Il doganiere d’Austria
Al valico di frontiera,
nella divisa verde,
il doganiere d’Austria
venne salutando
– la mano alla visiera –
sotto la tanta neve
che, cadendo, sbiadiva,
non rammento,
se il tuo nome o il mio
sul documento.

Nota di Maria Grazia Palazzo
Quest’opera di Francesco Cagnetta, Insolvenze (La Vita Felice, 2024), avvocato molfettese, classe 1982, con precedenti pubblicazioni monografiche e in collettanee, anche per blog letterari, e pregevoli riconoscimenti, si annuncia, già dal titolo, un lavoro tagliente, di sicuro impatto emotivo, a tratti crudo, senza sconto, eppure profondamente umano. La poesia contemporanea in cui si iscrive la scrittura poetica di Insolvenze, libera dal fardello ideologico di eredità di accademie, è una scrittura nuda ma anche antica. Il mal di vivere che la attraversa rifugge da maschere e orpelli, nessuna rincorsa orgogliosa o narcisistica di traguardi sociali da esibire. Qui la poesia ha altra scaturigine, drammaticamente incombente, l’appartenenza generazionale di chi non lascerà segni visibili di sé, progenie, quella realtà che nella cultura magnogreca era tutto. Qui Francesco Cagnetta indaga le ombre, le apnee, la precarietà delle nostre vite, le domande senza risposta.
«I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [Lc 2,41-52] Continua a leggere
Articolo di Laura Di Gigli
Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche
L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.
Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio
Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.
L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:
Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).
Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:
Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).
Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti e le vie misteriose della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.
Volker Braun, Passione coloniale, traduzione di Sara Paolini, Del Vecchio Editore
Prologo
In principio Iddio creò cielo e terra
E la Terra era informe e vuota
E sullo spazio dell’abisso era il buio.
(Josef Haydn. La creazione, Nr. 1)
Ma essi giunsero da lontano
Per via naturale alle isole: sull’acqua,
Con lunghe barche.
E videro che era cosa buona.
a cura di Franca Alaimo
Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII. Continua a leggere

di Pasquale Vitagliano
Reveries (Delta 3 Edizioni, 2023) è la raccolta poetica di esordio di Cinzia Coppola. In realtà, scrive da sempre, ma è arrivata tardi alla prova della pubblicazione. Credo sia un elemento da sottolineare come un valore. Oggi il rapporto con la scrittura sembra invertito. La pubblicazione come vanità anticipa spesso la scrittura come piacere e necessità. Nelle poesie della Coppola non c’è nulla di autorefenziale e lezioso. Che scrivo a fare/ di un paniere di vero dolore. D’altra parte, cos’è, in fondo, la poesia se non un intrico di “nuvole e uragani”. Vibra, dunque, il motore immobile che alimenta la ricerca di una voce nuova. Dentro e fuori. Luce e buio. Artificio e natura. La poesia della Coppola è duale, pendolare. Ne risente anche la qualità del verso che oscilla tra una luminosità intrinseca e una facondia che dice troppo. Nella ricerca nascente di una propria voce queste asperità non sono certo un limite. Certe case restano sempre chiuse/ perché nessuno ci entri dentro./ (…) Pensi sempre che poi varcherai la soglia/ sapendo che sono solo un miraggio. La poesia è come un amour fou, non puoi scriverne troppo. Rischi che nessuno ti crederà che la poesia esiste davvero.
Incarnazione
(a partire da Gv 1,1-18: «Il Logos si fece carne»)
«20 gennaio 1861
Carissimo, onoratissimo e amatissimo Padre,
Poiché la mia sentenza tarda ancora ad arrivare, desidero scrivervi un nuovo saluto, che sarà probabilmente l’ultimo. I giorni della mia prigionia scorrono pacificamente. Tutti coloro che mi circondano mi onorano, molti mi vogliono bene. Dal grande mandarino all’ultimo soldato, tutti deplorano che la legge del regno mi condanni a morte. Non ho dovuto subire torture, come molti miei fratelli. Un leggero colpo di sciabola separerà la mia testa, come un fiore primaverile che il Maestro del giardino coglie per suo piacere. Siamo tutti fiori piantati su questa terra che Dio coglie al momento giusto, un po’ prima, un po’ più tardi: uno è la rosa purpurea , un altro il giglio candido, un altro l’umile violetta. Cerchiamo tutti di piacere, secondo il profumo o lo splendore che ci sono stati donati, al Sovrano Signore e Maestro.
Vi auguro, caro Padre, una lunga, pacifica e virtuosa vecchiaia. Portate con dolcezza la croce di questa vita, seguendo Gesù fino al calvario di un felice trapasso. Padre e figlio si rivedranno in Paradiso. Io, piccola effimera creatura, me ne vado per primo. Addio.
Vostro devotissimo e rispettoso figlio,
J. Théophane Vénard Continua a leggere
L’alternativa alla banalità è la semplicità.
Davanti alla complessità della vita e dell’essere umano, la banalità è un adagiarsi pigro, piatto e opaco, un tirare i remi in barca. Al contrario, la semplicità è una spinta, è il risultato di uno sforzo vivace, un viaggio continuo che non rinuncia alla ricerca di un orientamento, di un corso navigabile.
Sì, la semplicità è la vera alternativa; quella falsa risiede in ciò che è lambiccato, cervellotico, forzato. L’astrusità si rivela spesso un bluff, un ristagno che rende il complesso complicato e, fingendo originalità, in fondo non conduce lontano. Continua a leggere
Sto attraversando l’arco finale di vita concessomi e vedo naufragare le tante speranze che nutrivamo da giovani, quando guardavamo con ottimismo al nostro futuro e pensavamo d’essere ad un passo dai traguardi più luminosi dell’umano. Il progresso scientifico, tecnologico, ma soprattutto quello del pensiero etico mi entusiasmavano, avrei scommesso che il mondo si sarebbe trasformato in un “villaggio globale”- per usare un termine recente – dove la comunicazione sempre più potente e veloce avrebbe facilitato l’incontro tra i popoli, dove la domanda di aiuto e solidarietà da parte delle popolazioni svantaggiate o vessate da governi non all’altezza sarebbe stata ascoltata, dove soprattutto sarebbe cessato il frastuono delle armi e scomparso ogni eccidio per l’universale riconoscimento dell’assurdità di ogni guerra. Continua a leggere