
Lo stato dell’arte, oggi? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Scherzi a parte, non saprei proprio tracciare un quadro della poesia contemporanea. La produzione è esorbitante, ma viaggia perlopiù sottotraccia: piccoli editori che nemmeno raggiungono le librerie, diffusione tramite internet… Un pulviscolo in cui non riesco a individuare aggregazioni significative e in cui il buono viene sommerso dal mediocre e dal pessimo.
Da una parte c’è la possibilità per chiunque di autopubblicarsi, e questa in astratto potrebbe anche essere una cosa positiva; dall’altra parte, il filtro degli editori non funziona più: si pubblica troppo, anche da parte dei grandi, e l’offerta è di molto superiore alla domanda. Solo in Italia ci sono migliaia di editori, che pubblicano decine di migliaia di titoli all’anno; di questi, almeno un migliaio sono di poesia. Quanto ci vorrebbe per leggere mille libri di poesia? Sorbendosene uno al giorno, ogni santo giorno, più o meno tre anni (ammesso che alla fine ne sia valsa la pena). Ma soprattutto, quanti sono i lettori di poesia? Molti meno dei poeti. Continua a leggere
Archivio mensile:Maggio 2024
La vita intera
Lo stato dell’arte. Bartolomeo Bellanova

Ringrazio Fabrizio Centofanti per l’opportunità concessami di aggiungere un mio contributo a quelli già presenti sul blog. Sono domande che mi permetto di definire ontologiche per la loro importanza, ancor più nell’attuale momento storico, nel quale lo stato dell’arte non lascia molti spiragli di ragionevoli speranze. Mai come in questi anni l’essere umano oltre a dover misurarsi giornalmente come i suoi predecessori con violenza, guerre, torture e strazianti ingiustizie sempre più insopportabili, si trova a dover fare i conti con l’innesco della “soluzione finale” della crisi ambientale che accresce la gravità delle situazioni di crisi d’ansia, immobilità e depressione. Continua a leggere
Se lo sapessi
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 54
A se stessi
Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023
Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.
Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Diego Riccobene

Principio da Le rane, se mi è lecito, perché le sento congeniali: il loro coro gracidato lungo “la strada più rapida per scendere nell’ Ade” (1) mi è da sempre suonato familiare, sebbene mai riuscissi a spiegarmi il perché.
Adesso interessa però un’altra questione su cui si arrovella la commedia di Aristofane, per bocca di due autori altrettanto celebri. Ad un certo punto, l’anima del già defunto Euripide accusa Eschilo di essere “fabbricatore di selvaggi, intemperante nel linguaggio, senza misura, senza ritegno” (2). La condanna è rivolta, qui, al concepire un logos puramente icastico, come Eschilo lo intendeva, che dimentica la funzione precipua della parola in senso aristotelico, quello ossia di conoscere e comunicare, di influenzare il reale. Rifacendomi alle annotazioni al testo greco prodotte da Alessandro Grilli per l’edizione Rizzoli, lo scontro che matura all’interno di un sillogismo tutto poietico-teatrale, si condensa in ultimo con la dicotomia “linguaggio trasparente” (rappresentato proprio da Euripide) – “linguaggio opaco (Eschilo). Continua a leggere
Per cambiare
Lo stato dell’arte. Pasquale Vitagliano
Nella pittura abbiamo sperimentato tutto. Non ci rimane altro che andare oltre la tela. Lucio Fontana ha spiegato così i suoi “tagli”.
Ecco, viviamo un’epoca di transizione lunghissima. Abbiamo esplorato l’oltre. Dietro la tela, però, non c’è che la parete. Che fare?
Tornare indietro oppure sfondare la parete? La scelta non è facile. Continua a leggere
Vittorie
Lo stato dell’arte. Ezio Settembri

Caro Fabrizio, ti ringrazio per le domande così importanti giunte il 30 aprile, a cavallo tra la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Una bella sorpresa, in quelle che sono le feste per me più gioiose, luminose, le feste primaverili, in cui tentare di riassaporare un senso di comunità di cui abbiamo un estremo bisogno. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«…si udì mai cosa simile a questa? che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco…» [Dt 4,32-33]
« …avete ricevuto uno spirito…per mezzo del quale gridiamo”Abbà, Padre”. Lo Spirito [lo] attesta al nostro spirito» [Rm8,15-16]
« sono con voi tutti i giorni» [Mt 28,20]
Al cuore del mistero.
Un Dio che parla dal fuoco. Solo chi arde ode e chi ode comprende.
Farsi fuoco, per incendiare la Storia.
Se è difficile capire la verità delle cose, sembra impossibile comprendere la verità di Dio.
“La conoscenza effettiva della verità, cioè la partecipazione alla verità stessa, è pensabile nell’amore e soltanto nell’amore, e viceversa, la conoscenza della verità si manifesta attraverso l’amore”
(Pavel Florenskij) Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Cristiano Poletti

Serve, servirà ancora la poesia? Continua a servire e a cosa l’arte?
Provo a riflettere apertamente, con qualche appunto, così, a ruota libera:
- La poesia serve, nel più vasto senso del verbo “servire”.
- La poesia serve come il pane: il grano buono, una volta passato al setaccio, si separa da quello cattivo, ed è quanto necessario dire.
- Scrivere non aiuta a migliorare il presente, lo forma.
- Scrivere ci fa arretrare dalla morte, come il ricordare.
- Ciò che nasce, nasce dal silenzio. Anche in poesia.
- Se proprio non si può fare a meno del pensiero, poesia è solo pensare a sentire.
- L’arte, tutta l’arte, è il sentiero più impervio ma giusto per ritrovare lo stupore e la meraviglia che abbiamo provato da bambini.
- L’attenzione che l’arte chiede è sempre alta tensione.
- Componimento è compimento; composizione è compostezza.
- Ogni testo che si possa dire degno è il frutto di una deposizione, con valore dunque sia di testimonianza sia di corpo linguistico deposto, morto per rivivere sulla pagina.
In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15): in spe, in particolare, è tradotto nei termini di un “abbandono confidente”. Ecco, se la poesia può puntellare la vita è perché chiede alla vita abbandono e confidenza, e in quest’abbandono la sostiene. Tutto questo si racchiude in una sola parola: umiltà.
La parola ai poeti. Manuel Lantignotti

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale
Trovo che il mondo sia attualmente sommerso da storie, confuso e con una sovrabbondanza di produzione artistica che rende la verità sempre più difficile da percepire. Per questo motivo credo che la poesia sia il mezzo per risalire alle radici delle cose, per viaggiare attraverso il tempo e ritrovare il vero senso tra le crepe di questa realtà frammentata. Continua a leggere
Per amare
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Malgrado la scelta di tre icone (i chiodi, la flagellazione e il cuore sacro) a scandire tempo e spazio di questa raccolta, La carne (2017 – 2023) di Carlo Ragliani è una cristologia disincarnata. Della via crucis resta il segno e la carne che si fa simbolo del destino di tutti noi poveri cristi. Non moriremo/ abbastanza/ da smettere/ di sperare/ infine. Alfa e omega alla fine si ricongiungono. Non c’è niente da fare. Funziona così. Per forza naturale più che filosofica. La fine è per ciò stesso un inizio. Il dolore finisce per insaporire ogni altro momento della nostra vita che si sia affrancato da esso. È un corpo a corpo permanente che racchiude il senso della dualità della nostra esistenza. Sarà per questo che i chiodi sembrano degli spermatozoi. Non baciamo/ la terra/ perché noi/ siamo la terra.
Lo stato dell’arte. Mauro Germani

La poesia fa parte della vita: è una sua manifestazione, una sua possibilità che si configura soprattutto come una tensione inesausta, una domanda incessante, un’attesa, un desiderio d’annuncio, un’oltranza. Ciò che nella poesia si compie, però, non è in realtà mai compiuto, mai definitivo. La parola poetica nasce dall’esistenza e di questa in fondo parla, ma sempre ai margini dell’indicibile: essa dice quello che può. C’è un’attesa infinita nella poesia, così come c’è nell’uomo, nel suo destino, nel suo esserci. Ed è proprio questa la ferita che la poesia porta con sé, questa lacerazione, questa mancanza che la fa vibrare, la fa essere, e ci interroga. Perché lo stato della poesia (e lo stato dell’arte in genere) è in fondo lo stato dell’uomo, delle sue contraddizioni, del suo male, dei suoi progetti, o dei suoi sogni. L’arte non può che rispecchiare la nostra esistenza, altrimenti risulta solo un arido esercizio, un’esibizione acrobatica fine a sé stessa. Quando questo avviene, cioè quando l’arte perde la sua anima e diventa semplice gioco, intrattenimento, o sperimentazione gratuita, o, all’opposto, concettosità intricata e ostentazione culturale e aristocratica, si opera una frattura con la nostra vita, con ciò che pulsa e grida dentro di noi. Non può essere innocua l’arte, nel senso che ci deve scalfire, ci deve scuotere, deve essere una provocazione dell’anima e del linguaggio, una parola-carne dilaniata o trepidante che chiede di noi: essa vuole essere catturata e ci vuole a sua volta catturare, non allontanare. Dalla poesia dobbiamo sentirci chiamati, non esclusi. In fondo c’è un’esigenza di preghiera, un’apertura, una richiesta di ascolto, un’offerta che ci interpella. E questo dipende dai poeti. Continua a leggere
Riparare
Lo stato dell’arte. Michela Zanarella

È davvero difficile rispondere a queste domande, oggi. Ma provare è ciò che forse può stimolare una riflessione. La poesia è insita nell’animo dell’uomo ed è un elemento della sua spiritualità. Utilizzo questi quesiti come strumento di approfondimento per capire in che direzione stia andando anche la mia poesia, oltre a quella di molti altri. Sicuramente le tematiche che vengono affrontate non sono diverse dal passato. L’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sul senso dell’esistenza e utilizza la poesia, l’arte in genere, come strumento di osservazione, ricerca e conoscenza. Anche se gli argomenti coincidono, la scrittura, l’arte, hanno subito nei secoli molteplici cambiamenti, evoluzioni e stravolgimenti. In poesia molte parole sono diventate desuete, alcune sono state abbandonate, il linguaggio è diventato più immediato, si ricorre spesso a termini che appartengono ad altre lingue. Il poeta appartiene al suo tempo, ne assorbe i mutamenti, le regressioni, i limiti, le mancanze. Anche se stiamo attraversando un periodo storico complesso, segnato dai residui di una pandemia, da più conflitti in atto, con il conseguente smarrimento individuale, credo che la poesia possa ancora essere una risorsa per l’umanità. Solo il semplice fatto di poter scrivere è una ricchezza. Ricordiamoci che c’è ancora chi non ha la possibilità di farlo, non può studiare, leggere, conoscere. Ho avuto l’opportunità di realizzare un progetto che ha visto coinvolte le scuole, le istituzioni, la società civile. I ragazzi hanno lavorato a dei laboratori di poesia su temi delicati e attuali come la violenza di genere, l’esclusione sociale, la lotta alle mafie, la disabilità. La loro curiosità verso la poesia mi ha permesso di constatare che se già da piccoli vengono introdotti in un percorso di scrittura, ci sono buone speranze per il futuro. Hanno realizzato dei testi interessanti, a volte inaspettati, con la voglia di mettersi in gioco, e credo che già questo sia un enorme traguardo. Per carattere non sono quasi mai ottimista, tendo a manifestare insicurezza, ma la poesia mi consente di avere uno sguardo fiducioso verso il domani. Sarebbe più facile arrendersi, lasciare che le cose accadano, accettare le considerazioni distruttive di chi afferma che la poesia è morta da tempo, non vende ed è di nicchia, ma no. Finché mi sarà possibile, fossi sola contro tutti, continuerò a credere che la poesia abbia ancora qualcosa da dire secondo l’attualità e l’andamento della società. Ritengo che la strada da percorrere sia ancora lunga. Bisogna soltanto non smettere di impegnarsi, mantenendo saldi i propri valori, le proprie convinzioni.








