Archivio mensile:Ottobre 2024

La rimostranza della fede, passando ponte con Mario Dell’Arco

di Gian Piero Stefanoni

“Strada più amara de la tua, Signore,
nun c’era”.

Disperatamente ed eternamente umana la voce di Mario Dell’Arco, indimenticato architetto del secolo scorso e autore in dialetto di una Roma in poesia ritratta tra infermità e aspirazioni del moderno e ritagli classici, nei bagliori e nelle oscurità di una sacralità ora avversa e chiamata in causa ora rincorsa l’uomo non tornando più all’uomo. Continua a leggere

“Agatino il guaritore”: un estratto

Massimiliano Città, Agatino il guaritore (Il ramo e la foglia Edizioni 2024)

Quando viene al mondo un libro, credo ci sia una grossa responsabilità per quel gesto non richiesto che è lo scrivere; gesto in cui chi scrive si mostra agli occhi di chi legge e al giudizio di quegli occhi, alla valutazione, alla comprensione, allo smarrimento, talvolta, si consegna. Ogni parola, vagliata nelle poche ore di lettura che accompagnano la storia, vive in un rapporto sbilanciato di tempi, dello scrivere e del leggere.

Questo libro è nato in un periodo di costrizione personale e sociale, dunque è un ponte, un gesto di liberazione in cui la fantasia prova a rompere le catene del quotidiano, in quello stadio asfittico che spesso prende alla gola e stritola nei limiti di un corpo e di un ruolo che la società accoglie. Così dirò poco della storia, se non che è nata dall’incanto di un momento e si è costruita e strutturata nel tempo al meglio, per quel meglio che mi è possibile realizzare come narratore.

Agatino il guaritore, Il ramo e la foglia edizioni, 2024.

La Biforcazione – Lungo la statale che congiunge Montepicozzo Marittima a Boschetto, poco prima della vecchia stazione di servizio in disuso da anni, sulla destra, il lettore scorgerà una biforcazione. Due stradine nascoste da filari di alberi e vegetazione lasciati alle bizzarrie della natura senza che nessuno si sia mai occupato, almeno negli ultimi vent’anni, di dar loro una degna sfoltita. Le amministrazioni confinanti di Montepicozzo e Vallombrina – di cui Boschetto rappresenta una storica frazione – tramite i loro preposti assessori, si sono sempre rimpallate la responsabilità di intervenire, come avviene nelle più avvincenti partite di ping-pong. Ciascuno rimproverando all’altro che quel lembo di terra non ricade nel proprio territorio, dunque non è affare di cui avere cura. Continua a leggere

Reinaldo Arenas

di Giorgio Stella

Io sono quel bambino con la faccia tonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce
con il suo “mi dai una monetina”?
Io sono quel bambino con la faccia tonda
e sporca, certamente non voluto, che da lontano
contempla gli autobus, in cui gli altri bambini ridono
forte, e fanno salti molto grandi. Io sono quel bambino antipatico, certamente non voluto, con la faccia tonda e sporca
che sotto gli enormi lampioni o sotto le prostitute
anch’esse illuminate, o davanti alle fanciulle
che sembrano levitare, proietta l’insulto
della sua faccia tonda e sporca.
Io sono quel bambino di sempre, arrabbiato e solo,
che ti lancia l’insulto di quell’arrabbiato
bambino di sempre e ti avverte: “se
ipocritamente mi accarezzi sulla testa, io coglierò l’occasione
per rubarti il portafoglio”.
Io sono quel bambino di sempre, davanti al panorama
di terrore imminente, lebbra imminente,
pulci imminenti, di offese e di crimine imminente.
Io sono quel bambino disgustoso che
improvvisa un letto con un vecchio scatolone
e aspetta, certo, che verrai con me.

Guglielmo APRILE, Appunti eoliani. Nota di Giovanni Nuscis

Guglielmo APRILE

APPUNTI EOLIANI

FARA EDITORE 2024

 

“Ha un’anima la pietra”, titola la prima sezione della bella raccolta poetica di Guglielmo Aprile; titolo emblematico, e premessa del libro, asserzione che spiega, tra le altre cose, l’invocazione degli ultimi versi: Pietre guerriere, insegnatemi voi / a resistere ai venti e al loro oltraggio, / voi più longeve del mio breve sangue; / e che mi sia il vostro orgoglio da esempio, / infondete anche in me un po’ del coraggio / con cui sfidano i vostri corpi il tempo. Continua a leggere

Isabella Bignozzi, I bimbi nuotano forte

[ foto di Emilia Barbato]

a cura di Luca Pizzolitto

agosto

ci sono ore come laghi di sale
e albe rosse che ruotano avversità
d’insonnie limpidissime
dentro perdute case di pietra

l’anno è un migrare di navigli
fianco che ti spinge nella luce
il silenzio dei cipressi tiene
l’orma dei pensieri nell’acqua
questa fiaba nuda, battesimo
che ogni perdono prega nel vento Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lungo la via

«In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 
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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 1

Il Mistero 1.   Un incontro

I luoghi nelle favole hanno sempre la loro importanza. Quelli familiari e quelli sconosciuti. Perché non sono solo luoghi: incarnano un altrove che ci portiamo dentro e che si manifesta all’improvviso, scardinando certezze, mettendoci alla prova. Sopravvivendo nel ricordo: “Ormai sono molto vecchio, e questa è una cosa che mi è successa quando ero molto piccolo: avevo solo nove anni. Era l’estate del 1914, l’anno dopo che mio fratello Dan era morto nel campo ovest, e tre anni prima che l’America entrasse nella prima guerra mondiale. Non ho mai raccontato a nessuno cosa accadde quel giorno alla biforcazione del torrente, e non lo farò mai… perlomeno non a voce”.  Continua a leggere

I fantasmi di Firenze

di Giovanni Agnoloni
 
L’altro giorno, in un articolo che ho scritto sul mio blog pensando a Firenze di notte, ho ricordato un pezzo che pubblicai tanti anni fa sul “Corriere Nazionale”, grazie a un amico che (fisicamente) non c’è più, il giornalista Ciro Paglia, marito di un’altra grande amica, la scrittrice Stefania Nardini (che saluto con affetto).
Lo riporto qui per intero, insieme alla foto del giornale di allora, perché mi sono reso che mi ci riconosco ancora, per quanto il mio spirito oggi sia più aperto e proteso su un fare altamente operoso. E anche Firenze, con ogni probabilità, è migliorata da diversi punti di vista.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

In questa sua ultima silloge, D’argilla e neve (Giuliano Ladolfi, 2023), Maria Pina Ciancio condivide con il lettore un senso continuo di perdita e uno struggente sentimento di nostalgia. La sua poesia crea questo senza alcun artificio, con un’autenticità che è elemento dello stesso stile. I luoghi sono oggetto di questa inchiesta poetica. Non è un caso che la raccolta si conclude con cinque poesie in dialetto lucano. Stanotte ma scipperu/ e a jtteri i cani/ a rarica du coru. Non c’è, tuttavia, nulla di paesaggistico in questa meraviglia. La natura, la terra, i paesi sono lo scenario nel quale la Ciancio si muove. Il suo sguardo ha una messa a fuoco profondissima. Sono i luoghi, pertanto, che identificano, denotano e danno un nome a chi osserva. Sono, appunto, luoghi dell’anima, “luoghi interiori e dell’appartenenza”. Ritorno alla luce dello sguardo/ per un’ostinazione d’innocenza// per abitudine/ per ritrovare il tutto/ nel riparo atteso della neve.

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Tre fisse a… (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alberto Bertoni

  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

Dolore e amore incidono nella mia come nella poesia di tutti, se è poesia che possa venir definita latamente lirica, com’è la gran parte della poesia prodotta oggi nel mondo occidentale, benché non di rado camuffata o negata per ragioni di “moda” culturale: la cancellazione dell’Io ecc. L’epos appartiene infatti alla prosa di romanzo e altre forme di poesia poco o niente versificata sono distribuite tra fiction visive, performance teatrali, jingles pubblicitari, slogan politici, modalità musicali che prevedono la presenza di un testo, autofiction e perfino talune derive pseudo-saggistiche o affioramenti di “prose in prosa” estranee a intenti diegetici. Dolore inteso come elaborazione di un lutto o di una perdita; e amore inteso come pulsione desiderante di un Io sensibile che percepisce e constata l’assenza di un Tu necessario alla vita della propria interiorità e della propria corporalità senziente e pulsante sono i due motori essenziali e perpetuati nei millenni e nelle culture che – attraverso una forma poetica che prevede l’iniezione nel linguaggio di un sostrato o di un effetto o di un apporto di senso “musicali” – hanno al centro i soggetti (non importa se maschili, femminili o trans) che appartengono, sono appartenuti o apparterranno alla specie dell’homo sapiens. Quanto alla bellezza, invece, sono molto più prudente nel definirla come parte essenziale della mia ricerca poetica. Di certo non m’interessa un’idea neoclassica di bellezza: l’armonia “ideale” espressa dal nostro Rinascimento (Raffaello, per fare l’esempio più evidente) mi lascia freddo; quella robustamente realistica espressa dall’Ottocento europeo, ancora di più. Da questo punto di vista, mi sento figlio delle due avanguardie integralmente novecentesche, Futurismo e Surrealismo. Quindi per me la bellezza è anche la manifestazione dell’informe, del negativo, dell’onirico, del metamorfico e di un impulso metonimico/metaforico portato oltre il confine della verosimiglianza e della proporzione.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 18

Ci sono scrittori per i quali un termine vale l’altro e sgravano sulla pagina il primo che vien loro alla penna senza lacerarsi in dilemmi estetici, perché il loro unico interesse, come quello degli editori, è incentrato sulla trama e sulla sua capacità di attrarre il lettore-acquirente (lasciatemi dire che a causa di costoro l’Italia vive da decennî una delle stagioni più asfittiche della sua storia); e ci sono scrittori — il cui novero va, ahinoi!, sempre più assottigliandosi — che reputano ogni minima scelta stilistica, e persino grammaticale, una questione non solo sostanziale ma, per dirla con Contini, gnoseologica.

Voi da che parte state?