“Il testamento del Greco” di Bruno Morchio

Recensione di Francesco Improta

Torna in libreria, a undici anni di distanza dalla prima pubblicazione, Il testamento del greco, una spy story ambientata a Genova e nel suo entroterra. A voler essere fiscali, l’azione comincia nella Val d’Orcia, in provincia di Siena, dove il Greco, un agente dei Servizi segreti, dopo la morte della moglie, si è rintanato in compagnia del figlio quattordicenne Alessandro perché, come si legge testualmente,  “il Greco aveva un’ossessione: proteggere dalla verità le persone che amava” pur sapendo, dal momento che lo aveva sperimentato sulla propria pelle, che “lo sradicamento genera confusione e sofferenza”. Non basta, in questo ambiente appartato, lontano da occhi indiscreti, insegna al figlio a muoversi come un lupo solitario per farne  un perfetto soldato, meglio ancora, una perfetta macchina da guerra plurilingue. Il figlio, addestrato quotidianamente all’uso delle armi e alle tecniche dell’intelligence, considera, però, quelle lezioni incomprensibili e infatti il prologo è punteggiato di “perché”, di domande a cui trova una risposta, sia pure parziale, solo dopo la lettura del testamento (da cui il titolo del libro), l’anno successivo alla morte del padre. Cade il velo che gli aveva coperto gli occhi fino ad allora e la realtà si svela in tutta la sua drammaticità: la madre non è morta in un incidente automobilistico, come aveva sempre creduto, ma è stata assassinata. Continua a leggere→

Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 6

di Giulio Bruno

Lo schermo e l’abbraccio: mediazione della finzione e immediatezza della cura

in Sentimental Value di Joachim Trier

Sentimental Value si apre e si chiude su un’assenza di parola che non è silenzio, ma un diverso regime di significazione. Gustav, anziano regista in declino e padre mancato, non sa dire ciò che prova; sa, semmai, inquadrarlo. Dietro la sicurezza un po’ vanitosa del personaggio si avverte — per riprendere un’osservazione dello scrittore Karl Ove Knausgård — uno scarto tra lo sguardo e il comportamento, come se la parola gli servisse più a occupare spazio che a dire qualcosa. È un’incapacità che il film non tratta come deficit, ma come premessa: se il linguaggio verbale resta, nella famiglia di Gustav — soprattutto tra lui e la figlia Nora —, il luogo del calcolo e della recriminazione, lo strumento con cui ci si giustifica o si accusa, la visività cinematografica è l’unico terreno su cui un affetto può ancora accadere senza doversi argomentare. Non a caso la riconciliazione tra Gustav e Nora si compie, nel finale, in un sorriso privo di parole: quando la parola arriva, non la produce, si limita a certificarla. È da questo scarto tra dire e mostrare che il saggio prende le mosse.

Continua a leggere→

Antonio Spagnuolo, Atomo del nulla

Atomo del nulla

di Antonio Spagnuolo

La deforme immagine del vero, inutile strada,
cerca di colmare l’ultima data concessa
al mio serto d’alloro, proiettato in una fuga
quasi spericolata e vago arpione di salvezza.
Fuggo, anticonformista, peraltro l’antica sapienza
inchiodata al passato come parabola
la cui vera ragione schiva un ritrovamento.
Anche la frenesia dell’immaginario ripete
“aut stabis, aut lento pede deambulabis »,
corollario di quel raggio che indaga
un orizzonte di attese o una tensione in bilico.
Atomo del nulla nel nulla eterno,
ingrigito nel sudario del famoso aoristo.

Siamo proprio sicuri?

di Fabrizio Centofanti

Il Cristianesimo pretende troppo? Chiede di amare un Dio senza vederlo; di rispettare gente che non piace, al punto che ho coniato la battuta: se questo non va bene, amerai il prossimo. La fede è esigente, ci catapulta fuori di noi stessi: esci dalla tua terra, dice Dio ad Abramo, e in lui lo dice a noi, come fossimo un popolo chiamato a uscire dall’Egitto della propria volontà, la filautia dei Padri.
Sì, è difficile credere: sono pochi i profeti, i giusti dell’Antico Testamento, i santi del Nuovo.
Ma poi, un momento: siamo propri sicuri che il nostro sia un Dio che non si vede? Che il rapporto col Creatore cominci di là, in un regno che, detto fra noi, è così lontano?
No, Gesù è venuto qui, si è lasciato conoscere, guardare, toccare. Ha portato il paradiso sulla terra, un’anticipazione del futuro.
Ma noi non ce ne siamo accorti.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

(G. De Chirico)

«In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiàni, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”.
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”.
Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.»

[Mt 22,15-21]

*** Continua a leggere→

10

Stefano D’Angelo, Collasso gravitazionale

 

di Francesco De Girolamo

Stefano D’Angelo, Collasso gravitazionale (Lithos Editrice, 2026)

Il libro di Stefano D’Angelo si presenta come un ambizioso ed esauriente bilancio di oltre trent’anni di lavoro, dal 1985 al 2026, rivisto e raccolto in un unico volume, operazione sempre più frequente nella nostra poesia.
L’idea di fondo sembra comunicarci che viviamo in un tempo in cui il mondo sembra aver perso il suo effettivo “centro”. Non perché questo sia stato distrutto o alterato, ma perché le parole con cui lo individuavamo si sono consumate. Il Poeta sembra lavorare proprio su questo: raccoglie voci diverse, toni contrastanti, alti e bassi, ricordi di letteratura, cinema, cronaca, e li lascia emergere insieme, come se fossero echi rimasti nell’aria.
La poesia che apre la raccolta e le dà il titolo lo dichiara piuttosto esplicitamente: Continua a leggere→

Grazie, Gualberto.

di Fabrizio Centofanti

Gualberto Alvino è stato l’uomo della tradizione, l’uomo delle origini. Voleva dare un fondamento alle cose e alle parole, trovando per ognuna la collocazione più precisa, come se cercasse l’Ordine nascosto sotteso alla realtà. Comunicava serenità, come fosse sempre contento della vita, anche coltivando le sane ambizioni che ogni intellettuale custodisce in un cassetto del suo studio. C’era in lui una curiosa miscela di eccellenza e discrezione, come se volesse incidere senza mai apparire. Dava l’idea d’essere totalmente assorbito dallo studio, ma sono convinto che i suoi famigliari ci direbbero di una presenza mai venuta meno. Aveva raggiunto, probabilmente, l’equilibrio dei saggi. Continua a leggere→

13

Tutti i giorni un incantesimo, di Sabatina Napolitano

“Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano è un libro di poesia che rintraccia i sintomi della rovina contemporanea, avverte le urgenze umane e i bisogni. Ciò che trasmette ai lettori è un continuo tentativo di colmare quel senso di impotenza di fronte al male del mondo. Fenditure e crepe nei cieli, avvertimenti agli orecchi più intelligenti.
È questo orizzonte che avvista il testo: il trasmettere l’incanto anche quando rimbomba il tuono della crudeltà e del potere. I rintocchi infiniti di un orologio con una melodia incantevole che di per sé è già poesia. È così che Sabatina si stringe intorno alla Toscana, e rappresentandone il candore e il mistero, finisce per regalarci i sogni nel cassetto che ognuno ha nella vita senza il senso di incredibile orrore che avvolge i fatti della storia. Cosa ci invade ogni giorno oltre alle ingiustizie terribili? La possibilità di vivere attimi di incanto, nel luogo ameno che ci ospita facendo crollare gli incubi. Ascoltando i suoni che ci portano in processi umani e sopraffini, tremendamente presi dalla voglia di restare. E restare uniti.

https://www.toscanalibri.it/notizia/tutti-i-giorni-un-incantesimo-sabatina-napolitano-presenta-il-suo-libro-di-poesia-al-teatro-pinsuti/ Continua a leggere→

Il più bel finale di tutti i tempi

 

qui

The Concert” (Il concerto, 2009), di Radu Mihaileanu, racconta la storia di Andreï Filipov, un grande direttore d’orchestra russo che, durante il regime sovietico, ha perso il suo incarico per essersi rifiutato di cacciare i musicisti ebrei. Trent’anni dopo lavora come addetto alle pulizie al Teatro Bol’šoj di Mosca.

Un giorno intercetta un invito per l’orchestra a esibirsi a Parigi e decide di cogliere l’occasione: riunisce i suoi vecchi musicisti e parte con loro, spacciandoli per l’attuale orchestra del Bol’šoj. Vuole eseguire il Concerto per violino e orchestra di Ciajkovskij, insieme a una giovane violinista francese, alla quale lo lega un segreto.

È una commedia tragicomica sul riscatto, sull’amicizia e sulle ferite della storia. Le situazioni buffe e caotiche lasciano progressivamente spazio alla commozione: la musica diventa la possibilità di ritrovare la propria dignità e dare compimento a qualcosa rimasto interrotto.

L’eternamente giovane

di Fabrizio Centofanti

Cos’è il nuovo? L’attività umana tende a essere ripetitiva. Quante volte si percorre una strada, s’incontrano le medesime persone, si fanno e dicono le stesse cose? Replica oggi, replica domani, il materiale si accumula nei magazzini polverosi di una memoria sempre uguale. La mattina ci si alza già stanchi, rassegnati a un congegno che esclude sorprese e ricambi di energia. Perfino le cosiddette distrazioni assumono il colore e il ritmo dei gesti proposti all’infinito. C’è una via d’uscita? La svolta è imbattersi in Dio: è il Creatore, rinnova tutto quello che tocca e ne ricava qualcosa di inatteso. Con Gesù, una catena di montaggio si trasforma in un rosario di epifanie interiori. Anche il dolore e la tristezza si tingono di azzurro, immersi come sono in Colui che è eternamente giovane.

Riflessioni intorno al saggio “Gesù e Cristo”

di Fabiano D’Arrigo

Recentemente ho letto “Gesù e Cristo”: un poderoso saggio scritto da Vito Mancuso e pubblicato quasi un anno fa nel novembre 2025.
E’ un testo complesso che richiede una lettura non corsiva, ma lenta e che ha suscitato un ampio dibattito critico tra, per così dire, i sostenitori ed i denigratori dell’opera.
Non intendo redigere una recensione argomentata del saggio in questione, ma semplicemente esporre riflessioni e suggestioni scaturite dalla lettura dello stesso. Continua a leggere→

0
1