Intervista per La poesia e lo spirito su Cose da sciogliere e rifare
di Luca Pizzolitto
1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
La nascita è mistero per ogni creatura. Muove necessariamente da una relazione, può esigere ma anche scavalcare il nostro volere, chiede nutrimento per farsi identità. Una volta posta in essere, capita poi che l’avventura della vita, a seconda della prospettiva a cui ci si espone, induca a farne ipotesi di inizio o approdo mai definitivo (Dove ancora non siamo nati: così pensavo nella mia precedente raccolta).
Chissà, forse questo vale anche per quelle che, giocando sull’affinità fonetica e con una buona dose di incoscienza, chiamiamo talvolta creazioni (letterarie, musicali, architettoniche…).
Per quanto mi riguarda, caro Luca, il discorso relativo alla nascita di questa nuova silloge contempla la stessa irriducibile apertura. Non sono capace di restituire in queste righe un iter ideativo coerente, anzi, almeno finora, non sono ancora riuscita a scrivere un libro di poesia muovendo da un’idea o da un progetto saldo e ben delineato già in partenza. Probabilmente lo vorrei: mi dico che dovrei invertire la rotta e sondare altre strategie compositive, dare una veste e un timbro differenti al mio versificare, se intendo schivare il rischio della dispersione, del ritorno circolare e mono-tono. Mi sembra, invece, che una postura simile accomuni gli ultimi tre libri pubblicati (compresa, quindi, la raccolta di cui mi chiedi) e potrebbe anche trattarsi di un ciclo che si chiude. Non saprei. Quello che so è che mi metto in ascolto e in attesa; tra le azioni possibili scelgo quella di contemplare (verbo che rimanda a quel recinto sacro, a quella porzione di cielo ritagliata dall’augure), cioè a guardare con raccoglimento, perché solo in quel caso posso praticare una disciplina dello sguardo, per liberarlo dalla tentazione del consumo e del possesso. Non tanto per selezionare, rivelare, penetrare, trasfigurare, ma per compiere la spoliazione a cui alludeva S. Weil parlando dell’attenzione, che non è mero sforzo di concentrazione, ma attesa vigile, svuotamento. È così che lo sguardo trova dimora e solo allora le parole possono scriversi sul foglio (altro spazio, porzione di ben altra natura), sperando che tradiscano il meno possibile, che si propongano almeno la fedeltà a questa aspirazione.
Scrivere è il mio modo di rispondere (o trasporre?) e di sostare. E quando, in corso d’opera, comincio a tornare con gli occhi su ciò che si abbozza nero su bianco, gradualmente prende forma (o inizio a prenderne coscienza io) un motivo centrale attorno a cui i versi si muovono, un nocciolo di senso che sicuramente ha a che fare con la mia modalità di mettermi in relazione con la vita, con il mondo, con l’altro. Il titolo, poi, non dovrà tentare altro se non di corrispondere a questo nucleo primario attorno a cui ruotano suoni, immagini e spazi bianchi, a cui non so rinunciare, dal momento che avverto l’urgenza di far circolare aria nella casa.
Se ho chiamato Cose da sciogliere e rifare questo libro (e sorrido di me creatura che do un nome a quella che osiamo persino definire creazione) è perché questi due verbi trattengono l’assillo ricorrente che mi ha accompagnato negli ultimi due anni e mezzo, durante i quali sono stati composti i testi in esso presenti. Davvero c’è da sciogliere (è l’incipit della prima poesia): questo convincimento si è radicato nella mia interiorità e riguarda me e le mie contraddizioni, la mia lingua e le parole in primis, ma poi anche la storia dell’uomo e della terra, i gesti di ciascuno e ogni umana presunzione. Sciogliere ciò che il tempo indurisce e incrosta, tornare a parlare un linguaggio vergine, intatto. Sfogliare una parola che sia fedele al nostro essere, altrimenti dire diventa un’impostura, una foga disonesta. Ma il canto è sempre smisurato per questa cruna e c’è sempre un altro verso da rifare, un giorno da visitare, un’eco da intercettare per dire anche quanto non si comprende. Ecco, la fedeltà è un compito che più che gratificare, ripagare, completare, corrisponde. E allora può accadere che il passato torni a srotolarsi quando si riconcilia col presente: lo si nomina con la stessa consolazione che deriva dal perdono, unico bene in grado di farci affidare alle cose ultime, mentre a volte ci ostiniamo a misurare passi, invece di sciogliere le dita e avviarci lungo la strada larga della resa, col cielo aperto a ogni direzione. Sono all’incirca questi i fili che ho provato a snodare, chinandomi sul vuoto (di un sepolcro) di fronte a tutti i teli da abbandonare (alla vita nascosta in quei teli), davanti alla bocca aperta della morte. Ho sperato che accadesse questa slegatura, che si avvitasse il desiderio di dire anche solo attorno a uno stesso inizio, a un perenne restauro, piuttosto che il nodo della gola rimanesse lì a strozzare il respiro, col timore che anche i grovigli della storia e gli intrecci delle vicende minime e immani in cui ci muoviamo cristallizzino l’umanità. Alla fine, un libro lo si lascia andare anche così, come qualcosa da sciogliere e rifare, quasi come un peso.
Com’è difficile, invece, imparare che pesa la vita che non si è donata.
2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?
A queste sollecitazioni vorrei rispondere brevemente e ti confesso, Luca, che sono domande su cui sorvolerei volentieri. Non perché non abbia un’idea, ma perché quando si toccano certi tasti è altissimo il rischio di sminuire, parcellizzare, incapsulare ciò che è sfuggente e indefinibile per sua natura. Parlare di ruolo significa invece contemplare un compito, una fisionomia, una finalità. E già sento un giro di chiave nella serratura.
In quanti si sono espressi al riguardo e con quale intensità e capacità di penetrazione! Rischiamo però, a furia di pronunciarci in merito alla poesia, di far alzare il fumo. Io, per lo meno, avverto in me questa minaccia; non dico che non mi stimoli, non mi nutra, non mi interroghi quello che voci ben più autorevoli della mia hanno detto. Ma.
Concludendo questo preambolo antipatico e viziato, direi che in parte si può cogliere il mio limitatissimo punto di vista da quanto espresso in precedenza, almeno stando a questo momento della mia vita e a questa fase di scrittura.
Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? Direi quello di sempre: centrare la vita e l’uomo, anzi, accordare l’uomo alla vita, muovendo dalle più semplici e apparentemente trascurabili manifestazioni fino ai fondali del reale, agli abissi della storia, alla vastità del tempo.
Dove conduce? Ovunque siamo disposti ad andare, facendoci guidare.
Quali strade percorre? Tutte quelle che sappiamo scovare o inventare, costruire o riparare. Siamo noi, illusi o ispirati, incoscienti o solleciti, che scrivendo (come sappiamo e come ci riesce) della poesia vorremmo declinare l’essenza, seguendone il richiamo, mettendoci alla sua scuola, tentando di raggiungerla, senza mai riuscire a esaurirne la bellezza. La bellezza, tuttavia, sta dalle parti del bene e il bene obbedisce alla verità: se la poesia ha in qualche modo familiarità con questa triade, la nostra contemporaneità, come ogni epoca, ne ha fortemente bisogno. E anche se, lo sappiamo, siamo in tanti a scrivere versi e si pubblicano troppe raccolte poetiche, io (e ci sono arrivata tardi!) “preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne”, come la Szymborska, e lo preferisco anche alle riflessioni/definizioni che posso qua e là mettere a contorno.
Ecco, l’ho detto e non sono stata nemmeno breve.
3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?
Insegno Italiano e Latino in un Liceo Scientifico e fortunatamente confrontarmi con i testi è il mio pane quotidiano: non solo è vitale per me tornare sulle grandi voci del passato, ma è altrettanto salutare poter proporre con ampi margini di libertà anche nomi e opere più recenti e soprattutto condividere tutto questo con i ragazzi, cercando di affinare il mio e il loro sguardo a cogliere la bellezza. Un privilegio e una grande responsabilità.
E poi c’è il tempo libero dal lavoro (anche se io vivo le due cose senza mettere confini troppo netti) durante il quale mi dedico alle mie letture che, specie negli ultimi anni, si rivolgono principalmente alla produzione poetica contemporanea e a voci antiche e nuove della letteratura mondiale. Ovviamente il tempo dedicato alla lettura/studio è maggiore nel periodo estivo, mentre il momento della scrittura non ha ritmi e regole definite: in quel caso si procede per accensioni, soste (anche lunghe), silenzi o faticose scalate.
Certo, non mi nutro solo di poesia (comprendendo anche la lettura di riviste ad essa dedicate). Ci sono, anzi, periodi in cui mi attira maggiormente la lettura di qualche saggio, ma riservo sempre spazio altresì a opere narrative, che ultimamente mi piace anche ascoltare con le cuffie alle orecchie durante le mie passeggiate.
4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.
Questa è dura, perché costringe a escludere, a fare classifiche e, soprattutto, a strizzare per bene la memoria e a me succede sempre più ultimamente (per via dell’età, ovvio) di scordare anche cose importanti. Ci provo. Indico come opere che mi hanno cambiato lo sguardo Attesa di Dio, di Simone Weil, E tutto nomina, di Ugo Mujica, Un prato in pendio, di Pierluigi Cappello. E come autori per me imprescindibili R. M. Rilke, E. Dickinson, C. Bobin.
Nota: nella risposta alla prima domanda in corsivo sono riportati termini e versi tratti da Cose da sciogliere e rifare (peQuod 2026, collana Portosepolto a cura di Luca Pizzolitto).
Danila Di Croce 27/07/2026


