Fogli sparsi, di Bruno Mohorovich

Recensione di Francesco De Girolamo su Fogli sparsi di Bruno Mohorovich (Bertoni Editore, 2026)

Dopo cinque anni di silenzio editoriale, Bruno Mohorovich, poeta, animatore di eventi culturali e curatore della collana di Poesia per Bertoni Editore, torna con Fogli sparsi. La raccolta mette insieme testi scritti in tempi diversi e li tiene insieme un unico asse: il rapporto tra memoria, desiderio e linguaggio.
Non c’è racconto lineare. Ogni poesia funziona come un appunto, un frammento strappato a un discorso più grande. Il tema è sempre lo stesso: parlare a una persona che non c’è, o che c’è solo nel ricordo. Da qui nasce un tono sospeso, tra confidenza e distanza. Continua a leggere

Antonia Pozzi

 

a cura di Giorgio Stella

Preghiera

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire

il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.

Antonia Pozzi, Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.

Giorgio Stella 30/04/1975 – 04/08/2026

Giorgio ci ha lasciato, ma sta ancora con noi. Usciranno altri suoi articoli, programmati da tempo. Mi sembra un simbolo potente, per un poeta che amava questo “luogo” con tutto sé stesso. Giorgio continua a parlarci con la sua sofferenza, ma anche con le sue gioie inaspettate, esplosioni di vita che hanno fatto di lui un uomo che lascia una traccia. Abbiamo lottato insieme, giorno dopo giorno, contro forze che sembravano travolgerlo ogni volta. Ma l’amore è più forte della morte, come diceva quel don Mario Torregrossa che lui ha amato attraverso di me. Ora Giorgio è nell’eternità, in un cammino in cui lo accompagniamo ognuno come può,  e come vuole. Chiediamo anche a lui di ricordarsi di noi, perché chi ama non dimentica.
Grazie, Giorgio, un abbraccio forte da qui!

*

Quando morii fui sveglio e eterno
come il regno di sabbia nel castello di vento.
Né rimpianto rimorso odio compassione,
solo me stesso
cineripreso accanto a Dio
nella camera oscura in eterno,
come quei filmini, quei vecchi filmini
che ridono la stessa storia d’amore dall’inizio alla fine come quando finisce –
ricomincia la strofa della vita –
solo che questa volta sono talmente dentro Dio
che sgorgo all’infinito il sangue del finito,
e non piango, non rido, io nel mentre di me stesso,
ed io?
Io venni meno al mio destino
come del resto già sapevo,
già io sapevo il volto,
il volto rado mio, quel volto,
quel volto baciato
fino all’osso
materno sogno.

Roma Maggio/Agosto 2008

da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010.

13

Georg Trakl

a cura di Giorgio Stella

Trombe

Sotto potati salici, dove bruni bimbi giocano
e foglie turbinano, squillano trombe. Dal cimitero un brivido.
Vessilli scarlatti precipitano attraverso l’acero in lutto,
cavalieri lungo campi di segala, vuoti mulini.

Oppure pastori cantano di notte e cervi entrano
nel cerchio dei loro fuochi, della selva antichissimo lutto,
danzanti si stagliano su nero muro;
vessilli scarlatti, riso, follia, squilli di tromba.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Separazioni

( C. Friedrich)

Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” [Rm 8, 35.37-39]

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12

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Magari cadessero in ginocchio
e si sfiorassero le mani,
senza contesa
uno si abbandonasse all’altro
e un volto deciso alla pietà
li radunasse dove non c’è radice,
dove conta soltanto il dono.
Magari fiorisse la frontiera spoglia
e per ogni bandiera ammainata
sventolassero scialli di madri sui pennoni
e la neve tardiva si sciogliesse
come gli occhi si sciolgono al perdono.

La ricerca della verità e del senso di un ragazzo, poi prete, poi uomo che ama

di Sabatina Napolitano

Alberto Ravagnani, classe ‘93, era un prete: ad oggi non lo è più. Per questo raro evento che capita nella vita di pochi ha dedicato una autobiografia dal titolo “La scelta” (Sem, 2026) a metà tra un libro di formazione e un diario spirituale. Il libro comincia con una esortazione chiara e una parolaccia: “Cazzo, la Messa!”, nonostante l’incipit il racconto continua come una espiazione e una introspezione continua, in un gesto pieno di amore. Un’enfasi immaginata lungo il percorso di sentieri definiti dal binomio, “bravo” e “cattivo” passando per il “bravo bambino”, “bravo seminarista”, “bravo prete”, “bravo padre”, e poi il “cattivo maestro”, “il dubbio”, “la scelta”, “la libertà”. La parte del bravo sembra una parte passiva, sofferta di abnegazione e rinuncia, mentre dalla parte cattiva si traccia una linea ribelle. Potrebbe risuonare così a una prima lettura, frettolosa. Ma andando più a fondo della penna dello scrittore e dell’uomo, si nota una acuta analisi sia della sua stessa evoluzione personale che dell’evoluzione della collettività. Un uomo che si è cercato pregando, arrivando a consacrare la sua intera esistenza a Dio, a sposare la chiesa. Letto il libro come il film di una vita appare pieno di chiaroscuri, di ossimori tra ombre, spazi privi di luce e improvvisi raggi tra le azioni. I gesti di preghiera si mischiano al desiderio di salvare il mondo, sé stessi, abbracciare l’umanità intera. E sebbene io mi ponga ora da poeta e da lettrice (non da catechista, o teologa o biologa o insegnante) non posso tralasciare di dire che il percorso chiarisce la consapevolezza della scelta: appartenere alla libertà per amare in modo libero e consapevole. Il libro parte da un ritardo alla messa, con un corpo privo di luce cioè di vita, eppure Alberto cominciava già a sentire una differenza fra la vita sacra e quella semplice degli uomini. Tra la differenza delle luci. Lo stato d’animo persistente è il senso di colpa, l’ansia. Semplicemente perché lo scrittore ha cominciato a sostituire l’amore plurale, poetico per le folle e per gli sconosciuti, e per i giovani all’amore per sé stesso e il suo proprio destino. Il racconto dei gesti così sofferti e degni di poesia rimandano alla condizione umana: un prete ha una gestualità sacra di chi rinnova un sacrificio e si fa sacrificio. Eppure dal primo capitolo introduttivo si comincia a illanguidire la figura del prete per fare spazio all’uomo con le sue derivazioni sensibili e intime.  Continua a leggere

César Vallejo,

a cura di Giorgio Stella

Pietra nera su una pietra bianca

Morirò a Parigi con la pioggia,
in un giorno del quale ho già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non esagero
forse, come oggi, un giovedì d’autunno.

Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e ho indossato a tradimento
gli omeri, è giovedì, e mai come oggi
mi vidi solo dopo tanto andare.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti e a nessuno lui fece del male;
lo legnavano sodo e duramente

lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’osso degli òmeri,
i sentieri, la pioggia, l’esclusione…

Damasco

Caravaggio, Conversione di San Paolo

di Fabrizio Centofanti

La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.

Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.

Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.

Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

10

J. Rodolfo Wilcock

 

a cura di Giorgio Stella

A mio figlio

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari di
quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.