Intervista a Lucilla Trapazzo

Breve sinossi 

La quiescenza del seme è nato nel tempo immobile della pandemia, quando il mondo si è fermato e la distanza tra i corpi è diventata misura. Continua a scriversi anche adesso, a libro finito, nelle ore buie dell’uomo.
È una riflessione, a tratti una confessione, nata dal dolore, dalla perdita, dal desiderio, dalla scrittura stessa. Su ciò che resta, su ciò che, nonostante tutto, ci rende ancora umani.

Intervista Portosepolto

di Luca Pizzolitto

  • Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

È nata nel tempo sospeso della pandemia, ma parlare di “nascita”, in questo caso, è forse una semplificazione. Più che nascere, ha portato alla luce qualcosa che era già in movimento nella mia vita e che in quel periodo ha trovato un condotto per fuoriuscire, come magma. Nel silenzio coatto si sono fatti più nitidi i movimenti sotterranei: il dolore, la perdita, il desiderio, la fragilità dei corpi, ma anche tutto ciò che resiste (non ci sembrava, allora, che avessimo ritrovato una nuova maniera di essere umani?). E poi le nuove guerre, che eruttano violenza, morte, sopraffazione, negando l’umano, che ci ricordano che nulla si ricompone. Eppure, ne La quiescenza del seme, fin dall’inizio c’è sempre stata una corrente di ritorno, una pulsione che riporta alla luce, alla vita che chiama, all’Amore che non si lascia cancellare.

  •  Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

Certo che ha ancora un ruolo, e non decorativo. “Ciò che resta lo fondano i poeti”, scriveva Hölderlin (Brot und Wein), e per me la poesia oggi, in questo momento storico, è presenza, testimonianza e resistenza. In un tempo segnato da fratture politiche, disuguaglianze crescenti e un progressivo impoverimento del linguaggio pubblico fino all’anestesia, la parola poetica si colloca nel gesto minimo di opposizione, custodire ciò che ci rende umani, la luce e la bellezza, anche quando il senso sembra sgretolarsi. È anche però, inevitabilmente, un atto di disobbedienza, a volte un urlo, contro le narrazioni dominanti, contro l’automatismo del linguaggio, contro l’omologazione, contro il silenzio imposto. Spesso, infatti, quando invitata a leggere, soprattutto in contesti internazionali, scelgo le poesie meno consolatorie, la forma performativa e il gesto forte. 

  • Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

È molto altalenante. Ci sono periodi di bulimia letteraria: leggo di tutto, prendo appunti ovunque, scrivo “pizzini” sulle pagine dei libri o su qualsiasi frammento di carta. A volte mi chiudo a scrivere al computer per ore, giorni interi in cui non ho percezione del tempo. Poi ci sono momenti opposti, anche lunghi, in cui non riesco a scrivere né a leggere quasi nulla, neanche la lista della spesa. Vorrei essere metodica, dedicare ogni giorno un tempo strutturato alla lettura e alla scrittura, ma la poesia non ha un ritmo stabile nella mia giornata, a volte arriva di notte, in sogno, o si scrive da sola, e io sono più un “canale” che una volontà.

  • Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.

Solo tre? Aiuto! Cerco di riassumere i miei gusti ondivaghi in tre esempi-direzioni. Di Ocean Vuong (Time is a Mother) amo la scrittura per fratture, il coraggio e la libertà di attraversare parole e temi forti, di mettere a nudo tutta la sua fragilità e il riuscire a ritrovare il respiro proprio nel punto in cui tutto sembra soffocare; di Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva) l’ampiezza del respiro universale, il senso del divino, la capacità di trovare la luce nelle cose piccole e soprattutto nelle ferite; per onestà verso il mio percorso, non posso non citare Gottfried Benn (Gehirne), anche se oggi non è più un autore che leggo. Ricordo ancora l’effetto che ebbe su di me all’università, il suo sguardo senza consolazione e la lingua chirurgica e spietata mentre guarda il corpo umano dall’interno, con una precisione che trasforma il disgusto in forma poetica. L’incontro con Benn e con le avanguardie storiche fu per me una vera epifania, compresi come l’arte potesse essere rottura. Che le ribellioni, il senso di estraneità che sentivamo da ragazzi non erano soltanto un “andare contro”, ma potevano trovare una forma, un linguaggio, una possibilità di creazione.

La stella che brilla nel mare di Marco Colletti

di Veleria Di Felice

La stella che brilla nel mare di Marco Colletti (Progetto Cultura 2025) è una raccolta di 25 poesie, tutte allineate sulla stessa orbita metaletteraria e attraversate da una viva tensione verso il mistero esistenziale. La parola non si limita all’osservazione profonda, ma è una sonda mobile che, esplorando, costruisce itinerari di pensiero e paesaggi emotivi. Il confine impalpabile che separa ciò che conosciamo da ciò che possiamo soltanto cogliere con l’intuizione è lo stesso che separa il bianco della pagina dal tratto poetico: una reciprocità di pieni e vuoti, di luce e buio, nella quale l’ispirazione rinomina l’esistente da altre prospettive e ne dischiude significati inattesi. Se la scienza rende più comprensibile la realtà disvelandone i meccanismi, la poesia ne coglie le risonanze più sottili e si spinge nell’ipotesi dell’altrove, diventando uno spazio liminale sospeso tra il dato e ciò che va oltre l’evidenza, tra la materia e ciò che la oltrepassa.

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La colomba

 

di Fabrizio Centofanti

Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare il Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si aggrappa con fede, per essere salvati.

20 righe (per niente) facili

La volete una sequenza neoavanguardistica con la scheda perforata? Il gatto sta sul tavolo compressione,/ il sul gatto tavolo sta asfittica,/ sta il tavolo compressione asfittica sul gatto morto. Non mi capita spesso di tornare sullo stesso autore. Con Marco Plebani ne vale la pena. La sua poesia è un fenomeno. Spiegando il titolo di questa sua nuova opera, L’adeguamento (Transeuropa, 2026), scrive, in estrema sintesi, che vuole definitivamente andare oltre il poetese. Già avevo scritto che leggendo Plebani si intuisce che la poesia non sarà più come la conoscevamo. Con questo adeguamento siamo ormai fuori da ogni canone o regola. Devo ammetterlo. Le rotture delle neo-avanguardie e dei beat-i poeti sono state rumorose ma non definitive. Per questo hanno prodotto un melenso follow-up di poesia poetica, che la rivoluzione social ha metastatizzato caoticamente.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Fare” la volontà

(P.Picasso, il Poeta)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». [Mt 21,28-32]

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Valerio Magrelli

Una scissura,
la stessa che riga le forme
stampate nella plastica,
divide me in due versanti.
Un lato manovra
con naturalezza
aderendo all’impulso,
è l’impulso, azione felice.
L’altro è inetto,
l’infermo che patisce
senza guarire mai,
lo spazio convalescente.
Anche in certe condanne
il vivo veniva legato a un cadavere,
ma non al suo cadavere. Dunque
questa paralisi che affligge metà
corpo, sembra il motivo
dell’inclinazione
e della pendenza dell’anima.

da Nature e venature

C’è un tempo

di Fabrizio Centofanti

C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: capiamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
Tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se sia vera bellezza, qualcosa che è bene per noi e anche per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio. Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito solo a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.

Sinfonie itineranti, di Giovanni Agnoloni

Giovanni Agnoloni, Sinfonie itineranti.In viaggio per l’Europa tra musica, cinema e letteratura, Jimenez Edizioni – Roma

di Riccardo Ferrazzi

Da Giovanni Agnoloni, viaggiatore instancabile, romanziere e traduttore, nonché fiorentino doc, c’era da aspettarsi, prima o poi, un libro di viaggi. E lui non ha mancato all’appuntamento. Ma ha reinventato il genere: non si è limitato a magnificare le bellezze dei luoghi: anzi: a dir la verità, ne ha parlato quasi solo accennando, con rapide, nervose pennellate, scorci cittadini. Ma ogni descrizione, ogni accenno a una casa, un monumento, un luogo tipico, diventa occasione per evocare rimandi letterari o musicali e film. Ricordi di ogni genere, rievocati anche nei dettagli, come gli scherzacci feroci dei cinque Amici miei, gli indimenticabili gaglioffi fiorentini Perozzi, Mascetti, Necchi, Melandri e Sassaroli.
Quelli di Agnoloni sono viaggi labirintici, non tanto per le vie di Dublino (o Firenze, Berlino, Milano, Roma, Linguadoca e Catalogna), quanto nella testa dell’Autore, nel suo mondo, nei capisaldi della sua cultura, delle associazioni di idee che lo portano a evocare attori e cineasti, e letterati di vario genere.
Che dire? Le associazioni di idee, di suggestioni, di ricordi, sono quanto di più personale ci è rimasto nel secolo dei “social”, dove ogni argomento viene liquidato in una riga da sconosciuti che pontificano, stroncano o magnificano “perché lo dico io”. Ma le associazioni di idee di Giovanni Agnoloni, che sono sicuramente personali, sono altrettanto sicuramente condivisibili dai tantissimi che, come lui, come me, come tanti, hanno visitato e vissuto luoghi che “fanno” Europa in quello straordinario scorcio di tempo che è stato la seconda metà del ventesimo secolo. Chi l’ha vissuto ricorda come uscimmo dal provincialismo: man mano che le macerie della guerra venivano sostituite da città che si espandevano, treni che funzionavano e portavano dappertutto, perfino in Svezia (mito degli adolescenti), cresceva la voglia di andar via, alla ventura, senza meta, perché vivere senza viaggiare ci pareva che non fosse vivere.
Su questa piccola epopea, Agnoloni ha costruito e portato alle estreme conseguenze il mito degli scrittori del secolo scorso: il “flusso di coscienza”. Ci ha squadernato la sua mente e ha descritto come ogni luogo richiami un ricordo, e quel ricordo richiami un libro, e quel libro un film, e quel film una musica, e così all’infinito. Insomma, per lo stile con cui questi viaggi sono raccontati, potrebbero portare la firma di Molly Bloom.

Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 5

di Giulio Bruno

Tra costruzione e presenza: il realismo impossibile di Quasi Grazia di Peter Marcias

1. La scommessa del film e il montaggio intellettuale

Quasi Grazia (2024), scritto da Marcello Fois e diretto da Peter Marcias, si misura con uno dei soggetti più insidiosi per il cinema biografico: Grazia Deledda, scrittrice sarda premio Nobel nel 1926. L’insidiosità sta nella struttura della sua vita come racconto. Deledda è insieme scrittrice universale e figlia di una terra arcaica, la donna che ha varcato tutti i confini e quella che non ha mai smesso di abitare la Barbagia. Questa duplicità — universale e radicata, proiettata e ancorata — è il tipo di tensione che il biopic tradizionale tende a risolvere. Marcias sceglie di non risolverla. La forma del film è già una presa di posizione estetica, che il saggio intende leggere attraverso due tradizioni teoriche le cui implicazioni il film esplora e mette in tensione produttiva: quella del costruttivismo cinematografico di Ejzenštejn e quella del realismo baziniano nella sua dimensione ontologica. Quasi Grazia non appartiene né all’una né all’altra: le abita entrambe, e in questo spazio trova la propria originalità.

La scelta più visibile è affidare Deledda a tre attrici diverse, ciascuna per un momento cruciale: il confronto con la madre a Nuoro, il Nobel a Stoccolma, la malattia a Roma. I loro volti non somigliano alla Deledda storica né tra loro. Questa moltiplicazione va letta attraverso la lente del montaggio intellettuale ejzenštejniano: a differenza del montaggio delle attrazioni, che punta all’impatto emotivo diretto, il montaggio intellettuale produce un concetto astratto attraverso l’accostamento di immagini che singolarmente non lo contengono — un’idea che nasce nello spazio tra i fotogrammi, nella mente dello spettatore. Così, l’accostamento di tre Deledda fisicamente diverse produce l’idea di una vita che non si lascia contenere in un unico corpo: scrittrice universale, figlia della Barbagia, donna malata — dimensioni che non si sommano ma si interrogano a vicenda, generando una figura nuova che esiste solo nel cortocircuito concettuale tra le tre. Il film fonda la propria verità sulla struttura, rinunciando alla somiglianza fisiognomica come criterio di autenticità.

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Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo

Della vita non resta altro che sentirla
perdersi in certe vie fuori mano
di sterpame bruciato, di grido consumato –

di memoria che deforma nei suoi
specchi.

Tra spirali inattese, mordaci paure,
l’incerto battere come di remi
nello stretto dei transiti.

E tuttavia, qualunque sia l’equazione
inerente all’enigma,
urta alle pareti del mondo
l’ardore delle cose che trascorrono
invisibili
nel segno mancante, interrotto, distante,

dove l’Assoluto è ovunque,
immobile nella sua vertigine.

da Rosa Salvia, Sull’orlo di chi siamo, Poesie scelte 2007-2026, Giuliano Ladolfi Editore 2026