Fare” la volontà
(P.Picasso, il Poeta)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». [Mt 21,28-32]
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Che cos’è la “volontà” (thèlema, in greco)?
E, soprattutto, che cos’è la “volontà di Dio”?
Se intendiamo per volontà, la spinta razionale a compiere azioni, può valere anche per Dio?
Se pensiamo la volontà come una sorta di obbedienza ad una forza non nota che muove l’universo intero, certo non possiamo applicare, semplicemente, al Dio biblico questo concetto.
Nel vangelo di Matteo, però, non si propone un’idea di volontà astratta. Si parla di “un uomo”, che esprime una volontà esplicita e precisa: chiede di andare a lavorare nella vigna.
Il verbo greco, usato da Matteo, qui tradotto con “compiere”, è “poièin” (“fare”). È una concretezza che mette di fronte a due alternative: fare o non fare.
Non basta l’assenso razionale e intellettuale: a questo, deve seguire e corrispondere un “andare”: “Va’”.
Prima di tutto, dunque, la volontà si comprende e poi si fa. E il fare è sempre un andare, un abbandonare le posizioni di partenza.
L’accusa di Gesù ai sacerdoti e agli anziani è di aver compreso, ma non creduto, e di non aver fatto.
Non basta una vita per comprendere la “volontà” di Dio per ognuno di noi. Sarebbe più facile se avessimo indicazioni chiare e precise sul da farsi? Di fronte alla richiesta di segnali indicatori, Gesù risponde che “hanno Mosè e i Profeti”. La Legge e i Profeti, tutta la Storia di Israele. Qui devo cercare. Negli spazi bianchi della Scrittura, negli interstizi delle scritture.
E poi, “fare”, “poièin”. È il verbo della concretezza, della realizzazione, della “fabbrica” umana. Per questo, da “poièin” deriva “poeta” e “poesia”. Non si tratta solo di essere facitori di realtà (in senso aristotelico), ma di essere in grado di intuire i nessi che fanno la realtà, le relazioni che ne costituiscono l’ordito. “Fare” la volontà di Dio non è un semplice “mettere in pratica” dei comandi scritti in un altrove letterario o esistenziale. “Fare” la volontà, sconosciuta e impenetrabile, ma solo intuibile, è essere partecipi dell’ opera di creazione. Perfetto “orante”, il poeta-profeta è colui che dà voce al suo cercare e, in questo dare voce, attende risposte solo intuite, sempre in cerca di confronti e di conferme. Ha occhi grandi il poeta-profeta, allenati a scrutare l’imperscrutabile. Occhi languidi di desiderio inquietante che non si accontenta di regole e di norme da rispettare. Si può ben dire che il “fare” del poeta coincide con la ricerca e (con l’attività proprie del profeta), di quei nessi che ci permettono di non strappare l’ordito della storia, ma di riconoscerlo, rispettarlo, amarlo e, per questo, cambiarlo, spingendolo verso il suo destino di unità e di pace.
“Fare” la volontà è rispondere alla missione ricevuta nel battesimo: “re, sacerdoti e profeti”. Nella nostra umiltà quotidiana, diventare “poeti”, “facitori”, di quella “volontà”, in cui
“è nostra pace:
ell’è quel mar al qual tutto si move
ciò ch’ella cria o che natura face” (Dante Par, III canto)
