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La finestra dell’attore, di Filippo Velardi

L’arte necessita di verità, e più propriamente di trasfigurazione nella verità. Viviamo un’epoca falsata da una miriade di input all’apparenza stimolanti, ma di fatto annichilenti. E’ necessario e urgente ripristinare – se non ricostruire ex novo – il valore della realtà e dell’educazione a ciò che è bello, buono e vero, ridando all’arte cinematografica, teatrale e televisiva il suo significato autentico. In questi anni siamo stati catapultati a una velocità impressionante nelle nuove tecnologie (l’intelligenza artificiale sta minando diversi settori del mondo dello spettacolo), e nella transmutazione di ciò che “ci ha sempre fatto sentire a casa”. Anche la recitazione, nei film contemporanei, è snaturata, privata della fonte primaria, che è la coscienza del dolore e della gioia, di cui l’attore dev’essere interprete. Prima di diventare artisti è indispensabile essere persone. Il bisogno di relazione e conoscenza è la base per una vera forma d’arte, che deve attingere la vita dallo spirito, dalla psiche e dal corpo. L’attore è una sorta di profeta, un sacerdote che capta i segni dei tempi, che filtra la realtà col setaccio dell’anima, e si adopera a far emergere ciò che veramente può nutrire la società del tempo, separando il grano dalla zizzania. Un’opera cinematografica in cui ciò appare chiaramente è Il miglio verde: la scena cult mostra il peso del male del mondo che uno dei giustiziati, John Coffey, si sobbarca fino all’espiazione finale, che lo vedrà condannato a morte nonostante la sua innocenza. Il sacrificio porterà alla luce tutto il bene e l’amore che nella vita sono stati messi a tacere. 

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