Archivio mensile:Marzo 2025

Lirico terapia. Antonio Maria Pinto

da Le carabattole dei carabi

Le assemblee degli insetti

Nel conclave delle mosche
gli armadilli ammogliati
divorziano dalle zanzare,
lo scarafaggio rompicollo
aggredisce le fragole ercoline.
Nell’assise delle farfalle
lo scarabeo ammosciato
dagli scartafacci dei poeti
rosicchia paroline metricate
e rigurgita acrostici aromatici.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Mi alzerò”

«In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
 Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
 Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». [Lc 15,1-3;11-32]

[nell’immagine, Giorgio De Chirico: Il Figlio prodigo] Continua a leggere

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A noi basti la gioia di cantare

di Fabrizio Centofanti

Questo libro va letto. Non tutti i libri vanno letti. Ce ne sono di quelli che ti attraggono, e arrivi fino alla fine; altri che lasci a metà, o dopo poche pagine. Un libro promette qualcosa. C’è gente che ne ha la casa piena. Io ho creato, dal nulla, una biblioteca nella mansarda del Santuario, e la mia stanza è ingombra di volumi. Ma non tutti sono da leggere. Alcuni restano in attesa come ristoranti vuoti, e magari il locale vicino è stipato fino all’ultimo centimetro. Questo libro è una mensa imbandita, un pranzo con i piatti che hai sempre preferito, con il vino che ti piace. Ci sono libri che leggi e vedi il mondo con occhi diversi, come se avessero lenti che permettono di vedere l’invisibile. All’improvviso, ti senti come se per anni avessi perso tempo, ma non c’è da aver paura. Il tempo comincia nel momento in cui s’incrocia con l’eterno. Personalmente, ho fatto la stessa esperienza di Massimiliano: un Amore con l’iniziale maiuscola, che mandava al macero ogni malizia e violenza. Quando capita questo, il mondo assume un altro aspetto, e la tua voce si trasforma in canto. Non ti serve più nulla. Per noi è così. Ed è così che si può essere felici. A noi basti la gioia di cantare.

*

Se nella fioritura del mandorlo, del ciliegio, non intuiamo la presenza di un amore antico, di una forza segreta che matura negli occhi di chi osserva…
Se non sentiamo il cuore fiorire insieme ad ogni fiore, se non sbocciamo, anche noi, ogni primavera, allora guerre, pandemie, catastrofi, sono gli ultimi dei nostri problemi, perché nessuna morte mai potrà davvero toccarci: non può morire chi non è mai nato.

E non può fiorire chi non viene sotterrato (p. 17).

*

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, peQuod 2025.

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo. Guida storica e critica, Bari, Laterza, 1984, pp. 218.

Dopo il saggio Italo Svevo. La coscienza di un borghese triestino (Roma, 1980), Enrico Ghidetti torna a portare ordine nella storia di un destino: un destino letterario tormentato e singolare, specchio di una vita altrettanto complessa nella quale Schmitz, il commerciante, convive in qualche modo con l’artista, ma in una zona più esterna, più superficiale, che non affonda le radici in quell’anima ebraica naturalmente e impietosamente analitica cui solo Svevo, lo scrittore, può approdare. E lo scrittore ben sapeva che non era Schmitz la sua vera vocazione, il suo essere autentico: si spiega, in questa luce, l’« atto di ribellione », l’appello all’amico celebre che dopo la pubblicazione dell’Ulisse non è più lo “strambo professore di inglese” che butta via il suo tempo nelle bettole con operai e portuali. Fino a quel momento, ricorda Ghidetti, per la Coscienza di Zeno solo sei frettolose recensioni, la più sostanziosa delle quali parla di “lingua alquanto dura e strana e da doversi compatire”. Le millecinquecento copie della prima edizione, intanto, gravano nella soffitta dell’autore. Ultima speranza: una segnalazione anonima sul “Corriere della Sera”, in cui si parla di libro « abbastanza interessante, ma scucito ». È a questo punto che il Nostro scrive a Joyce, aprendo così, con la forza della disperazione, quello che fu e rimarrà nella storia letteraria come « il caso Svevo ». Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Carlo Di Legge

“Mansuetudine, solitudine, limite”

VI
Nel tempo cosmico, una e molte vite
bruciano nell’attimo,
ogni vita è già compiuta.

VII
Secondo paradosso, i mistici
cercano Dio nel nulla, oppure
trovano eccelsa la miseria urbana.
Uccidono in nome di presunte
verità, come se i morti,
liberati da errore, potessero vederle.
Gli assassini sono pronti, agnelli
e lupi si scambiano i ruoli.
Vivi e morti testimoniano certezze.
Compi te stesso. Offri
albergo al pellegrino
dove discutere senza fanatismi.

VIII
Pensare non guadagna seguaci.
È fede urgente in sé esigente.
Luce di paradossi, evidenza dell’oscuro, pratica
d’ignoto, linguaggio potente, sete d’introvabili.
Non sapere: volontà di sapere, cammino
a nuovo non sapere. Esperienza
di singola esistenza,
si comunica,
non si può condividere.

(da Di febbraio in “Buenos Aires, Benares”, Delta3 edizioni, Grottaminarda (AV) 2024).

Lirico Terapia. Nicola Gardini

Rosa

nvento una rosa.
Per questo basta la sera.
Dov’è sennò il colore?
Dirai: “La scala, oppure

il giardino al buio”.
E io ci metto la rete,
il marmo, il freddo.
Ed era, comunque, il rosa

là dove si ferma
solamente un altro
al mio posto, come
un altro stasera.

La verità è che il vero
si distingue dal senso,
in quel chiarore, per
esempio, vedevo che

non penso tutto
con la mente, che
forse tornavo. Infatti,
quel rosa, che non era,

oh, come splendeva,
non era in cielo né in me,
non era proprio niente,
vedevo il pensiero.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 26

Cosa resta da fare ai poeti?
Contraddire Hegel

«Il suo [della poesia lirica] contenuto è il soggettivo, il mondo interno, l’animo che riflette, che sente, e che, invece di procedere ad azioni, si arresta al contrario presso di sé come interiorità e può quindi prendere come unica forma e meta ultima l’esprimersi del soggetto» (Estetica).
Rovesciare questi assiomi egorroici e confessionali.

Giorgio Stella, Lento e difficile

Lento & Difficile – 1 lento e difficile il faro armato di rose in fiore – la faccia ce la mette la maschera. – 2 la faccia ce mette la maschera, butterata un fiele l’ arco dello scudo, la palafitta del nulla. – 3 la palafitta del nulla approfitta degli intellettuali nel medioevo un fiasco piangente di Norberto Bobbio. – 4 (una pausa.) – 5 io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo. – 6 la betoniera è il carro di nozze della betulla che sparge l’ ignoto verso le apparizioni Mariane.(***.) – 7 la betoniera nel fusto del circo, la creta in sala da ballo, il macello rovinoso nel culto occidentale base-fulcro. – 8 È ricorrente la coccarda come giada nella bottiglia mascherata… È ricorrente in un sede bipolare allo schema binario. – 8 (una pausa.) – 9 “Quanti erano nudi al passaggio?” ” Nessuno Signore, il pezzo di pane era un fico delle Indie” “Al macello lo avete portato già mutilato?”IL POZZO era colmo di girovaghi, nasi-fiori-annusi!!!!” – 10 l’ iperbole cosmetica sarebbe l’alchimia cibernetica: scudo elmo nel centro del cerchio come se l’ arrotino affermasse di essere l’ ombrellaio.////////////////////////////////////////////////////////// Roma Giorgio Stella ‘0ra’.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

« Sarò ciò che sarò»

 

 

«In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
 
L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.
 
Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
 
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».
 
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».
 
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!» [“Sarò quel che sarò”, nella traduzione di Erri De Luca in “Esodo/Nomi” Feltrinelli 1994]. E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono [ “Io sarò” ibidem] mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». [Es 3,1-8a;13-15] Continua a leggere

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Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

di Rosanna Frattaruolo

Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

Nel Libro dell’ansia (Book Editore, 2024) Alberto Bertoni coniuga la sua scrittura poetica – Ricordi di Alzheimer (quarta e ultima edizione) – a un’opera di traduzione del poema di Auden – L’epoca dell’ansia in una Libera versione e adattamento dell’«ecloga barocca» The Age of Anxiety. A Baroque Eclogue di Wystan H. Auden.
Nel volume, l’ansia è la forza propulsiva e impulsiva che spinge l’uomo a sperimentare il viaggio verso l’altrove. In Ricordi di Alzheimer, l’autore attua tale transizione attraverso la poesia, recuperando una dimensione spirituale, metafisica e di contatto col padre deceduto: «La poesia ha per me una funzione di percezione molto alta e molto altra […] mi porta nella dimensione metafisica. Io credo che ogni vera poesia sia anche un piccolo trasferimento, una piccola trasformazione da ciò che è molto fisico, concreto, quasi cronistico, ad una dimensione metafisica che sta al di là di ciò che si vede, come diceva Montale». (1) Continua a leggere

Da Molti giorni da ieri di Elena Mearini (Marco Saya Edizioni, 2024)

 

La poesia di Elena Mearini ha un’armonia scultorea e una sibrietà metafisica. Si sente che la parola poetica esiste e vive di una vita propria, prima di essere scritta e detta. La forma finale, in realtà è “pre-formata” nel flusso dei versi. Talvolta il poeta crea mondi, altre volte, come in questo casto, la poeta scopre pre-esistenze, fa emergere poesia che già era contenuta dentro la lingua. 

(Pasquale Vitagliano)

 

Cosa ci manca
non sappiamo
mentre diamo nome
alla strada al paese
all’uomo al cane
che vivono attorno
quale parola rifiuta
di fiorire in voce
e cade mai nata
al piede-padre perduto.

*

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