Archivio mensile:Marzo 2025

Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patizia Baglione

TRE FISSE a David La Mantia

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

La mia poesia comincia dopo l’happy end. Dopo i festeggiamenti per il matrimonio di Cenerentola. Dopo che Robin Hood e Marian si baciano. Comincia quando gli altri chiudono il libro soddisfatti. La bellezza non è solo un fatto estetico per me. La penso come Pasolini: la bellezza è vitalità, slancio, rottura, frammentazione. La bellezza abbraccia il mondo se lo modifica, se ne altera la percezione. Non può essere solo spettacolo, visione. Ma deve essere boccone di fatica. E dolore. Quando scrivo, non sento, come tanti dicono, catarsi o liberazione. Solo l’affollarsi del rimpianto e del rancore. E l’amore? La mia raccolta Gesti lievi ha come sottotitolo L’amore se te ne accorgi. Ecco, è questo il problema. È che siamo immersi nell’amore e non ce ne rendiano conto.

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Frammenti di Cinema # 86

“In amore non si dovrebbe mai dire: mi dispiace”: è la frase chiave di Love story (1970) di Arthur Hiller, che di tutti i film sentimentali costituisce il modello perfetto, quasi uno stemma. Si tratta di un vero canone che ha ispirato una caterva di film sull’amore. Fate un gioco: compulsate tutti i titoli che conoscete, pensate alla trama e confrontatelo col suo prototipo contemporaneo (sicuramente ce ne sono di precedenti, specie nell’Italia melodrammatica: penso alla saga della coppia Amedeo Nazzari-Yvonne Sanson). Il suo gemello contrario è In the mood for love (2000) di Wong Kar-wai, che, aderente alla cultura orientale, si fonda sul vuoto. La “love-story” è del tutto elusa, unicamente, sebbene pienamente, vagheggiata e mirata. L’arco viene teso fino al limite estremo per colpire il bersaglio. Questa certezza è già sufficiente. Non c’è bisogno di andare oltre.

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giovanni Nuscis

Chi cura e preserva sé stesso salva un pezzo di mondo

C’è un momento nelle nostre vite in cui la coscienza di chi siamo s’illumina anche un solo istante, e la nostra piccola storia si misura in modo fulmineo con le nostre aspirazioni e ci fa dire: ecco, questo sono io, questo vorrei fare di me, nel tempo che mi è dato. 

Non dando peso a questa folgorazione, il primo mondo a morire sarà proprio il mondo che noi siamo, porzione del più ampio mondo. Preservare la nostra identità, riconoscerla, affermarla, accrescerla e difenderla è un esercizio di salvezza dall’indubbia valenza sociale. 

Un uomo, solo, può fare molte cose. Con altri, ben di più, e di rilievo, come l’esperienza ci insegna. Continua a leggere→

Lottare con la forza del pensiero

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Pensare la pace durante un raid aereo
di Virginia Wolf

La notte scorsa e quella precedente i tedeschi erano sopra la nostra casa. Adesso
sono tornati. È un’esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il volo di
un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. È un rumore che
interrompe il fluire calmo e continuo di un pensiero sulla pace; eppure un frastuono
che costringe a concentrarsi sulla pace, molto più di una preghiera o di un inno
nazionale. Continua a leggere→

Edoardo Sanguineti

di Giorgio Stella

questo cane incantato e incatenato, incimurrito e incancrenito incretinito, che sogna
di sognarti e di leccarti, e che ti morde, in sogno, e che ti zompa, con le sue zampe
e che ti impiomba e ti inchioda, con la sua coda, e che ti incastra e ti impiastra, idrofobo domestico, anfanante lunatico e frenetico, e ansimante pesante, ahimè, 
che sono me, tanto tremante:
               tirami tutti i sassi, o tu che pazza passi, sopra il fieno
del tuo carro che corre, mia luna e mio ramarro, mia torre e mia fortuna, mio vitale
veleno: ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale di inchiostro bestiale, di fiele e di miele, che dall'aia ti latra e ti abbaia il tuo mostro 
                                                                             [fedele:

Intervista a Sheila Moscatelli

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Una spiga è arrivata di notte, tra i sogni. È nata dalla necessità di accogliere la vita, di trovare risposte alla domanda “perché non a me?”. È una raccolta sull’accettare quello che accade, sul lasciar andare, rinunciando a pretendere il controllo su quello che non si può controllare. Sull’imparare la fiducia dagli alberi, che ogni inverno perdono le foglie, certi di una nuova primavera, nel costante ciclo di morte e rinascita di cui la natura è maestra. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il volto altro dell’altro

 

”In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
 
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
 
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
 
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
 
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. » [Lc 9, 28b-36]

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Una breve riflessione sulla poesia di Loris Maria Marchetti

di Mauro Ferrari

Valutando l’opera di un poeta nel complesso, come oggi alla presenza di una antologia del suo lavoro e della raccolta ad essa successiva, si rischia di confondere l’originalità della cifra personale con quella quota di idiosincrasia spesso esibita dai poeti, e che solo a volte è decisiva in senso positivo. Dico questo perché la poesia di Loris Maria Marchetti è un caso emblematico di poesia fortemente personale, originale, riconoscibile quindi, ma scevra di scelte estreme. Anzi, la forza di questa poesia è proprio nell’avere trovato una aurea via di mezzo, un sermo humilis nutrito di sabaudo rigore e di un suo equilibrio classico che ha più a che fare con il tono che con scelte ad esempio metrico-prosodiche. Continua a leggere→

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 8. Umberto Piersanti

Umberto Piersanti, L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024, Marcos y Marcos, 2025

L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024 è il libro antologico di Umberto Piersanti andato in stampa alla fine di gennaio 2025 per Marcos y Marcos e uscito da un paio di settimane. Composto da 11 sezioni che corrispondono ai seguenti libri di poesia antologizzati: La breve stagione, Il tempo differente, L’urlo della mente, Nascere nel 40, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, Nel folto dei sentieri, Campi d’ostinato amore e Poesie nuove. Nell’ultima sezione ci sono otto poesie inedite scritte dal 2021 al 2024 e tra queste c’è quella che dà il titolo all’intera raccolta. La poesia L’isola tra le selve è incentrata sulla casa del poeta vista come la sua Itaca. L’isola tra le selve, dunque, è la metafora della casa immersa nei boschi, ovvero in quel paesaggio particolare che ha sempre circo-scritto i luoghi della poesia piersantiana. L’isola tra le Selve è dunque quella dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza e del età adulta del poeta: “Itaca è là/ così vera/ e presente,/ fatta di terra/ e acqua e foglie,/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/ un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare”. Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 3

La Solitudine 3.   Il resto del mondo

 

   Esistono due tipi di dolore. Che provocano non solo malessere. “Il dolore fisico protegge l’individuo dai pericoli fisici. Il dolore sociale, noto anche come solitudine, si è evoluto per una ragione simile: perché proteggeva l’individuo dal pericolo di rimanere isolato”. Sono entrambi pericoli all’ordine del giorno, sono la spia che si accende quando accade qualcosa di imprevisto, di spiacevole, qualcosa che ci obbliga o ci suggerisce di reagire, per il nostro bene: “Così come il dolore fisico funge da sprone a cambiare comportamento – il dolore della pelle che brucia ci dice di togliere il dito dalla padella rovente – allo stesso modo la solitudine si è sviluppata come stimolo a prestare maggiore attenzione ai rapporti sociali, a cercare di comunicare con gli altri, a rinvigorire legami logorati o spezzati”.  Continua a leggere→

La finestra dell’attore, di Filippo Velardi

L’arte necessita di verità, e più propriamente di trasfigurazione nella verità. Viviamo un’epoca falsata da una miriade di input all’apparenza stimolanti, ma di fatto annichilenti. E’ necessario e urgente ripristinare – se non ricostruire ex novo – il valore della realtà e dell’educazione a ciò che è bello, buono e vero, ridando all’arte cinematografica, teatrale e televisiva il suo significato autentico. In questi anni siamo stati catapultati a una velocità impressionante nelle nuove tecnologie (l’intelligenza artificiale sta minando diversi settori del mondo dello spettacolo), e nella transmutazione di ciò che “ci ha sempre fatto sentire a casa”. Anche la recitazione, nei film contemporanei, è snaturata, privata della fonte primaria, che è la coscienza del dolore e della gioia, di cui l’attore dev’essere interprete. Prima di diventare artisti è indispensabile essere persone. Il bisogno di relazione e conoscenza è la base per una vera forma d’arte, che deve attingere la vita dallo spirito, dalla psiche e dal corpo. L’attore è una sorta di profeta, un sacerdote che capta i segni dei tempi, che filtra la realtà col setaccio dell’anima, e si adopera a far emergere ciò che veramente può nutrire la società del tempo, separando il grano dalla zizzania. Un’opera cinematografica in cui ciò appare chiaramente è Il miglio verde: la scena cult mostra il peso del male del mondo che uno dei giustiziati, John Coffey, si sobbarca fino all’espiazione finale, che lo vedrà condannato a morte nonostante la sua innocenza. Il sacrificio porterà alla luce tutto il bene e l’amore che nella vita sono stati messi a tacere. 

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