Ricordo del futuro

di Stefanie Golisch

a mio fratello

La tua vita

Un giovane viene arrestato. Sono tempi bui. Viene mandato in un campo dove trascorrerà la sua vita. Al suo rilascio, un vecchio uomo lo fissa nello specchio. Chi è questo uomo? Forse è meglio non porsi questa domanda e piuttosto concentrare i propri pensieri su alcuni imperativi contemporanei.
Conosci te stesso – ma solo entro i limiti di ciò che è consentito. Misura il tuo girovita. Conta le calorie. Renditi conto che basta una sola parola sbagliata e sei fuori dalla compagnia dei benpensanti.
Un resort di lusso per i ricchi nei paesi dei poveri e un posto in un dormitorio per i poveri.
Non farsi ingannare.
Non identificarsi per alcun motivo con la logica di ciò che tutti dicono e che viene postulato come senza alternativa.
Ricorda sempre: ciò che tutti dicono e pensano è sempre sbagliato!

Orrori

L’idea di trovarci in grave pericolo è diventata la nuova normalità. A seconda del temperamento e dell’esperienza personale, c’è chi reagisce con acquisti di panico e c’è chi nasconde la testa sotto la sabbia. Ciò che generazioni di diligenti insegnanti hanno predicato ai loro annoiati studenti – ovvero che si dovrebbe imparare dalla storia – è diventato ormai un luogo comune.
Imparare dalla storia?
Chiunque voglia avere successo nella vita, oggi, farebbe meglio a comportarsi come se la storia del mondo fosse iniziata soltanto con la propria apparizione sul palcoscenico.
Bisogna divertirsi.
Il divertimento ha un prezzo.
Erba e birra sono a buon mercato. Per un vitello dorato, bisogna spendere un po’ di più. Solo a pochissimi basta prendere in prestito un buon libro in biblioteca e affondarvi il proprio io per un lungo pomeriggio d’estate.
La mano tesa verso lo smartphone elimina tutte le differenze di classe.
Guerra è.
L’uomo interiore è sotto attacco costante.
C’è una possibilità che riesca a vincere questa battaglia?

Paura

Per combattere la paura del ghiaccio e dell’oscurità, l’umanità ha bisogno di storie. Miti e fiabe capaci di condensare i suoi interrogativi esistenziali in simboli. Omero – chiunque si nasconda dietro questo nome – inventò Ulisse, l’uomo che, per vincere la paura del mare, decide di costruire una nave. I suoi incontri con la propria natura intima stanno al principio della letteratura occidentale.
Ulisse non ebbe la possibilità di verificare rapidamente cosa si trovava oltre l’orizzonte. Non poteva pianificare il suo viaggio in base alle condizioni meteorologiche più favorevoli.
Egli partì senza sapere dove stesse andando.
La sua incertezza è la ricchezza del suo viaggio e il cuore stesso della letteratura di tutti i tempi.

Pietre

Nel suo diario egizio, Flaubert racconta di una scalata in montagna nell’estate del 1850. In cima, il piccolo gruppo aveva trovato un mucchio di grosse pietre rotonde. Queste pietre erano in origine meloni, che Dio, per noia, trasformò in pietre, racconta la guida per accontentare i turisti curiosi. Probabilmente si è appena inventato questa storiella.
La vitalità del mito risiede nell’assenza di una spiegazione definitiva. Voler sapere sempre tutto con precisione non è affatto segno di saggezza. Chi si aggira senza paura in profondità della propria anima inquieta non teme gli enigmi, ma incantato sta di fronte a ciò che non comprende, né vuole comprendere, cioè: possedere.
Non riuscirà la realtà a renderlo suo schiavo.

Dominio

Terribili sofferenze ha dovuto infliggersi l’umanità prima che venisse creato il Sé – il carattere maschile, funzionale dell’uomo – e qualcosa di tutto ciò si ripete ancora in ogni infanzia. Così descrivono Horkheimer e Adorno il dilemma dell’uomo padrone della terra nella Dialettica dell’Illuminismo del 1944. Il bambino obbediente, lo studente modello – come potranno mai diventare delle personalità? Soltanto chi è immune dal pensiero comune può difendersi dall’essere strumentalizzato da interessi altrui.
Anche se tutti si conformano, io non lo farò, è una massima che risale al Vangelo di Matteo e che dovrebbe essere il principio guida di ogni percorso educativo.
Il fatto che la Dialettica dell’Illuminismo, a ottant’anni dalla sua prima pubblicazione, non abbia perso nulla della sua dirompenza, fa capire che le strutture totalitaristiche non sono affatto un retaggio del passato. Soprattutto in periodi di instabilità politica e disorientamento esistenziale, possono essere facilmente riattivate. Nota bene – da tutti gli schieramenti politici, comunità religiose e gruppi ideologici.
Chi, alla fine, tira i fili sono coloro che da sempre reclamano per sé il diritto di decidere le sorti del mondo in base ai loro interessi finanziari.
Al popolo, il trash, i poveri oggetti di nessun valore.

L’oggetto e il suo suddito

Gli oggetti ci tengono in pugno. Vogliono essere posseduti da noi. Sanno come rendersi desiderabili. Ci tentano con prezzi imbattibili e disponibilità illimitata. Sono una promessa la cui efficacia è proprio dovuto al fatto che non viene mai mantenuta.
L’accumulatore seriale, prigioniero in casa propria, è l’emblema del dominio assoluto degli oggetti.
Nella società capitalista, sfuggire al circolo vizioso dei giocattoli colorati, è praticamente impossibile, poiché la dipendenza da loro creata non è un semplice effetto collaterale, ma il nucleo stesso di una politica economica che nega all’uomo la dignità.
Senza di noi, non sei niente, sussurrano gli oggetti all’orecchio del potenziale acquirente, finché questo non si arrende, accumulando tutte le inutilità che il mercato offre e che avvolgono la sua esistenza in un velo di tristezza inconsolabile.

Dei e fantasmi

Quando gli dei se ne vanno, appaiano i fantasmi, scrisse nel 1799 l’ingegnere minerario e poeta Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis.

Diventare oggetto

L’impotenza di fronte alla vita, la cui qualità si può ancora intuire, ma non più sentire, genera un senso di vuoto che, nel peggiore dei casi, si cerca di alleviare distruggendo ciò di cui non si fa più parte. Chi si percepisce ormai soltanto come una funzione di algoritmi, prima o poi perde la fiducia in se stesso.
Da una prospettiva psicoanalitica, Erich Fromm, nella sua opera Anatomia della distruttività umana, coniò il termine necrofilia, cioè, l’amore per le cose morte, come reazione patologica alla perdita della propria vitalità. L’ideale di una società in cui tutti i membri possano svilupparsi liberamente – ideale che l’umanità ha miseramente fallito di realizzare – viene proiettato sulla megamacchina AI, caricandola di un significato pseudo-religioso, una tipica fantasia messianica.
La novità è che il messia non può più essere chiamato in causa.
Perché non esiste proprio.

Modernità stanca

Quando è iniziata questa stanchezza? La nausea nei confronti dei progressi tecnologici e delle proclamazioni umanistiche che dovrebbero elevare la vita passo dopo passo? Sembra piuttosto che il presunto progresso su una scala temporale lineare si sia rivelato una pura finzione.
Che ci piaccia o no, la nostra visione del mondo è la visione del mondo della nostra epoca. È lei che costituisce lo sfondo su cui si formano le nostre opinioni, si dipana la nostra vita emotiva e ci raccontiamo le nostre storie. Che l’uomo percepisca le stelle nel firmamento come immagini spirituali in cui si riflette il suo destino, o come sfere luminose di gas incandescente, dipende dalle convinzioni che la sua epoca e cultura hanno adottato.
Uscire da queste, osservando la propria realtà a posteriori, è un affascinante esperimento mentale capace di mettere radicalmente in discussione i presupposti che la maggioranza prende per scontato.
È così che viviamo e pensiamo.
Ma è così che vogliamo vivere e pensare?
Nella Vita di Galileo, Brecht definisce il genere umano come una razza di nani ingegnosi che possono essere ingaggiati per qualsiasi cosa.
E’ un insulto intollerabile.

Dì la tua frase

Ogni essere umano è un artista è un’affermazione provocatoria di Joseph Beuys, che interpreto come un incoraggiamento a celebrare il mio potenziale creativo come un dono.
Anche nelle situazioni più sfavorevoli, apparentemente senza speranza, si può dare forma alla propria vita. Qualcosa si può fare anche nelle situazioni più disperate.
Non esiste un unico obiettivo che tutti debbano raggiungere, così come non esiste il telos della storia.
Ciò che di noi fa degli uomini sono i nostri errori, i sogni che non si sono avverati, i progetti abbandonati e l’amore che ci ha trovato quando ancora non eravamo pronti ad accoglierlo.
Nel suo romanzo Pastorale americana, Philip Roth racconta la storia di un giovane che, nel tentativo di conquistare una ragazza, inventa per lei un regalo speciale: un cappotto di pelliccia di criceto cucito a mano. Un’impresa di Sisifo. Alla fine, il cappotto, come tutte le cose che desideriamo veramente, viene completato e spedito per posta. Quando arriva a casa dell’amata, lei, disgustata dal fetore di criceti morti, lo getta immediatamente nella spazzatura.
Le nostre storie più vere sono così. Non raccontano di trionfi, ma di imprese fallite miseramente – e di come siamo riusciti a rialzarci.

Consolazione per il futuro

Chi ha bisogno di aiuto, alla fine sarà aiutato. Questa frase a volte è vera, il più delle volte no. Eppure non abbiamo altra scelta che aggrapparci ad essa. I morti ci spingono avanti. Non vogliono smettere di vivere.

Il quadro è di Johanna Häcker.

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista ad Annamaria Ferramosca

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista ad Annamaria Ferramosca

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Con questa tua prima domanda mi hai riportato molto indietro nel tempo, sui banchi del liceo, quando mi incantavo ascoltando i versi dei lirici greci, mia prima immersione nella dimensione pura della poesia che da allora non mi ha più abbandonato; sì, la luce che quella poesia effondeva, era un simbolo potente, associato a qualcosa di immateriale, o divino, come la misteriosa forza della bellezza e dell’amore in Saffo o come il senso di sacra pienezza della gloria in Pindaro o quella sconfinata dimensione di luce in Alceo, quando celebra il sole e la natura che ne è invasa. Una luce che dagli albori della scrittura poetica ha poi attraversato i secoli e guidato la penna dei poeti come metafora della splendida forza della conoscenza, luce-guida per contrastare la parte oscura della vita, l’insondabile mistero della morte e dell’altrove, e tutto il buio che sedimenta nel fondo della nostra interiorità. Continua a leggere

Tomas Tranströmer

 

a cura di Giorgio Stella

Tracce

Di notte, alle due: chiaro di luna. Il treno si è fermato
in mezzo alla pianura. Lontano i punti luminosi di una città,
freddamente scintillanti all’orizzonte.

Come quando un uomo è così immerso in un sogno
che mai, ritornato al suo spazio,
ricorderà di esserci stato.

E come quando qualcuno è cosí immerso in una malattia
che i suoi giorni passati divengono solo pochi punti luminosi,
uno sciame,
piccolo e freddo all’orizzonte.

Il treno è assolutamente immobile.
Alle due: forte luce lunare, poche stelle.

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 3

La Morte 3. Il canto delle cicale

Lo abbiamo sentito ripetere spesso: le stagioni non sono più quelle di una volta. Meno consueta, assai meno scontata, un’altra affermazione dello stesso tenore, relativa alla Morte: “C’era un tempo in cui la morte stessa era giovane e virile, quando falciava senza scrupoli il genere umano: pervasiva, inconfutabile, inarrestabile. Ora, anche la morte è invecchiata, tenuta in disparte, un terrore represso consegnato a qualche soffitta della nostra memoria”. Continua a leggere

Su “La ragazza dei macelli” di Marina Massenz

Su La ragazza dei macelli di Marina Massenz
di Giorgio Morale

Con la sua nuova raccolta poetica Marina Massenz ci dà una figura, quella de La ragazza dei macelli che dà il titolo al volume, che, con termine desunto da Harold Fish (Un futuro ricordato: saggio sulla mitologia letteraria, 1988), possiamo definire un archetipo storico, una figura in cui si può riassumere l’esperienza di quella che Miguel Gotor nel saggio omonimo ha chiamato “Generazione Settanta”. Continua a leggere

“Fondovalle” di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Fondovalle (Casa Editrice Carabba, collana “Corsara”, 2026)

L’ultimo lavoro di Marino Magliani dal titolo decisamente evocativo, Fondovalle, enfatizzato in copertina dal bellissimo acquerello di Lino Pastorelli, dice, ad una attenta lettura, molto più di quanto le poche pagine (96) possano farci immaginare. Si tratta, infatti, di un consuntivo della vita di un uomo e di un artista, spesso cresciuti insieme, com’è naturale che sia e talvolta separati e protesi a inseguire, lungo percorsi diversi, obiettivi differenti. Va premesso che il Fondovalle, cui ci si riferisce, è geograficamente identificabile nella Val Prino dove Marino Magliani è nato nel 1960 e dove ha trascorso la sua adolescenza, maturando un senso di colpa per la propria inadeguatezza a soddisfare le aspettative dei genitori. Ne consegue che il Fondovalle non è soltanto la vallata nell’entroterra d’Imperia, chiusa a settentrione da una spalliera di monti scoscesi, attraversata dal fiume Prino e punteggiata di case, uliveti e frantoi ma è anche il substrato della sua coscienza dove Magliani matura esperienze e consapevolezze che poi trasmette, in qualità di artista, ai suoi personaggi che gliele restituiscono filtrate e arricchite dalla vita autonoma che assumono nella sua narrativa. Continua a leggere

Decalogo. Omaggio a K.Kieslowski, di Alida Airaghi

IX. Non desiderare la donna d’altri

di Alida Airaghi

Cerbiatta veloce e leggera
agnella dal manto di ovatta.
Pantera rapace flessuosa
sinuosa anguilla di fiume.
Merla di piume nera
colomba bianca di ali.
Seppia celata in fondali
ape ronzante all’aperto.
Canto di upupa stanca
lince screziata del deserto.
Farfalla colorata di allegria:
sei di un altro, ma ti voglio mia.

L’amante giovane gode
dell’amore imprudente proibito:
la pelle profumata i capelli
sottili di una moglie non sua.
Smanioso e accanito, azzarda
incontri febbrili, segreti
appuntamenti, noncurante
del dolore di un noioso marito
che ascolta e guarda, impotente
custode del passato. Continua a leggere

Intervista a Laura Corraducci

 

  •   di Luca Pizzolitto
  • Ciao Laura, in questa intervista che ha per oggetto principale il tuo nuovo libro (Tableaux, PeQuod 2026), partirei, con le domande, proprio dal principio, dalla copertina: che significato ha, per te, la scelta di un titolo in lingua straniera? E quale immagine racchiude, per te, la parola Tableaux?

Ciao Luca, intanto grazie di questa intervista e grazie anche a chi ci ospita “La poesia e lo spirito”.

Allora, scegliere i titoli è stato spesso un grosso problema, la maggioranza delle mie poesie non ne ha nessuno e anche in questo mio ultimo libro è piuttosto così, fatico a chiudere in una parola (o in più parole) quello che magari il testo poetico o, in questo caso, un’intera raccolta può racchiudere, anche se comprendo bene che un titolo che abbia un certo impatto di immagini e suoni sia molto importante, in particolare modo per un libro. E’ il suo biglietto da visita. Per tutti i libri che ho scritto fino ad ora, Tableaux incluso, il titolo è arrivato da sé, per Il passo dell’obbedienza (Moretti e Vitali, 2020)  il libro precedente, fu verso la fine, questa volta, invece, è stato molto prima, stavo lavorando alla sezione dedicata ai dipinti (in francese la parola “tableaux” significa quadri) e avevo pensato di intitolarla così, poi, andando avanti con il libro ho sentito che doveva essere di tutta la raccolta.  Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non abbiate paura

salmo 8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
“Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. [Mt 10,26-33]

*** Continua a leggere

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Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 2

di GIulio Bruno

La solitudine della vocazione autentica. Los Domingos di Alauda Ruiz de Azúa come controesempio filosofico bilaterale

1. Il controesempio cinematografico e la struttura bilaterale

Ainara è una diciassettenne basca cresciuta senza madre, in una famiglia con problemi economici, che all’ultimo anno di liceo sente crescere in sé il desiderio di dedicare la vita a qualcosa di più grande e chiede di trascorrere due settimane con le suore di clausura. Il film dispone questo dilemma tra due poli speculari: da un lato la cultura familiare e laica, incarnata dalla zia e, con più ambiguità, dal padre; dall’altro la tradizione religiosa istituzionale, rappresentata dal convento, dalla badessa, da Suor Isabel e dal giovane padre Txema.

I due poli esercitano una pressione costante su Ainara, presentandosi come risposte risolutive, ma rivelandosi infine sistemi parziali, portatori di difetti strutturali incapaci di accogliere il suo desiderio autentico. Il controesempio bilaterale simmetrico non confuta una posizione in favore dell’altra, le invalida entrambe simultaneamente. La tesi del film risiede nell’inadeguatezza dei modelli proposti rispetto al dilemma di Ainara, uno scarto che costituisce l’autentico nucleo concettuale dell’opera.

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La città che sale, di Gian Piero Stefanoni

di Gian Piero Stefanoni

Raccolgo in queste pagine un intreccio di riflessioni tra poesia e fede, tra parola poetica e interrogazioni del sacro. Nel dialogo un tentativo nell’affondo del mistero dell’uomo, delle sue aspirazioni, dalla nudità della Croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende. Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleinue Delbrêl.

Passando ponte con Mario Dell’Arco, sesto connubio

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

Konstantinos Kavafis

 

a cura di Giorgio Stella

Itaca

Quando parti alla volta di Itaca
augurati che il tragitto sia lungo,
pieno di avventure, pieno di sapere.
I Lestrigoni e i Ciclopi,
l’adirato Poseidone non temere,
mai li incontrerai sulla tua strada
se il tuo giudizio rimane elevato, se un’emozione
squisita ti sfiora il corpo e lo spirito.
I Lestrigoni e i Ciclopi,
l’ostile Poseidone non li incontrerai
se non li rechi dentro te nell’anima,
se la tua anima non li erge innanzi a te.

Augurati che il tragitto sia lungo.
Tanti siano i mattini d’estate in cui
con grande gioia e immensa delizia
entrerai in approdi mai visti prima;
fermati negli empori dei fenici
e procurati bella mercanzia,
madreperla e corallo, ambra ed ebano,

e aromi sensuali d’ogni sorta,
quanto più copiosi aromi sensuali,
vai in molte città egiziane
e impara più che puoi dai savi.

Itaca devi avere sempre in mente.
Giungervi è la tua meta.
Ma non affrettare mai il viaggio.
Meglio se dura tanti anni
e vecchio ormai ormeggi nell’isola,
ricco di quanto hai guadagnato strada facendo,
senza aspettarti che Itaca ti dia ricchezze.

Itaca ti ha dato il bel viaggio.
Senza di lei non saresti partito.
Nient’altro ha da offrirti.

E se anche la trovi spoglia, Itaca non t’ha ingannato.
Saggio come sei diventato, con così tante esperienze
avrai già capito quanto vale un’Itaca.

[1911]

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