioni totali e totalizzanti. Indugia sul davanzale l’ortensia./ Non sa se rifiorire. L’ospedale:/ un corpo da sfamare, scritture/d’inverno da seppellire.
Ingombri
Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti
Non toccate, vi prego, questa pena,
questa bambina pura. Questo cuore
come la cerca, quando s’allontana!
La sua gemella: son nati insieme.
Lei, però, va sempre via.
Ieri anche il cielo si è scostato,
per permetterle di passare.
Così veloce andava…
E adesso vuol rinascere, il cuore,
per essere da sempre uguale a lei,
questa pena amata di volerti.
Bernardo De Angelis Continua a leggere
Cura
Luigi Maria Corsanico legge Rainer Maria Rilke. 6
Il più possibile
Stefano Calemme, Atlante delle ferite
a cura di Luca Pizzolitto
Stefano Calemme, Atlante delle ferite (Fara 2025)
Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.
Tu sai cosa vuol dire, tremi al mondo
quando nasci, come i girasoli d’inverno
che inseguono una luce in tutti i loro Nord.
Per loro costruisci traiettorie di cura,
leggeri rattoppi al vento freddo
di una guerra che sotterra ogni seme.
A cena fuori
Il problema della preghiera è che non piace. Molta gente prega per dovere. Non a caso la Madonna, in uno dei luoghi dove appare, ripete sempre: pregate finché non vi procuri gioia.
Tutto questo, per un ateo, è assurdo. Ma il bello è che lo è anche per molte persone religiose: continuano a inanellare rosari, a ripetere orazioni come fossero un cartellino da timbrare.
Non penso che, se si esce con gli amici o con il partner, lo si faccia per dovere. Ha senso se mette allegria e se, già preparandosi, si pregusta un momento di piacevole relax.
Che c’entra Dio con questo?
Butto lì due citazioni, fra le tante:
Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici (Gv 15,15); Ti farò mia sposa per sempre (Osea 2,21).
Ebbene sì: pregare è andare a cena fuori, passare la sera con la ragazza o con gli amici.
E vediamo se si continua a farlo per dovere.
Per noi
Fame e sete
Fame, sete: sono queste le sensazioni che ci contraddistinguono. È una verità ratificata dalle Beatitudini: beati voi, che adesso avete fame, perché sarete saziati. All’inizio non si capisce bene di che fame, di che sete si tratti. Si inseguono il piacere, il potere, il possesso. Ci si perde in labirinti senza uscita, perché psiche e corpo, spesso, aspirano a quello che in teologia si definisce “cattivo infinito”, l’avidità insaziabile dei sensi.
Poi, a poco a poco, ci scopriamo esseri relazionali, a cui occorre guardare nello specchio dell’altro per sapere chi siamo. Ancora una volta, proviamo il dolore di non essere capiti, di rimanere soli nella folla, di non trovare una risposta ai nostri desideri più profondi.
Finché non ci capita di specchiarci in Lui, nel Figlio di Dio, e ogni cosa torna al posto giusto: il dolore c’è, ma è una nota fra tante, e con le altre forma una struggente sinfonia, un canto di lode. Solo allora la terra assetata si riempie di brina, e sazia la sua fame di sole.
Così come
Spaccio
Immagino spacciatori di umiltà, gente che diffonda clandestinamente la virtù, giustamente proibita in un mondo di sfrenati antagonismi. La polizia cercherebbe di arrestarli, considerando il reato tra i più gravi: sarebbe intollerabile, in un regime di palloni gonfiati, ignorare il diktat di contendersi tutto, di farsi le scarpe per dovere, di sparlare gli uni degli altri per principio. Considerare l’altro superiore a se stesso è uno stridente anacronismo, un cascame religioso da lasciare alle vecchiette col rosario e ai nonni rimbambiti.
L’umiltà, diciamolo, è una sostanza allucinogena, che provoca la visione sovversiva delle cose come stanno.

















