La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Elio Pecora

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Elio Pecora

Nel 2026 Elio Pecora ha compiuto 90 anni, festeggiati con un evento pubblico alla Biblioteca Nazionale di Roma che ha celebrato non solo il traguardo anagrafico, ma uno dei più ricchi e fecondi percorsi della poesia italiana contemporanea, dall’esordio (La chiave di vetro) del 1970 fino ad oggi. Pecora è un maestro, un poeta puro che – incredibilmente per la realtà italiana – ha vissuto di poesia, teatro e critica letteraria, scrivendo per numerose riviste e quotidiani e collaborando con la RAI. La poesia di Elio Pecora è limpida e luminosa, si abbevera ai classici latini e greci, indagando le profondità umane con uno sguardo rivolto alla bellezza delle relazioni, al mare e alla natura, spesso addomesticata nei ‘giardini’ della sua casa d’infanzia. Se la poesia di Pecora è piena di luce, non mancano tuttavia le ombre. Chiarore e oscurità si alternano nella consapevolezza che «l’ombra, il buio che alla luce si alternano ne rendono più atteso e sfolgorante il ritorno.» Continua a leggere→

Ciechi

di Fabrizio Centofanti

Gesù guarisce i ciechi. Deve essere stato fantastico, per loro, vedere il mondo all’improvviso, con le sue forme, i suoi colori; poter fermare lo sguardo sui dettagli: innamorarsi di un petalo di rosa, una nuvola strana, un piccione che si gira di scatto. Forse il loro primo pensiero è stato un “grazie”. La gratitudine per la bellezza è qualcosa di congenito, un impulso che sguscia dal fondo dell’inconscio e si deposita felice sulle labbra. A volte viviamo a occhi chiusi, sepolti in sentimenti cupi, oscuri, una nebbia che impedisce di vedere il mondo. Brancoliamo nelle vie senza uscita di rancori, complessi, voglie di rivalsa. Dovremmo rivolgerci al Messia, come i ciechi di un tempo; liberare il coraggio di invocarlo, con la stessa fiducia dei bambini: Signore, che io veda! Ci accorgeremmo, allora, dei colori, degli odori, dei sapori del mondo. Dei regali che ci arrivano dal Cielo, in ogni istante.

La soluzione del problema

di Fabrizio Centofanti

C’è stato un periodo, dopo L’11 settembre del 2001, in cui s’era diffusa una specie di panico relativo a possibili aggressioni, attentati, azioni di violenza a opera di terroristi legati all’islamismo. Io stesso mi sorpresi a guardare alle mie spalle, mentre prendevo la pisside delle ostie consacrate dal tabernacolo provvisto di una superficie riflettente. Nelle messe in cui partecipavano i poveri da noi assistiti, se uno di loro si portava le mani alla cinta o compiva gesti simili, temevo si lasciasse esplodere all’interno della chiesa.
Lo stesso valeva per i mezzi pubblici e per i contesti in cui erano presenti assembramenti di persone.
Da allora, sono cambiate molte cose. Entrato nel cuore della profezia, certo di assistere a rivolgimenti epocali che metteranno in ginocchio il mondo intero, pronto ad aggrapparmi alle ali della Provvidenza in una sorta di film d’azione, non mi sono mai sentito tanto sicuro e tanto in pace.
La fede è un paradosso perché lo è la vita: la amiamo ma dobbiamo morire, siamo fatti per lo spirito ma ci attrae la carne, siamo pensati per solidarizzare e ci facciamo la guerra.
Comprendere la nostra condizione significa guardare in faccia queste e altre antinomie, che rimangono lì, anche negandole.
Se il mondo non fosse pieno di contraddizioni, potremmo pensare di cavarcela da soli. Il rompicapo, invece, ci costringe a ricercare altrove la soluzione del problema.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lo “straniero”

(Duccio di Boninsegna, Emmaus)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» [Mt 22,34-40]

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Freud e Levinas a confronto. Una riflessione di Danilo Di Matteo (con una poesia)

 

Incontri, tra Freud e Levinas

di Danilo Di Matteo

Quante volte ci riferiamo a bravi/e ragazzi/e rovinati/e “dalla cattiva compagnia”! Oppure a uomini o donne sopraffatti/e dal partner; schiacciati/e per lo più psicologicamente, rispetto alle proprie aspirazioni e possibilità, talora – ahinoi, sono situazioni non rare – anche fisicamente. La condizione di animali sociali/socievoli, comunque, ci spinge all’incontro, che, inevitabilmente, è con l’altro/a. Anzi, tendiamo a sottolineare come troppe volte, al giorno d’oggi, tali incontri siano più “virtuali” che “reali” (l’uso delle virgolette è qui legato all’accezione riduttiva ormai attribuita all’aggettivo “virtuale”. Il virtuale, più propriamente, indica il campo del possibile; rappresenta un’estensione del limitato dominio dell’“attuale”, di quel che è qui e ora. Etimologicamente, si tratta della stessa radice di virtù e, per estensione, di forza e, dunque, di vita, vitalità).

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Il Segno

di Fabrizio Centofanti

Abbiamo paura. Paura di perderci. Paura che ci accada qualcosa. Paura per principio. Una ragione c’è sempre: se esco in strada, un’automobile mi può investire, un pazzo o un terrorista mi possono sparare, qualcuno può prendermi la borsa dove tengo un libro introvabile che leggo quando ho tempo.
Ma il motivo è un altro: può aggredirmi il male vero, di cui parla Gesù nel Padre nostro. “Ella passan men Bisha“, si dice in aramaico: allontana da noi il Cattivo. È lui che cerca di distruggerci, che si insinua in una suggestione, un’immagine, un pensiero. Ecco perché i Padri raccomandavano di chiedere ogni volta: sei dei nostri o sei dell’avversario?
Comunque c’è un trucco, ma non lo dite a nessuno. Facendo il segno della croce con fede sincera, siamo protetti da ogni lato: satana non trova più una porta dove entrare.

“Il testamento del Greco” di Bruno Morchio

Recensione di Francesco Improta

Torna in libreria, a undici anni di distanza dalla prima pubblicazione, Il testamento del greco, una spy story ambientata a Genova e nel suo entroterra. A voler essere fiscali, l’azione comincia nella Val d’Orcia, in provincia di Siena, dove il Greco, un agente dei Servizi segreti, dopo la morte della moglie, si è rintanato in compagnia del figlio quattordicenne Alessandro perché, come si legge testualmente,  “il Greco aveva un’ossessione: proteggere dalla verità le persone che amava” pur sapendo, dal momento che lo aveva sperimentato sulla propria pelle, che “lo sradicamento genera confusione e sofferenza”. Non basta, in questo ambiente appartato, lontano da occhi indiscreti, insegna al figlio a muoversi come un lupo solitario per farne  un perfetto soldato, meglio ancora, una perfetta macchina da guerra plurilingue. Il figlio, addestrato quotidianamente all’uso delle armi e alle tecniche dell’intelligence, considera, però, quelle lezioni incomprensibili e infatti il prologo è punteggiato di “perché”, di domande a cui trova una risposta, sia pure parziale, solo dopo la lettura del testamento (da cui il titolo del libro), l’anno successivo alla morte del padre. Cade il velo che gli aveva coperto gli occhi fino ad allora e la realtà si svela in tutta la sua drammaticità: la madre non è morta in un incidente automobilistico, come aveva sempre creduto, ma è stata assassinata. Continua a leggere→

Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 6

di Giulio Bruno

Lo schermo e l’abbraccio: mediazione della finzione e immediatezza della cura

in Sentimental Value di Joachim Trier

Sentimental Value si apre e si chiude su un’assenza di parola che non è silenzio, ma un diverso regime di significazione. Gustav, anziano regista in declino e padre mancato, non sa dire ciò che prova; sa, semmai, inquadrarlo. Dietro la sicurezza un po’ vanitosa del personaggio si avverte — per riprendere un’osservazione dello scrittore Karl Ove Knausgård — uno scarto tra lo sguardo e il comportamento, come se la parola gli servisse più a occupare spazio che a dire qualcosa. È un’incapacità che il film non tratta come deficit, ma come premessa: se il linguaggio verbale resta, nella famiglia di Gustav — soprattutto tra lui e la figlia Nora —, il luogo del calcolo e della recriminazione, lo strumento con cui ci si giustifica o si accusa, la visività cinematografica è l’unico terreno su cui un affetto può ancora accadere senza doversi argomentare. Non a caso la riconciliazione tra Gustav e Nora si compie, nel finale, in un sorriso privo di parole: quando la parola arriva, non la produce, si limita a certificarla. È da questo scarto tra dire e mostrare che il saggio prende le mosse.

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Antonio Spagnuolo, Atomo del nulla

Atomo del nulla

di Antonio Spagnuolo

La deforme immagine del vero, inutile strada,
cerca di colmare l’ultima data concessa
al mio serto d’alloro, proiettato in una fuga
quasi spericolata e vago arpione di salvezza.
Fuggo, anticonformista, peraltro l’antica sapienza
inchiodata al passato come parabola
la cui vera ragione schiva un ritrovamento.
Anche la frenesia dell’immaginario ripete
“aut stabis, aut lento pede deambulabis »,
corollario di quel raggio che indaga
un orizzonte di attese o una tensione in bilico.
Atomo del nulla nel nulla eterno,
ingrigito nel sudario del famoso aoristo.