Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Fare” la volontà

(P.Picasso, il Poeta)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». [Mt 21,28-32]

***  

Che cos’è la “volontà” (thèlema, in greco)?

E, soprattutto, che cos’è la “volontà di Dio”?

Se intendiamo per volontà, la spinta razionale a compiere azioni, può valere anche per Dio?

Se pensiamo la volontà come una sorta di obbedienza ad una forza non nota che muove l’universo intero, certo non possiamo applicare, semplicemente, al Dio biblico questo concetto.

Nel vangelo di Matteo, però, non si propone un’idea di volontà astratta. Si parla di “un uomo”, che esprime una volontà esplicita e precisa: chiede di andare a lavorare nella vigna.

Il verbo greco, usato da Matteo, qui tradotto con “compiere”, è “poièin” (“fare”). È una concretezza che mette di fronte a due alternative: fare o non fare.

Non basta l’assenso razionale e intellettuale: a questo, deve seguire e corrispondere un “andare”: “Va’”.

Prima di tutto, dunque, la volontà si comprende e poi si fa. E il fare è sempre un andare, un abbandonare le posizioni di partenza.

L’accusa di Gesù ai sacerdoti e agli anziani è di aver compreso, ma non creduto, e di non aver fatto.

Non basta una vita per comprendere la “volontà” di Dio per ognuno di noi. Sarebbe più facile se avessimo indicazioni chiare e precise sul da farsi? Di fronte alla richiesta di segnali indicatori, Gesù risponde che “hanno Mosè e i Profeti”. La Legge e i Profeti, tutta la Storia di Israele. Qui devo cercare. Negli spazi bianchi della Scrittura, negli interstizi delle scritture.

E poi, “fare”, “poièin”. È il verbo della concretezza, della realizzazione, della “fabbrica” umana. Per questo, da “poièin” deriva “poeta” e “poesia”. Non si tratta solo di essere facitori di realtà (in senso aristotelico), ma di essere in grado di intuire i nessi che fanno la realtà, le relazioni che ne costituiscono l’ordito. “Fare” la volontà di Dio non è un semplice “mettere in pratica” dei comandi scritti in un altrove letterario o esistenziale. “Fare” la volontà, sconosciuta e impenetrabile, ma solo intuibile, è essere partecipi dell’ opera di creazione. Perfetto “orante”, il poeta-profeta è colui che dà voce al suo cercare e, in questo dare voce, attende risposte solo intuite, sempre in cerca di confronti e di conferme. Ha occhi grandi il poeta-profeta, allenati a scrutare l’imperscrutabile. Occhi languidi di desiderio inquietante che non si accontenta di regole e di norme da rispettare. Si può ben dire che il “fare” del poeta coincide con la ricerca e (con l’attività proprie del profeta), di quei nessi che ci permettono di non strappare l’ordito della storia, ma di riconoscerlo, rispettarlo, amarlo e, per questo, cambiarlo, spingendolo verso il suo destino di unità e di pace.

“Fare” la volontà è rispondere alla missione ricevuta nel battesimo: “re, sacerdoti e profeti”. Nella nostra umiltà quotidiana, diventare “poeti”, “facitori”, di quella “volontà”, in cui

“è nostra pace:

ell’è quel mar al qual tutto si move

ciò ch’ella cria o che natura face” (Dante Par, III canto)

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Valerio Magrelli

Una scissura,
la stessa che riga le forme
stampate nella plastica,
divide me in due versanti.
Un lato manovra
con naturalezza
aderendo all’impulso,
è l’impulso, azione felice.
L’altro è inetto,
l’infermo che patisce
senza guarire mai,
lo spazio convalescente.
Anche in certe condanne
il vivo veniva legato a un cadavere,
ma non al suo cadavere. Dunque
questa paralisi che affligge metà
corpo, sembra il motivo
dell’inclinazione
e della pendenza dell’anima.

da Nature e venature

C’è un tempo

di Fabrizio Centofanti

C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: capiamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
Tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se sia vera bellezza, qualcosa che è bene per noi e anche per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio. Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito solo a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.

Sinfonie itineranti, di Giovanni Agnoloni

Giovanni Agnoloni, Sinfonie itineranti.In viaggio per l’Europa tra musica, cinema e letteratura, Jimenez Edizioni – Roma

di Riccardo Ferrazzi

Da Giovanni Agnoloni, viaggiatore instancabile, romanziere e traduttore, nonché fiorentino doc, c’era da aspettarsi, prima o poi, un libro di viaggi. E lui non ha mancato all’appuntamento. Ma ha reinventato il genere: non si è limitato a magnificare le bellezze dei luoghi: anzi: a dir la verità, ne ha parlato quasi solo accennando, con rapide, nervose pennellate, scorci cittadini. Ma ogni descrizione, ogni accenno a una casa, un monumento, un luogo tipico, diventa occasione per evocare rimandi letterari o musicali e film. Ricordi di ogni genere, rievocati anche nei dettagli, come gli scherzacci feroci dei cinque Amici miei, gli indimenticabili gaglioffi fiorentini Perozzi, Mascetti, Necchi, Melandri e Sassaroli.
Quelli di Agnoloni sono viaggi labirintici, non tanto per le vie di Dublino (o Firenze, Berlino, Milano, Roma, Linguadoca e Catalogna), quanto nella testa dell’Autore, nel suo mondo, nei capisaldi della sua cultura, delle associazioni di idee che lo portano a evocare attori e cineasti, e letterati di vario genere.
Che dire? Le associazioni di idee, di suggestioni, di ricordi, sono quanto di più personale ci è rimasto nel secolo dei “social”, dove ogni argomento viene liquidato in una riga da sconosciuti che pontificano, stroncano o magnificano “perché lo dico io”. Ma le associazioni di idee di Giovanni Agnoloni, che sono sicuramente personali, sono altrettanto sicuramente condivisibili dai tantissimi che, come lui, come me, come tanti, hanno visitato e vissuto luoghi che “fanno” Europa in quello straordinario scorcio di tempo che è stato la seconda metà del ventesimo secolo. Chi l’ha vissuto ricorda come uscimmo dal provincialismo: man mano che le macerie della guerra venivano sostituite da città che si espandevano, treni che funzionavano e portavano dappertutto, perfino in Svezia (mito degli adolescenti), cresceva la voglia di andar via, alla ventura, senza meta, perché vivere senza viaggiare ci pareva che non fosse vivere.
Su questa piccola epopea, Agnoloni ha costruito e portato alle estreme conseguenze il mito degli scrittori del secolo scorso: il “flusso di coscienza”. Ci ha squadernato la sua mente e ha descritto come ogni luogo richiami un ricordo, e quel ricordo richiami un libro, e quel libro un film, e quel film una musica, e così all’infinito. Insomma, per lo stile con cui questi viaggi sono raccontati, potrebbero portare la firma di Molly Bloom.

Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 5

di Giulio Bruno

Tra costruzione e presenza: il realismo impossibile di Quasi Grazia di Peter Marcias

1. La scommessa del film e il montaggio intellettuale

Quasi Grazia (2024), scritto da Marcello Fois e diretto da Peter Marcias, si misura con uno dei soggetti più insidiosi per il cinema biografico: Grazia Deledda, scrittrice sarda premio Nobel nel 1926. L’insidiosità sta nella struttura della sua vita come racconto. Deledda è insieme scrittrice universale e figlia di una terra arcaica, la donna che ha varcato tutti i confini e quella che non ha mai smesso di abitare la Barbagia. Questa duplicità — universale e radicata, proiettata e ancorata — è il tipo di tensione che il biopic tradizionale tende a risolvere. Marcias sceglie di non risolverla. La forma del film è già una presa di posizione estetica, che il saggio intende leggere attraverso due tradizioni teoriche le cui implicazioni il film esplora e mette in tensione produttiva: quella del costruttivismo cinematografico di Ejzenštejn e quella del realismo baziniano nella sua dimensione ontologica. Quasi Grazia non appartiene né all’una né all’altra: le abita entrambe, e in questo spazio trova la propria originalità.

La scelta più visibile è affidare Deledda a tre attrici diverse, ciascuna per un momento cruciale: il confronto con la madre a Nuoro, il Nobel a Stoccolma, la malattia a Roma. I loro volti non somigliano alla Deledda storica né tra loro. Questa moltiplicazione va letta attraverso la lente del montaggio intellettuale ejzenštejniano: a differenza del montaggio delle attrazioni, che punta all’impatto emotivo diretto, il montaggio intellettuale produce un concetto astratto attraverso l’accostamento di immagini che singolarmente non lo contengono — un’idea che nasce nello spazio tra i fotogrammi, nella mente dello spettatore. Così, l’accostamento di tre Deledda fisicamente diverse produce l’idea di una vita che non si lascia contenere in un unico corpo: scrittrice universale, figlia della Barbagia, donna malata — dimensioni che non si sommano ma si interrogano a vicenda, generando una figura nuova che esiste solo nel cortocircuito concettuale tra le tre. Il film fonda la propria verità sulla struttura, rinunciando alla somiglianza fisiognomica come criterio di autenticità.

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Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo

Della vita non resta altro che sentirla
perdersi in certe vie fuori mano
di sterpame bruciato, di grido consumato –

di memoria che deforma nei suoi
specchi.

Tra spirali inattese, mordaci paure,
l’incerto battere come di remi
nello stretto dei transiti.

E tuttavia, qualunque sia l’equazione
inerente all’enigma,
urta alle pareti del mondo
l’ardore delle cose che trascorrono
invisibili
nel segno mancante, interrotto, distante,

dove l’Assoluto è ovunque,
immobile nella sua vertigine.

da Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo, Poesie scelte 2007-2026, Giuliano Ladolfi Editore 2026

Deserto d’acqua. (Taras, dalle Murge all’ILVA, via Salento)

di Francesco De Girolamo

Ed ora chiamami straniero, selva di moli informi
ed anse fiocinate ed alberi lunari senza più brada,
stregata linfa, muraglia di miasmi protetti
di incombusti pozzi di neve nera e calda,
dai sigilli alle arcate nascoste, infecondo frantoio
d’oro eroso e argento arsenicato, ciurma persa
in lungomari sbarrati, bordeggiante e sinuosa
in caffetani intarsiati di sabbia turchese
e bellici scafandri rococò, tessuti da piccole larve
in brulicanti bazar indostani o grotte singalesi.
Ritorta costa d’Itria, pitagorico regno burlesco
della riscossa dei malnati, in forzato soccorso
ai derelitti, dannati d’oltremare, d’altro dialetto e stesso
volto di pietra scura. Ed anche voi, visitatori di passo,
scesi a sciamare da logore carrozze e non da inermi,
naufraghe prigioni, bare a trecento piazze per smunti
traci assetati, voi che ormai forse non fuggite altro
che il vostro antico, pallido tedio, fate attenzione
a togliere ogni spina, ogni residua stilla di veleno,
prima di assaporare il cuore polposo di quel nostro
selvaggio frutto di cactus, ocra-arancio, candito
allo scirocco dei più nascosti orti dell’assolata baia
d’un troppo stanco Ulisse, che mai tolse gli ormeggi,
deposte le sartie lasche, dal malioso pontile a tutto sesto
delle lampare in perpetua risacca.

Giorgio Stella, Sterpia

Sterpia

Questa è la poesia figlia del
fato che mai avrei voluto
scrivere mai, sai?
Nel delta sterpia
la data sua sulla mia ultima
poesia che non può più mai mai
per tornare a
quei mari, rovesciati, nella
rotta di tutti i cieli fino ai
nidi dei firmamenti, stessi,
le narici colme di… di sale
nella bambina estate
dove chiamavi le conchiglie madri
che chiamano al vento i figli loro
principi degl’abissi nei
castelli di sabbia bagnata
e t’avvolgeva un raggio d’ombra
dal sole al cuore fosti preso in
pieno morto e vivo
nello stabilimento marino
dove muoio in eterno riposo
per ritornare vivo e vegeto
al resto di me stesso
che ho scordato d’annegare
nell’ultima estate per la prima
volta fanciullo, perfetto nel
rudere elementare nella stagione
della terra ferma dove si ferma la terra
stessa sull’asse suo nel vuoto mio sono
io il sono suo del primo viso morto
sull’ultimo volto vivo al mondo
io non piango, risparmiato.

da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Perché ve ne state qui…senza fare niente?”


(G.
Baglione, XVII sec., Carità e Giustizia)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. [Mt 20,1-16]

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La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Carlo Livia

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carlo Livia

Se la parola è espressione esclusivamente del rigore scientifico e dei concetti del sapere e della filosofia nessuna luce potrà giungere da essa. Per Carlo Livia è invece necessario che la poesia si abbeveri alle sorgenti inquiete e misteriose dell’inconscio, liberando sogni e visioni capaci di placare l’ansia di verità e di bellezza.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino

Elogio dell’inciso

Lineetta — o trattino lungo — e parentesi: due preziosi turbatori del ritmo e della linearità sintattica, grazie ai quali un concetto si scava una cuccia nel flusso discorsivo senza minimamente alterarne l’ordine logico, ma arricchendolo di mosse abrupte, esattamente come avviene nel pensiero.