
[foto di Lena Polishko]
a cura di Luca Pizzolitto
La poesia, se davvero è tale (e mi scuso della precisazione, ma oggi e assolutamente necessaria), ha sempre a che fare con le parole dell’amore, così inevitabilmente chi la scrive e chi la legge. Quale poesia può fare a meno di una parola che sia totalmente nata da una profonda cura, da una premura speciale? Quale poesia potrà essere fondata su una parola che non sia stata coltivata nel silenzio fertile di una profonda meditazione? Di un contemplare la bellezza in ogni suo aspetto, e di averne fatto un lavoro! Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? scrisse Joseph Conrad. La ricerca della bellezza diventa un’ossessione, scovarla anche e soprattutto dove pare proprio non poterci essere, dove tutti dicono: impossibile. (…)
Tutto il libro è permeato da un dialogo segreto. Dico segreto perché, pur potendo apparire anche chiaro talvolta, non e mai del tutto svelato dall’autrice. Tranne forse in una o due occasioni. Ma c’è un tu, a cui i versi sovente si rivolgono, in un dialogo costante e estremamente fertile. Il dono enorme, maestoso che Danila ci fa, è di portarci con lei, di non tagliarci fuori. Questo senza che nulla si perda della sincera e profonda intimità che contraddistingue tutta l’opera. Ma se leggiamo, e soprattutto se lo facciamo ad alta voce, diventiamo la poetessa, o il poeta, che ha scritto queste poesie. Diventiamo noi stessi protagonisti di quel dialogo segreto, mentre il tu resta lo stesso, minuscolo e altissimo, familiare e divino, così lontano così vicino, per citare il titolo di un film bellissimo di Wim Wenders. Come sempre accade nella grande poesia, che diventa sempre di chi la legge (…)
Dalla prefazione di Massimiliano Bardotti

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