Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 8. Umberto Piersanti

Umberto Piersanti, L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024, Marcos y Marcos, 2025

L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024 è il libro antologico di Umberto Piersanti andato in stampa alla fine di gennaio 2025 per Marcos y Marcos e uscito da un paio di settimane. Composto da 11 sezioni che corrispondono ai seguenti libri di poesia antologizzati: La breve stagione, Il tempo differente, L’urlo della mente, Nascere nel 40, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, Nel folto dei sentieri, Campi d’ostinato amore e Poesie nuove. Nell’ultima sezione ci sono otto poesie inedite scritte dal 2021 al 2024 e tra queste c’è quella che dà il titolo all’intera raccolta. La poesia L’isola tra le selve è incentrata sulla casa del poeta vista come la sua Itaca. L’isola tra le selve, dunque, è la metafora della casa immersa nei boschi, ovvero in quel paesaggio particolare che ha sempre circo-scritto i luoghi della poesia piersantiana. L’isola tra le Selve è dunque quella dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza e del età adulta del poeta: “Itaca è là/ così vera/ e presente,/ fatta di terra/ e acqua e foglie,/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/ un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare”.

Chi segue questa Rubrica, iniziata otto mesi fa, ha potuto ben conoscere come il sottoscritto sia ben schierato nel panorama della poesia a noi contemporanea. Sembrerà paradossale e fuori tempo e luogo, ma continuo a ostinarmi nel credere, e di conseguenza a scrivere, che in un tempo come il nostro nel quale la maggior parte dei poeti e dei critici pensano e agiscono per lo più in modo diverso, la lirica continui nonostante tutto a essere la dimensione forte di una poesia che, pur presentando i malanni, ormai diventati cronici, causati da sperimentalismi vari e da avanguardismi sfociati in più casi in fallimento, abbia bisogno di quella riabilitazione che possa restituirle salute e dignità attraverso il recupero dell’afflato lirico che la costumanza anti-lirica le ha pressoché tolto del tutto. Facendole, altresì, recuperare il tempo e lo spazio perduti a causa della palude minimalista e nichilista.

Ecco, allora, che per procedere all’operazione di disincanto dalle posizioni antiliriche, con la necessità di tornare alle meraviglie del canto e all’incantesimo della poesia lirica, bisognerebbe cercare, nel tentativo di ricostruire il canone per i prossimi decenni, di guardarsi dietro e intorno per poter procedere su altre strade e andare avanti con lena. Ora, tra i poeti, che, pur avendo vissuto e partecipato attivamente alle gloriose temperie del Sessantotto, che in qualche modo ha subito a monte il clima legato ai movimenti di neo-avanguardia, come il Gruppo ’63, ci fu il nostro poeta, Umberto Piersanti, che, come dice Massimo Raffaeli nella sintetica ma puntuale ed efficace prefazione a questa antologia del percorso poetico del poeta urbinate, << non si chiama fuori dallo spazio di tutti ma guadagna una necessaria diversione, a tutela di un vissuto individuale che sente inespropriabile anche se minacciato dai tumulti di quel ‘68 cui partecipa senza avallarne la dogmatica ideologica>>.

E echi del Sessantotto, di vissuti di questa gloriosa e mitica età, sono presenti nella poesia, come nelle opere narrative e cinematografiche del nostro. E non poteva essere diversamente, visto che Piersanti, per quanto focalizzi il suo dettato sulla sua isola, non disdegna di fare incursioni anche in un altrove, diverso dalle Selve tanto a lui care, per approdare in altri tempi e in altri luoghi, soprattutto Urbino, che, con i suoi vicoli e i ricordi impressi nella memoria, si fa di per sé poesia.

Perché, se è vero come è vero che Piersanti si sente radicato nella storia individuale e personale, non dimentica i fatti e i misfatti della Storia recente di un passato sia prossimo che remoto (come diversi sono i rimandi e le rammemorazioni a episodi e fatti avvenuti nel contesto della Seconda Guerra mondiale).

Nelle assenze del tempo che precede, uno dei motivi topici della poesia piersantiana, lo stordimento del cuore è comunque capace di attualizzare e presentificare quel tempo passato e nella sua riattualizzazione consente di ritrovare e vivificare la famiglia che fu: gli avi, i nonni, la madre e il padre, i germani che tramite la poesia vengono eternati a futura memoria. E il pathos che traspira da questi versi è davvero forte e sentito.

Ma Umberto Piersanti non ha sentimenti forti per il solo passato, perché la sua, come dicevamo, non è pura nostalgia, ma quel voler tornare alla sua Itaca, alla sua isola tra le selve, è solo un velo malinconico, perché nel tempo attuale il nostro ha la sua bella e tanto amata famiglia: la donna amata, compagna di una vita e musa del cuore, Annie, nonché Jacopo, il figlio amatissimo, che nella poesia La giostra, tra le più belle (riportata per intero in calce), il padre contempla nella sua condizione, che un destino maldestro gli ha purtroppo riservato (figlio che giri solo/ nella giostra,/ quegli altri la rifiutano/ così antica e lenta,/ ma il padre t’aspetta,/ sgomento ed appartato). 

Umberto Piersanti è il poeta che ha scelto di collocarsi, di schierarsi, con coraggio e con perseveranza e con coerenza estrema in un punto a latere della moda gaussiana, con la consapevolezza di essere e di andare controcorrente, e dunque di stare e restare in pieno nel contesto della tradizione lirica. A costo anche di rischiare la disaffezione del mainstream critico ed editoriale (ma alla fine, a vincere è stato lui). A differenza dei molti coetanei che si schierarono e continuano a schierarsi nel movimento dell’antilirica, col vezzo di voler prescindere, nelle poetiche e nei dettati, dai sentimenti e di scansare la meraviglia e lo stupore. 

Piersanti, dunque, è poeta lirico per antonomasia, ma, si badi bene, lirico avulso da emotivismi e psicologismi così come da enfasi o patetici stralunamenti. Al punto che il nostro non cade mai nel baratro della depressione nostalgica, ma semplicemente sfiora una semplice e naturale malinconia che abita fisiologicamente nella rammemorazione del tempo passato e nell’assenza delle persone venute a mancare, ma che non smette di guardarsi intorno al presente e di vivere guardando al futuro, pur in presenza di quel male di vivere che ogni uomo, per i più disparati motivi, subisce per il solo fatto di esserci, di esistere. Come dire che Piersanti è il cantore dell’esistenzialismo nostrano che si ciba dei vissuti della provincia nel candore della natura e della tradizione colta nella semplicità e nella naturalezza del mondo contadino, dove lui è nato e cresciuto. Esistenzialismo, dunque, divenuto consapevole anche nell’assorbimento dei valori da parte del poeta della tradizione cristiana, che, per quanto vivificata da una esplicitazione per lo più laica, non esime il poeta dal fare riferimento nei suoi versi, e spesso, alle canoniche feste come il Natale e la Pasqua e di fare riferimenti e richiami ai luoghi sacri del Cattolicesimo quali chiese e conventi del circondario con un diffuso afflato francescano che rimanda al Santo di Assisi, per quanto con devozione in prima battuta laic. Esistenzialismo, pertanto, non dei contesti metropolitani, ma un genuino esistenzialismo nato e consolidatosi nel territorio marchigiano – ma con venti provenienti dalla vicina Umbria – territorio soprattutto urbinate delle Colline delle Cesane, corredato dal tipico paesaggio con le sue foreste, con il suo clima, con la sua fauna (il capriolo, la biscia, le capre, gli usignoli e altro ancora) e con la flora tra cui spicca l’amato fiore del poeta, con occorrenze ripetute nei suoi versi, il favagello, insieme alla viola, al ginepro, alla ginestra, allo spino bianco, ai fiordalisi, ai gigli, al mirto, ai rovi, ai castagni e ancora e ancora. La bellezza della natura è incarnata da Piersanti nella parola e nel canto del più sincero sentimento. La leggerezza dell’anima bella è soffusa di bellezza quanto di verità e bontà aleggiando a specchio i bei vissuti del poeta.

Piersanti sceglie da subito la strada della costruzione (Bildung), costruisce, forma e si forma, mentre l’avanguardia per lo più, fatte le debite eccezioni, distrugge. E Piersanti sceglie il sentimento di una semplicità quasi francescana che contrasta l’intellettualismo minimalista e artefatto dell’antilirica.

Il percorso poetico di Piersanti è un work in progress di un processo infinito di formazione spirituale. E si badi bene che la spiritualità non è concetto solo attinente alla religione, che pure vi si comprende al suo interno, ma che guarda in primis alla libertà come momento più alto delle capacità dell’essere umano che si estrinsecano a livello morale e soprattutto nella tensione sentimentale a livello estetico e in modo particolare nel contesto della poesia.

Nel nostro poeta c’è una forte tensione, data dalla libertà, al fine di poter guardare senza renitenza alcuna alla sacralità della parola poetica nella misura in cui questa fa da specchio alla natura.

Anche la sessualità, che fa parte della natura, è una costante del dettato di Piersanti, come è plateale e facile cogliere nella poesia Nausicaa, dove la bellezza femminile risuona sinesteticamente con la bellezza che evoca il circostante paesaggio naturale. E non è sessualità intesa nell’esclusiva dimensione materiale. Anzi è presente una sublimazione in senso estetico-estatico. La donna è parte del paesaggio agreste e si innesta nella bellezza del panorama fatto di selve prati fiori corsi d’acqua colline monti. E la metamorfosi della donna avviene in quella dimensione totale, somato-psichica-spirituale, propria del valore fenomenologico della corporeità, ovvero del corpo proprio (Leib) intessuto di vissuti e scevro da un corpo materiale assoluto e a senso unico.

E, dunque, mi sento di sottolineare ancora una volta come qui la natura sia vissuta francescanamente con un profondo anelito alla pace e alla serenità, per quanto la vita riservi anche sofferenze e dolori. 

In Piersanti scorre la tradizione della poesia lirica italiana e si ritrovano nei versi, molto spesso, poeti come Giovanni Pascoli, Giosue Carducci, Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Ungaretti, Cesare Pavese. L’eredità di Pascoli si può cogliere nell’amore per i dettagli nella descrizione precisa e puntuale della flora e della fauna dei luoghi amati dal poeta e dall’afflato sentimentale che sfocia nell’idillio, mentre Carducci è visibile così nella fortezza del dettato come in certo atteggiamento malinconico, e per quanto riguarda l’apparentamento con D’Annunzio basti far mente locale sull’Alcyone e dunque a un certo estetismo colto nella natura, invece Ungaretti è riconoscibile nella struttura e nello stile dei versi, mentre Pavese riporta alla descrizione da lui fatta delle sue Langhe con stile che spesso si fa narrativo a decrittare il genius loci. Ma è presente anche Leopardi, che non poteva mancare. Come nei momenti nei quali nel nostro si fa vivo l’impeto ad abbattersi nella malinconia. Quell’umore nero che prende le sembianze non di una tensione psicologica, bensì esistenziale, nella misura in cui cresce l’angst, l’angoscia, che è così diversa dall’ansia e dalla depressione. E proprio per questo è possibile quella ripresa che evita di cadere nel baratro del nichilismo, trovando comunque un senso all’esserci:

[…]
che senso ha la vita
per chi nella vita dimora
un solo istante?
la fatica del nascere
a che serve?
[…]
per quelli nati
e morti alle pareti
nessun annuncio c’è
di primavera,
ma il dono della nascita
permane

Per concludere, come detto in precedenza, la poesia di Umberto Piersanti si colloca nel contesto della tradizione lirica con il suo canto leggero che esula da enfasi e retorica e col pedale alto che affonda nella bellezza della semplicità e della naturalezza con l’immanenza propria di un sentimento incarnato nei luoghi e nelle persone a lui circostanti nel presente come nel passato. Sentimento che si apre anche alla trascendenza del sacro sfiorato con una sopita speranza nel presente e pel futuro. Speranza che abita la sua parola poetica nel mostrare, oggi come ieri, la bellezza del mondo e della vita, nonostante tutto.

E termino con tre poesie prese dal libro in oggetto, a mo’ di antipasto, perché possiate assaggiare, per chi ancora non l’abbia fatto, il dettato di uno dei nostri maggiori poeti contemporanei. Certo che poi vi lancerete a leggere per intero la presente Antologia ma anche le intere raccolte del nostro amato Umberto Piersanti:

L’anima

io non avevo mai capito
da dove l’anima viene tra gli spini
ma l’anima è piccola, fatta d’aria,
passa tra gli spini e non si graffia

***

La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

lì c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

***

Il capriolo

il capriolo piccolo
s’perso,
gemono rami ed erbe
al suo gran pianto,
forse lo trova il lupo,
forse la madre

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