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Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio

foto di Mona Eendra

a cura di Franca Alaimo

Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII.  Continua a leggere

Intervista a Carlo Giacobbi

di Luca Pizzolitto

Questo libro è l’ideale prosecuzione di “Abitare il transito” (Arcipelago Itaca, 2021). In mezzo, c’è una raccolta poetica molto diversa, sia per stile di scrittura che per argomenti: “Anche quando è malora” (Arcipelago Itaca 2023). Con questa raccolta ritorni ad una fase precedente, ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, all’interno del tuo percorso?


Direi che
dopo l’esperienza di Anche quando è malora – nella quale ho utilizzato temi per così dire più bassi e quotidiani con un linguaggio crudo e diretto – ho avvertito la necessità di recuperare il lirismo di
Abitare il transito. Con Erbe d’esilio intendo dar seguito all’indagine, a me cara, sul senso del nostro essere nel mondo, in una tensione dialettica mai esauribile, tra finitudine e assoluto, incompiutezza e compimento, dolore e speranza.

2) Come avviene, per te, il processo di scrittura poetico? In quanto tempo nasce, e si consolida, generalmente, una raccolta?


È sempre difficile rispondere a questa domanda. In via approssimativa posso dire che prima vivo e poi scrivo. Per me è necessario – affinché la poesia sia autentica – che il verso restituisca – certo in termini trasfigurati – la propria esperienza. Un’esperienza che se osservata con attenzione, induce ad una profondità di pensiero che c
hiede di condensarsi nel verso, di dirsi, insomma. La mia gestazione poetica nasce da questa acutezza sensoriale: un ricordo, una particolare sfumatura del cielo, un oggetto, possono essere rivelatori di “provviste poetiche”, di appunti, mezzi versi, bozze da correggere. Quando sento di dover dare voce a questa attività di raccolta dei dati, allora entro in uno stato febbrile: devo scrivere poesia, esiste solo la poesia. Erbe dell’esilio ha avuto una gestazione di circa quattro mesi, ma quattro mesi in cui pensavo – nei limiti del possibile – solo alla raccolta, alla sua stesura, al suo divenire. E questo, sia che camminassi, sia che viaggiassi in auto, sia che stessi lavorando.

3) Nella vita, fai una professione che immagino occupi una parte considerevole della tua giornata: l’avvocato. Quanto tempo rimane, e in quali momenti, per la lettura e scrittura poetica?


La mia attività professionale – certo – mi toglie molto tempo. Cerco di ovviare a tale inconveniente alzandomi la mattina anche alle 5,30 per scrivere. Per quanto concerne la lettura, il momento privilegiato è prima di andare a dormire, dove nel silenzio posso immergermi nei versi degli alt
ri per trarne nutrimento in termini di ispirazione e di acquisizione di più efficaci tecniche compositive.

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi

Mario Luzi (ad esempio Per il battesimo dei nostri frammenti); Mark Strand (potrei indicare a titolo esemplificativo la raccolta L’inizio di una sedia); Rilke (Il libro d’ore e le Elegie duinesi).

Su “A grandezza naturale. 2008-2018” di Raffaela Fazio

Su “A grandezza naturale.2008-2028” di Raffaela Fazio, Arcipelago Itaca, 2020. Nota di lettura di Carlo Giacobbi

Nella silloge in commento, Raffaela Fazio opera una sorta di redde rationem della sua produzione poetica intercorsa tra il 2008 ed il 2018.

Un decennio, dunque, che ci consente di sviluppare un’indagine diacronica sugli aspetti contenutistici e formali assunti dalla poetessa a cifra stilistica della propria versificazione.

A voler effettuare una sorta di sistemazione dei topics rinvenibili nel macrotesto, con tutti i limiti insiti in ogni intento classificatorio, si potrebbero utilizzare tre categorie ontologiche: a) l’essere in mundo (di cui alle sezioni “Il senso e l’andatura” e “Cento modi per chiamare o nessuno”); b) l’essere pro mundo (pertinente alle sezioni “Voci abitate”, “Prospettiva inversa” e “Tra visione e forzatura”); c) l’essere ultra mundo (relativo alla sezione “Altro da Te”). Continua a leggere