Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco, la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. L’uomo non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci dove sia cominciato tutto questo. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco, e un po’ alla volta ritroveremo il filo.
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carolina Anna Falbo
FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carolina Anna Falbo
La luce è un ragguaglio spirituale – dice la poetessa Carolina Anna Falbo – che si contrappone al livore e alla rabbia percepiti come effetti collaterali di un’esistenza a tratti narcotizzata e abbrutita. Non sono necessarie (o sempre possibili) grandi accensioni: la luce dell’anima arriva nel silenzio, nel sapersi bastare. Continua a leggere
Anne Sexton
a cura di Giorgio Stella
Neve
Fiocchi fiocchi beati,
spuntano dal cielo
come mosche candeggiate.
La terra non è più nuda.
La terra indossa i suoi vestiti.
Gli alberi sbucano dalle lenzuola
ed ogni ramo porta un calzino di Dio.
C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
La metto in bocca.
Qualcuno una volta disse:
non mettere in bocca se non sai
se è pane o pietra.
Tutto quello che metto in bocca è pane
che lievita, gonfio come una nuvola.
C’è speranza,
c’è speranza ovunque.
Oggi Dio dà latte
ed io ho il secchio.
Senza posa
Crepe. Riflessione sulla crisi di Raffaele Niro

CREPA
“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere.”
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere [i]
“Wo aber Gefahr ist, wächst
Das Rettende auch.” [ii]
Friedrich Hölderlin, Patmos
Il vocabolario della lingua italiana [iii] registra crepa come sostantivo femminile, derivato dal latino cr?pare, con il significato di “fenditura prodottasi in una superficie, per esempio nello spessore di un terreno arido, secco, o che si presenta in murature o pavimenti, dovuta a cattive condizioni di stabilità dell’organismo strutturale o a insufficiente resistenza della muratura stessa”.
Nella sua accezione più comune la crepa indica un danno, un cedimento, un segnale di instabilità.
Chi è cresciuto in territori instabili, in case che portano nei muri la memoria dei terremoti, conosce la crepa come esperienza concreta.
La si osserva da bambini.
La si misura con gli occhi.
La si impara a leggere come un testo.
Antonio Porta
a cura di Giorgio Stella
[i piedi affondano nella terra molle]
i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Sulla riva del mare
(foto privata)
«Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.» [Mt 13,1-23]
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Come Lucy in the Sky Laura Di Donna deve conciliare l’universo mondo con le piccole cose degli umani. Le prime possono arrivare a essere incommensurabili, le seconde, inaccettabili. Ingegnere aeronautico (elemento non trascurabile qui), con Superficie di scrittura (Altavilla Edizioni, 2026) è al suo esordio poetico. Come la pittura è (anche) un modo di decifrare la Natura, anche la poesia può aspirare a tradurre le regole ferree della fisica in sentimenti compatibili. Sarà per questo, forse, che le stanze del libro sono introdotte con titoli che indicano tecniche di pittura. Di zolfo e di gesso odorava la mano/ L’incontro con te/ era solo stechiometria di un abbraccio.
Jirì Orten
C’è calore da te…
(trad. G. Giudici – V. Mikeš)
C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.
Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso ed entri nella musica.
Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
esser pronto per sempre, finito essere e avere.
Avere, avere almeno, almeno quel che è più fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser più taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.
Esser morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sì, così proprio, così pienamente e totale,
e non vedere più niente che abbia nome di foglia.
Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.
La preghiera salmone
Bisogna ammetterlo: nel confessionale, a volte, la gente arriva triste. I Padri orientali aggiungevano ai sette peccati capitali un ottavo pensiero cattivo: sì, proprio quello, la tristezza. Però distinguevano fra una tristezza buona e una cattiva. Continua a leggere
Edoardo Lombardi Vallauri “L’italiano in bilico. Quello che sì, quello che no”
Edoardo Lombardi Vallauri L’italiano in bilico. Quello che sì, quello che no, Bologna, Il Mulino, 2026
Ordinario di Linguistica generale all’università Roma Tre, Edoardo Lombardi Vallauri (se ne vedano almeno Parlare l’italiano, La linguistica in pratica, La struttura informativa. Forma e funzione negli enunciati linguistici, Parlare l’italiano. Come usare al meglio la nostra lingua, La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione) dà fuori per la collana «Intersezioni» dell’Editrice bolognese un saggio talmente ampio e articolato (la giocosità del sottotitolo non tragga in inganno) da rendere estremamente arduo, se non impossibile, darne conto minuto. Continua a leggere
Milo De Angelis
a cura di Giorgio Stella
L’ago del ritorno
Tornano, vedi, ricomposte le visioni
sono la prima e la penultima, i buoni
tramonti di ogni cosa, di ogni cosa:
riposa nell’unica durata, nel battito
delle tangenziali e della mente,
nel centro del buio, un’antica rima
mescolata alla vita, un calice sparso
sul catrame e, ancora prima, il sacro
rottame di ogni cosa: perciò riposa,
ti supplico, riposa in questa quiete
di fanali, interrompi il soprassalto,
sono dolci le mezze luci dei piazzali
sono queste, guarda, sono assorte
e tu accettala, la tua unica, la tua
gentile, lentissima morte.
Formule
Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile. Continua a leggere
Due poesie di Serena Cianti
Dalla silloge Denudata
La rosa
Calpestai a piedi nudi
petali di rosa
sensazione di velluto tra le dita
il suo profumo
esalò
dalla ferita
avvolgendomi smarrita.
—
Inaridita
Inaridita
in una terra incoltivata
come un germoglio assetato
prego la rugiada
non sono che un fiore
donato in seme
al deserto del Sahara.
23 agosto: Giornata Europea di Commemorazione delle Vittime di Tutti i Regimi Totalitari e Autoritari
di Fabiano D’Arrigo
23 agosto: Giornata Europea di Commemorazione delle Vittime di Tutti i Regimi Totalitari e Autoritari
DIETRICH BONHOEFFER NEL LAGER DI FLOSSENBURG E PAVEL FLORENSKIJ NEL GULAG DELLE SOLOVKI
Il prossimo 23 agosto nell’Unione Europea verranno commemorate le vittime dei regimi totalitari novecenteschi.
La giornata di commemorazione, istituita dal Parlamento europeo nel 2008/2009 e ribadita nel 2019, aspirava a preservare, “con dignità e imparzialità”, la memoria delle migliaia e migliaia di persone giustiziate, deportate e sterminate nel lungo arco temporale dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecento. E a promuovere, al contempo, i valori democratici, la stabilità e la pace in Europa.
C’è il rischio concreto che, ancora una volta, in molti Paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, la celebrazione avvenga sotto tono sia per la contingenza delle ferie estive sia per una certa avversione a questa particolare ricorrenza. (Di ciò è stata data la motivazione in un mio precedente articolo su “La Poesia e lo Spirito” del 13 luglio 2025). Continua a leggere
Bei Dao
a cura di Giorgio Stella
Paesaggio sopra zero
È il falco che insegna al canto a nuotare
è il canto che risale a quel primo vento
scambiandoci schegge di gioia
entriamo nella famiglia da diverse direzioni
è il padre che conferma l’oscurità
è l’oscurità che conduce allo splendore dei classici
la porta dei singhiozzi sbatte e si chiude
l’eco insegue il suo grido
è la penna che fiorisce nella disperazione
è il fiore che resiste al viaggio ineluttabile
è il raggio d’amore che risvegliandosi
accende il paesaggio sopra zero
*
Domani, no
Questo non è un addio
perché non ci siamo visti affatto
malgrado ombra e ombra
per strada si sovrapponessero insieme
come un evaso solitario
Domani, no
il domani non è oltre la notte
chi aspetta è il colpevole
ma le storie che accadono di notte
si lasci che nella notte finiscano
*
Sull’eternità
Sotto il chiarore prestato dalle stelle
il maratoneta attraversa la città morta
ci confidiamo con le pecore
condividiamo il buon vino
e i crimini sotto banco
la bruma è attratta nel canto della notte
il fuoco come un’enorme diceria
va incontro al vento
se la morte è una ragione dell’amore
amiamo passioni non caste
amiamo gli sconfitti
quegli occhi che scrutano il tempo
Attenzione
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 21
Occasione
Parsifal, il mea culpa di Wagner
Parsifal, il mea culpa di Wagner
di Riccardo Ferrazzi
In passato, quando le opere straniere venivano rappresentate in lingua italiana, si rendevano necessarie le cosiddette “versioni ritmiche”, nelle quali le battute del testo straniero erano tradotte in un improbabile italiano ottocentesco e, per così dire, “operistico”. Non era il massimo. Ma era difficile fare di meglio, perché non bastava tradurre: il testo andava cantato, quindi doveva avere la stessa metrica, le stesse pause e un suono il più possibile vicino all’originale.
Oggi (finalmente!) le opere liriche vengono rappresentate in lingua originale e i teatri si sono variamente attrezzati per aiutare lo spettatore a seguire i recitativi e tutto ciò che accade sul palcoscenico. Le versioni ritmiche non sono più necessarie. Del resto, le opere di repertorio sono famose, le vicende rappresentate sono note (almeno a grandi linee) e non è difficile farsi un’idea generale di ciò che succede sulla scena. Continua a leggere














