Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 3

La Solitudine 3.   Il resto del mondo

 

   Esistono due tipi di dolore. Che provocano non solo malessere. “Il dolore fisico protegge l’individuo dai pericoli fisici. Il dolore sociale, noto anche come solitudine, si è evoluto per una ragione simile: perché proteggeva l’individuo dal pericolo di rimanere isolato”. Sono entrambi pericoli all’ordine del giorno, sono la spia che si accende quando accade qualcosa di imprevisto, di spiacevole, qualcosa che ci obbliga o ci suggerisce di reagire, per il nostro bene: “Così come il dolore fisico funge da sprone a cambiare comportamento – il dolore della pelle che brucia ci dice di togliere il dito dalla padella rovente – allo stesso modo la solitudine si è sviluppata come stimolo a prestare maggiore attenzione ai rapporti sociali, a cercare di comunicare con gli altri, a rinvigorire legami logorati o spezzati”. 

Jhon T. Cacioppo e William Patrick nel loro Solitudine, mettendo in campo gli strumenti più avanzati delle neuroscienze, della genetica, della psicologia evoluzionistica, provano a riflettere su questo pervasivo disagio, che la società moderna sembra incoraggiare in maniera subdola e vistosa assieme, esaltando l’individuo, le sue potenzialità, il bisogno di affermazione, di successo, contro tutto e tutti. È una riflessione che parte dalle origini, dall’eredità dei nostri geni, dalla conformazione del nostro cervello. Quel cervello a tre strati, antico, medio, recente, che nasce rettiliano, occupandosi dei comportamenti istintivi di sopravvivenza, come la respirazione e l’equilibrio; si sviluppa poi come sistema limbico, elaborando i meccanismi della fame e della sete, della lotta, del sesso, della fuga; per giungere al cervello neomammifero, che controlla il pensiero, il linguaggio, le emozioni. E va sottolineato che l’ultimo strato “non è l’indiscusso capitano della nave. La neocorteccia sta sul ponte, vigile e in osservazione, pianificando e prendendo decisioni, ma da sottocoperta giunge sempre il brontolio degli strati più primitivi ed emotivi del cervello che erano già a bordo molto prima che la neocorteccia comparisse”. 
Comprendere la natura fisica delle emozioni è dunque imprescindibile. Solo partendo da lì ci rendiamo conto appieno delle nostre più autentiche esigenze. Capendo in tal modo che non possiamo esimerci dalla connessione sociale, perché siamo “una specie essenzialmente gregaria. Il tentativo di funzionare negando il nostro bisogno degli altri, indipendentemente dal fatto che in un dato individuo tale bisogno sia grande o piccolo, viola le specifiche del nostro progetto”. In parole povere, l’altruismo, oltre ad essere moralmente meritorio, ci conviene nella misura in cui asseconda i nostri atavici impulsi, che spingono verso la cooperazione e prevedono ampiamente l’empatia. Un empatia che ricerchiamo ovunque, non solo attraverso il contatto – non facile ma neanche impossibile – con i nostri simili ma anche coltivando relazioni affettive di lunga durata con gli animali, facendoli crescere in casa, vivendo accanto a loro; e in un futuro ormai prossimo rapportandoci a macchine la cui utilità non esclude il coinvolgimento emotivo: quei robot che nelle ultime versioni più che mettere l’accento sulla propria indubbia efficienza cercano di suscitare tenerezza, di proporsi come compagni computerizzati, attraverso quella che gli ingegneri del settore stanno programmando come una vera e propria “scienza della graziosità”.
Inutile, dunque, oltre che dannoso, escludere dal nostro immediato orizzonte il resto del mondo (mondo di cui comunque facciamo parte, essendo anche noi una presunta minaccia per gli altri), inutile ridursi ad incontri occasionali, puramente funzionali, o addirittura chiudersi completamente a qualsiasi rapporto; la Solitudine non funzionerà mai come rifugio. Superarla, piuttosto, in quanto parte inevitabile del nostro percorso, rappresenta la vera opportunità, perché come scrisse C.S. Lewis, scrittore e teologo britannico citato al termine del volume, per l’uomo “il bisogno degli altri è fisico, emotivo, intellettuale; non può fare a meno di loro se vuole arrivare alla conoscenza, anche soltanto del proprio essere”.

John T. Cacioppo, William Patrick, Solitudine, il Saggiatore 20132

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