
Ritengo che questo tipo di società forzi allo scrivere chi non trovi, per destino o vocazione o per punizione, sbocco a una attività strettamente politica.
Amelia Rosselli
Di cosa parliamo, qui? Di espressione artistica, di arte e, in particolare, di poesia. Ma, in generale, cosa possiamo dire dell’arte? Qual è il suo scopo? O, per meglio dire, cosa spinge una persona a produrre arte? Potremmo dire, cercando di cavarcela con poco: per affermare la sovranità dell’individuo come assoluto. Se ciò può essere detto in generale, allora cosa possiamo dire della poesia in particolare? Assolve la poesia al compito di rendere assoluto l’individuo? E l’individuo è pronto a portare questa sua assoluta – ossia slegata – individualità, o preferirebbe forse perdersi nell’indistinzione?
L’espressione genuina del proprio individuo come dispositivo produttore di senso, questo potrebbe essere lo scopo finale dell’espressione artistica e, quindi, della poesia. L’individuo ritiratosi nel proprio particulare, al crocevia tra politica e spiritualità, non può che fare arte; oppure non può che perdersi nella massa. Non trovando senso alla propria vita nella politica o nella spiritualità istituzionalizzata (le chiese, i dogmi, le teologie), l’urgenza di ricercarlo si proietta e concentra al centro dell’individuo dove crea vuoto e silenzio. L’ansia di riempirlo e di non sentirlo produce ricerca di assoluto al prezzo della solitudine (arte) o ricerca di rumore al prezzo della massificazione (indistinzione).
Il rumore crea in chi lo ricerca e trova una scarica dopaminergica: una persona vede video su YouTube o scrolla in un social network, e il suo sistema nervoso centrale crea uno stato di dipendenza: una dipendenza dal rumore. Ma il rumore può essere tante altre cose, anche le più insospettabili: l’amore, l’amicizia, la famiglia, le frequentazioni, l’impegno politico, la pratica di una religione. Molte sono le cose che possono assolvere al compito di tacitare la petulante e ossessiva ricerca di senso.
I mistici dicevano che quello con Dio è un incontro da solo a solo. Questa spiritualità immediata – ossia non mediata da nessuna istituzione – è la condizione più o meno deliberatamente ricercata e consapevolmente interiorizzata dal poeta su cui egli innesta il dispositivo produttore di senso della poesia, del logos. Ma il primo passo propedeutico all’espressione artistica è il rifiuto istintivo del rumore. Ma perché alcune – poche – persone rifiutano il rumore?
L’illusione e l’errore stanno nel ricercare il senso fuori da sé: così facendo l’individuo si svilisce, si relativizza, si anonimizza, mentre si magnifica, si assolutizza, si individualizza l’oggetto esterno, sia questo la ricerca di piacere (la scarica dopaminergica immediata) oppure l’amore, l’amicizia, la famiglia, le frequentazioni, l’impegno politico, la pratica di una religione (la calda confortevolezza della massa). L’uso di un oggetto esterno a cui si assegna il compito di produrre senso è feticismo. Ma il feticcio non può soddisfare per definizione il bisogno di senso, e l’insoddisfazione periodica a cui il soggetto feticista periodicamente si espone crea due alternative: o la ricerca di un altro feticcio o il cinismo.
Ma, continuiamo a chiederci, perché alcune – poche – persone rifiutano il rumore? Non ho una risposta (che puzzerebbe ad ogni modo di apodissi) a questa domanda, ma solo ipotesi. Credo che l’assetto cognitivo e la configurazione temperamentale, umorale e morale dell’individuo (suoi valori, intenti, aspirazioni, modi di sentire il mondo fisico e spirituale) giochino un ruolo importante. È circostanza frequente vedere come persone con “una spina nella carne” (una malattia, una diversità cognitiva, una marginalità sociale ed economica, ma anche razziale ed etnica) sviluppino un “talento per lo spirito” e un rifiuto istintivo per il rumore. Questa è una sorta di adattamento a un mondo altrimenti percepito ostile: tra loro e il mondo frappongono un diaframma o uno schermo. Il mondo diventa una rappresentazione teatrale in cui tutto è mischiato, la tragedia e il grottesco, la salvezza e la perdizione. Al mondo guardano con distaccata partecipazione, ma non diventano mai cinici. Nel pianto si ricordano del riso, nel riso il pianto. Non si illudono di mettere ordine nel mondo: vorrebbero mettere ordine in loro stessi. Non è un ritiro dal mondo ma la postura di chi istintivamente coglie la non operabilità del feticcio come dispositivo produttore di senso.
Ecco che forse siamo giunti a un primo tentativo di risposta alla domanda, “a cosa serve la poesia”: a mettere ordine nell’individuo, come dispositivo produttore di senso, come momento privilegiato in cui concentrare l’attenzione su un oggetto della conoscenza. L’attenzione – scrive Simone Weil – consiste in una particolare disposizione della mente che la rende porosa al mondo. Una sospensione dell’Io attraverso la quale accedere all’altro da sé. L’attenzione nella sua declinazione poietica quindi artistica e creatrice è una disposizione dell’individuo nella sua interezza, nella sua inerme e commovente creaturalità: è, forse, la forma più pura di preghiera.
Domenico Lombardini

“L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento” scriveva Carl Jung. Così la poesia catalizza l’attenzione e apre la via all’interiorità, là dove abita la verità, come affermava il grande Agostino d’Ippona.