Nella pittura abbiamo sperimentato tutto. Non ci rimane altro che andare oltre la tela. Lucio Fontana ha spiegato così i suoi “tagli”.
Ecco, viviamo un’epoca di transizione lunghissima. Abbiamo esplorato l’oltre. Dietro la tela, però, non c’è che la parete. Che fare?
Tornare indietro oppure sfondare la parete? La scelta non è facile.
La poesia ha ancora qualcosa da dire?
La poesia ha sempre qualcosa da dire. Anzi, ha il dovere di dire, di pronunciarsi. A condizione che resti fedele alla sua costituzione che è fondata sulla verità. La poesia muove la corda seria dell’umanità. Dice la verità, senza altro scopo, crei scandalo, dolore, anche quando è inutile. E la verità è sempre rivoluzionaria.
E’ uno strumento che aiuta a ritrovare la strada?
I poeti sanno che tutte le strade sono impossibili. Per questo le attraversano nella notte, calmi. E’ un verso di Garcia Lorca. Mi aiuta a dare un risposta. Attenzione, però. Sta diffondendosi un’idea dannunziana di poesia, in cui il gesto e il successo prevalgono sull’attesa e la ricerca, alla maniera opposta di Rebora. Esiste anche una poesia che può portare fuori rotta.
C’è ancora una strada?
C’è sempre una strada. Non sappiamo se ci sia una meta. Ma la via è sempre aperta. Anzi, le vie sono tante. La poesia, proprio per la sua parresia, può orientarci. Questa consapevolezza ci impone di fuoriuscire da un certo minimalismo per ritrovare un’epica della ricerca.
La poesia, l’arte, la letteratura possono risvegliare la speranza in un presente migliore?
Ho usato la parola epica. Forse è un azzardo retorico. Non lo è perché abbiamo una consapevolezza nuova. Ciascuno di noi deve ritornare a scolpire la propria “statua interiore”. Questo lavoro non cerca il successo, per la semplice ragione che il successo è passato. Mentre a noi interessa il succede, o al massimo il succederà. Altrimenti, senza questa ambizione, valeva proprio la pena fare i poeti?


