a cura di Franca Alaimo
Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII.
La nota evidenzia un metodo di scrittura poematica come elemento costante e riconoscibile di uno sguardo coerente e autentico che penetra il proprio sé e la realtà circostante: anche qui, come nella raccolta precedente, ogni sezione è costituita da un solo testo, che viene spezzato, creando, grazie al vuoto silenzioso della pagina, una sorta di pausa riflessiva, in cui il tema centrale quasi si smarrisce per trovare un nuovo ancoraggio e una dilatazione riflessiva nei versi della pagina successiva.
Ogni poesia-sezione ubbidisce, a sua volta, ad uno schema ripetitivo, secondo il quale ogni sezione ha un suo “prologo” (in corsivo) che individua, insieme ai vari exergo, l’argomento, affrontato in frammenti di tre versi ciascuno, e, quindi, raccolto e concluso nell’ultimo che, come il primo si compone di un numero variabile di versi.
Interessante è l’alternarsi del tre, del quattro e del cinque, che vengono assunti come simboli dell’assoluto: il tre come figura della trinità, il quattro come aspirazione alla completezza della trinità grazie all’accettazione dell’elemento femminile (una sezione è dedicata ad una donna: Claire, protagonista della XIV sezione, che contiene, appunto il quattro); e infine il cinque che riconduce al centro o pentagramma.
Tale attenta ma non estetizzante ripartitura vuole sottolineare una visione sacra dell’uomo e del mondo tutto, che viene, fra l’altro rappresentata da un crescente avvicinamento, dalla prima all’ultima sezione, al mistero dell’oltre, risolvendo l’angoscia iniziale intorno alla «radice dell’ignoto» in una sete d’eternità, se è vero che «esistere in parentesi (…) tra nulla e nulla» non può essere una risposta né all’innato desiderio di durata, né alla complessità non descrivibile di ogni uomo lacerato nell’intimo da una condizione esistenziale che avverte come un perenne esilio da un paradiso di gioia e completezza.
Le dodici sezioni (come le stelle dello Zodiaco, le divinità olimpiche, gli Apostoli del Vangelo) costruiscono un itinerarium mentis in Deum attraverso dodici tappe: il mistero che attanaglia e non ha spiegazione (sezione XIII: Cosa fu), l’ineluttabilità della morte (sezione XIV: Claire); la meraviglia d’esserci, l’incanto del guardare, nonostante i continui addii («l’addio della foglia», lo «sfiorire delle rose», «il giallore», «il grigio dell’aria» autunnale, quando la natura tutta sembra morire in sezione XV: Ruderi di cielo-); l’accoglienza della sacralità, «l’avvertimento del prodigio», e la celebrazione della bellezza (sezione XVI: Sarebbe stato incanto); l’autenticità, l’umiltà di mostrarci così come siamo (sezione XVII: L’evento degli eventi); il tempo come una menzogna del sentire e incessante metamorfosi che allude al nostro trasmutarci in altra essenza dopo la fine (sezione XIX: La fioritura vasta delle ombre); l’ammissione che il vero non è di questo mondo (sezione XX: È sempre ipotesi, nulla più di un forse); la certezza di un ritorno alla gioia, «ai riaperti cancelli del giardino” (sezione XXI: Nostalgia della luce): l’arresa, come scrive il poeta Rilke, alla «stupefazione del tremendo» (sezione XXII: Accogliere l’ombra di sé); l’attesa desiderante di quel Dio che si avvera in ogni creatura vivente, se solo sappiamo scorgerlo nei sui accenni e rimandi (sezione XXII: Ma di’ soltanto una parola; e infine nella XXIV e ultima sezione: Essere per sempre: la certezza che siamo creature volute da Dio per essere per il sempre.
Come è possibile notare, alcuni temi, come il mistero e la morte, sono trattati in più sezioni, ma secondo un diverso punto di vista, man mano che la riflessione è andata maturando attorno ai due poli gravitazionali del pensiero dell’autore.
Tutto questo, mentre evidenzia la straordinaria coincidenza della struttura compositiva dell’opera con quella interiore, consegna al lettore in uno stile compatto e lucido uno slancio conoscitivo verso una verticalità mistica, che si oppone al dilagare del nichilismo nella società contemporanea.
Accadrà, dici. Gli orchestrali chiuderanno
gli spartiti; non una biscroma in più del resto
da leggere. Qualcuno alzerà un saluto
sulle monete degli occhi
ma non un cenno di commiato potremo loro.
Pochi altri, dalle sponde diranno – ecco
lo porta il fiume – e sulle punte, naso all’orizzonte
di foschie e più in là, scruteranno un punto
solo un punto, e di quel punto poi
il suo ardere sulle acque nere
e di lì, in breve, scomparire. E insisti, accadrà.
E così ostinata di sé, che seppure vorresti
non fosse, accadrà. E quand’anche vi leggessi
il trionfo del non senso, o lo spiegarsi di trombe
a gloria del nulla, o fingessi
non si compisse in negazione l’avverarsi
d’ogni cosa, accadrà. Ma dire non puoi
cosa sia alla foce.
Il capo scosso alle evidenze di quel fatto
prova non dà del suo eternarsi; escludere non puoi
t’indori il volto, finalmente
lo splendore intramontabile dell’alba.

