Archivi categoria: Filosofia delle narrazioni contemporanee

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 2

La Morte 2. Lasciti concreti e immaginari

Il primo rigo è asciutto, lapidario, introduce senza enfasi: “Mio padre era giardiniere. Ora è giardino”.
Scrive e non inventa il narratore; parla di sé, della sua famiglia, del suo paese. Restando comunque consapevole che “Ogni storia, perfino se è avvenuta ed è personale, una volta passata attraverso la lingua, quando si è rivestita di parole, non ci appartiene più, fa già parte sia dell’ordine della realtà che di quello della finzione”. Ed è tra questi due ordini, su questi due piani, alternando l’impronta giornaliera, cronachistica e l’apertura, meglio: la consegna nelle fauci del fantastico, che si muove la scrittura di Georgi Gospodinov, affermato poeta e prosatore bulgaro; scrittura sottoposta ad un continuo ‘vibrato’, dovuto alla presenza, fantasmatica o meno, di un personaggio annunciato fin dal titolo ed incombente in ogni pagina, una figura sottesa e respinta, inevitabile e temuta: la morte. Titolo peraltro, Il giardiniere e la morte, che non dà conto del terzo protagonista di questa storia, ovvero il figlio del giardiniere, lo scrittore di successo che arrotola e srotola il filo dei ricordi. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 1

La Morte 1. In eterno

Un appuntamento non rinviato, neppure atteso. Un appuntamento senza data, senza prospettive incoraggianti, inevitabile ma facile da dimenticare. L’anatra dal collo slanciato, dal becco rosso come le zampe, non sembra del resto pensarci troppo; scivola via dalla copertina con apparente noncuranza, si inoltra nel volume a passi corti, uno sguardo in avanti uno sguardo indietro, ancora uno sguardo in avanti ancora uno sguardo indietro: e qui si ferma, perché alle sue spalle è comparso un personaggio inquietante. “«Chi sei, e perché mi strisci alle spalle?» domandò. «Finalmente te ne sei accorta» disse la Morte «Io sono la Morte»”. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 5

Il Cibo 5. Mettere qualcosa sotto i denti

Il desiderio trattenuto, le schermaglie equivoche, la malizia più o meno involontaria; e quello stomaco, che ininterrottamente brontola… Certo, il dialogo è all’insegna della concretezza e della cortesia, i gesti, le azioni sono quelli giusti, conseguenziali; ma la giovane donna pensa ad altro, prova sensazioni incomunicabili, diverse. Quando, finalmente sola, può stendersi sul pavimento del piccolo appartamento, la schiena a contatto col cemento, il corpo che prende possesso dell’ambiente, le luci basse che corteggiano il buio, allora, lasciandosi andare con candido sarcasmo, rivela quanto tutto ciò sia diverso da “come si vede nei film e nei programmi TV; non emetto fumo, non sfrigolo, non prendo fuoco. Piuttosto, la mia pelle brucia come se non avesse alcun pigmento, come se fossi senza melanina, completamente e perfettamente bianca”. E comunque lo stomaco brontola… Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 4

Il Cibo 4. Una musa fragrante

“Chiunque è in grado di cucinare”. Ne è convinto Auguste Gusteau, mitico chef parigino, che ha intitolato così il suo popolare libro di ricette. Tanto popolare da essere letto e apprezzato perfino da un giovane topo dotato di un fiuto infallibile – è soprannominato “fiutaveleno”, perché ha l’incarico di individuare tra i cibi pescati nella spazzatura quelli nocivi. Remy è un topo immaginifico e inquieto: la sua trepidante aspirazione sarebbe poter cucinare, poter preparare, anzi, inventare pietanze; di più: poter divenire un grandissimo cuoco, con una squadra qualificata di aiutanti e un’attrezzata cucina a disposizione. E quando un incidente domestico lo proietta fuori dalla casetta di provincia nella cui soffitta vive con la famiglia e con un’intera colonia di ratti, l’occasione si presenta. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 3

Il Cibo 3. Dolce da morire

Potremmo partire dalla sovracoperta, che riproduce un olio di Federico Zandomeneghi: una giovane signora della buona borghesia con un cagnetto in grembo, una bevanda sul tavolino accanto a lei – siamo tra Otto e Novecento –, impugna a due dita con estrema delicatezza una zolletta di zucchero, che forse finirà nella bevanda o forse tra le morbide fauci dell’animale domestico. Il sottotitolo del volume recita: “Come le cose dolci hanno trasformato la nostra salute e il pianeta”. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 2

Il Cibo 2. Il cibo che non sazia

“Non so perché lo faccio… Mi vedo farlo, ma non sono io… non è il vero me stesso… Quando mi guardo allo specchio non sono un mostro…”. Si confessa, si lascia andare, cerca di capire, di resistere all’avvilimento, il ragazzo grasso seduto curvo, le mani intrecciate, circondato da altre persone con evidenti problemi di peso che attendono il loro turno per parlare. Quando la riunione viene sciolta dal rassicurante terapeuta, “Alla prossima volta, stessa ora…”, seguiamo una di queste persone, che s’incammina per strada: è consapevole degli sguardi derisori lanciati di sottecchi da alcune snelle ragazze, è consapevole delle vetrine colme di ottimo cibo; gocciolante di sudore, giunge infine a casa, dove non gli resta che aprire il frigorifero e ingozzarsi. Ed è la stessa persona che ritroviamo mentre sta per varcare la soglia di un commissariato, salutato con rispetto apparente, “Buongiorno signor commissario…”, “Buongiorno, capo!”. Ma l’uomo obeso, ora, non suda più; il volto è torvo ed esprime una grinta non effimera. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 1

Il Cibo 1. Mangiando s’impara

Sembra facile: “vivere pienamente con i nostri piaceri non meno che con i nostri principi”. Ancora: “La consapevolezza che i sensi sono parte della nostra intelligenza è ciò che ci rende umani”.
Vola alto Adam Gopnik nel suo In principio era la tavola; lo scrittore americano, saggista capace di svariare con la stessa penetrante competenza (priva di supponenza) dalla storia delle idee politiche, al costume, alle biografie, costruisce attorno al cibo un libro incatturabile, che sta al punto ma si dipana in più direzioni. Vediamo. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 5

Il Ricordo 5   Un pendolo a due facce

 

   È tortuoso, imprevedibile, il cammino che conduce al ricordo o che dal ricordo parte; l’essenza di questo umanissimo fenomeno, la capacità di rivivere, sia pure inevitabilmente distorti, gli accadimenti esteriori e interiori che ci hanno reso ciò che siamo, è tutta lì, nel percorso che conduce a noi o che da noi ritorna a loro: è questa “la più ripida tra tutte le strade”. Ed è la strada che sceglie di calpestare Kikì Dimulà, consacrata poetessa greca, la cui sensibilità novecentesca si riversa con ondivaga consapevolezza, con accorta grazia, nel Duemila.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 4

Il Ricordo 4   Di chi è la memoria?

 

   Omero, Borges, Nietzsche. Autori dissimili che pescano nello stesso mare, quello della memoria, e a volte, con calcolato disdegno, rigettano in quel mare i pesci presi all’amo. Partiamo da loro. Anzi, no. Partiamo da Proust. Ci sono “ricordi che appaiono improvvisi, come il rumore del campanello del cancello della casa di campagna di Combray, descritto da Proust nelle ultime pagine del Tempo ritrovato. Dove era stato, quel ricordo, per tutto il tempo in cui lo scrittore non se n’era ricordato?”.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 3

Il Ricordo 3.   Le scorie di un patto

 

   Cosa fare del Ricordo? Come viverlo fino in fondo, come abbandonarsi alle sue voluttà? O, all’opposto, come negarlo alla radice, come vivere senza essere sopraffatti dalla memoria? 
L’uomo al risveglio non si pone questi problemi, inizia la sua giornata al solito modo, poi però compie un gesto imprevisto, devia dalla rotta consueta e si ritrova su una spiaggia, dove incontra una donna meno timida di lui, che lo aggancia, lo provoca, infrange la sua corazza; nasce una storia. Ma è una storia che appartiene al passato. Sono già stati insieme, l’uomo e la donna, per due anni, tra alti e bassi – a quanto pare pochi alti e parecchi bassi – ed ora non fanno che rivivere quei momenti. Com’è possibile? Accade perché entrambi hanno voluto stringere un patto innaturale con sé stessi, prima lei, poi di ripicca lui, un patto per dimenticare ciò che è avvenuto, il loro coinvolgimento, le emozioni, i sentimenti, gli alti come i bassi: un patto specifico, selettivo, capace di ricacciare nell’oblio ogni loro trascorso. Un patto sancito dalla scienza. Entrambi hanno fatto ricorso ai servigi della clinica Lacuna, sottoponendosi ad un trattamento che elimina dalla mente ciò che non si ritiene più sopportabile, ciò che ormai provoca solo fastidio, astio, dolore. Il trattamento, tuttavia, benché riuscito, non spalanca per loro le porte della serenità. Anzi.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 2

Il Ricordo 2. In onda

I risvolti iniziali riproducono un ammiccante monoscopio televisivo; poi una pagina interamente porpora ed un’altra tutta bianca, con il titolo del fumetto: George Sprott 1894-1975; poi ancora due pagine bianche, nella seconda, in basso, un uomo anziano, voluminoso, un po’ curvo, con cappello e borsa, disegnato di spalle; ed ecco, sotto un cielo stellato, due moderni palazzi, sormontati da lettere cubitali che riportano nuovamente quel nome e quel cognome, George Sprott; e tornano anche, una per pagina, le due date; segue un vignettone a mo’ di fotografia, con tanti personaggi in posa, sorridenti, la dicitura recita: “Le stelle della CKCK, 1966”, e i loro nomi ci sono tutti; quindi una fitta griglia di piccole vignette (la prima contiene un annuncio: “George è nato”), ed in ognuna di esse fluttuano il testone o il corpo del protagonista, da infante e da anziano, mentre il narratore si pone alcuni quesiti non banali, che restano senza risposta; poi una pagina in cui vediamo Sprott al lavoro negli studi televisivi, durante un intervista; e, finalmente, appare il frontespizio, che ribadisce il titolo del fumetto precisando: “Un racconto per immagini di Seth”. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo. 1

Il Ricordo 1.   Sul filo teso

 

   “Era una casa interrata: il piano basso dell’edificio era scavato nel dorso della montagna. Era il nostro vicino, dall’altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio”. 
È Una storia di amore e di tenebra quella che racconta, sul filo teso e tagliente del Ricordo, agli inizi del Duemila, sessantenne, Amos Oz, consacrato narratore israeliano. La storia di una vita e di un paese che palpitano assieme, che crescono assieme, abbarbicati l’uno all’altro come la casa e la montagna: la casa interrata, che avverte tutto il peso della montagna; il narratore, il figlio nato in quella casa, che cerca di scavarsi la propria tana, alla luce del sole, nella vita quotidiana e nei solchi intellettuali di un paese in fulminea formazione, il paese di un popolo che fa ritorno alla propria terra – intanto abitata, coltivata, amata da altri popoli – dopo venti secoli di esilio.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine 5

La Solitudine 5.   Lo spazio sotto

 A volte tiene caldi, la Solitudine. Ti circonda, ti avvolge, ti fa star bene; ti riporta ad un passato dai contorni soffusamente mitici, ti fa immaginare un futuro in fondo non spiacevole, ti estrae comunque dal presente, rimodulando il tempo. 
Anne-Marie Mille ha recitato tutta la vita, in ruoli secondari, senza mai diventare un’attrice di successo. Umile ragazza di provincia, ritagliava le foto di Brigitte Bardot incollandole su un album che poi mostrava orgogliosamente ai suoi ospiti invisibili, e già si trasformava, già si calava nella parte, divenendo lei la Bardot, lei la Diva: “Girando le pagine con aria modesta commentavo gli episodi della mia vita, perché naturalmente ero io quel prodigio di beltà. Anne-Marie la beltà”. È anziana adesso, Anne-Marie, ha una protesi di titanio nel ginocchio ed odia andare in giro col bastone, vive sola dopo la morte del marito – “Con mio marito mi annoiavo, ma sa, la noia fa parte dell’amore” –, ed è afflitta da un figlio ansioso quanto il padre, che le ha regalato un defibrillatore finito nel fondo dell’armadio e tirato fuori solo quando il ragazzo, ormai uomo di mezz’età – “Comincia ad avere la chierica. È diventato flaccido” –, viene a trovarla, incollandosi poi davanti al televisore. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 4

La Solitudine 4. Le scoperte dell’occhio

È fatta di tante cose una città. Cose che risultano avvinghiate da legami antichi, misteriosi, viscerali; assieme ad altre casualmente apparentate, una vicinanza creata dal tempo, dalle occasioni, uno stare assieme senza metodo, senza ragioni apparenti. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 3

La Solitudine 3.   Il resto del mondo

 

   Esistono due tipi di dolore. Che provocano non solo malessere. “Il dolore fisico protegge l’individuo dai pericoli fisici. Il dolore sociale, noto anche come solitudine, si è evoluto per una ragione simile: perché proteggeva l’individuo dal pericolo di rimanere isolato”. Sono entrambi pericoli all’ordine del giorno, sono la spia che si accende quando accade qualcosa di imprevisto, di spiacevole, qualcosa che ci obbliga o ci suggerisce di reagire, per il nostro bene: “Così come il dolore fisico funge da sprone a cambiare comportamento – il dolore della pelle che brucia ci dice di togliere il dito dalla padella rovente – allo stesso modo la solitudine si è sviluppata come stimolo a prestare maggiore attenzione ai rapporti sociali, a cercare di comunicare con gli altri, a rinvigorire legami logorati o spezzati”.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 2

La Solitudine 2.   Un vestito troppo corto   

 Una striscia, un semicerchio rosso che pian piano si arrotonda, si illumina, si infiamma; un paesaggio ruvido, rocce e sabbia e montagne e crateri; poi macchine semoventi, simili ad insetti meccanici; poi uomini e donne interamente coperti da scafandri, ciascuno alle prese con un compito specifico; poi grandi capannoni, poi una gigantesca struttura tubolare, forse un’astronave, che si lascia intuire dalle sue propaggini meccaniche, dalle sue zampe ben piantate nel suolo; poi gli interni, bianchi, asettici, una donna al computer, un uomo che prende appunti; poi l’annuncio di una improvvisa tempesta di sabbia, l’ordine di rientro; poi il caos.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 1

La Solitudine 1.   Una trama sottile, imperforabile 

Dal cane vagabondo all’uccello solitario. Quel cane che si aggira “per le strade della solitudine” nell’alba di un capodanno appena concluso, tra “Bottiglie vuote / e vetri rotti / borse di plastica / svuotate / residui filtrati / di anime che festeggiano”; quell’uccello solitario che tuttavia è parte di uno stormo, parte di una “impeccabile coreografia”, ma “Potrà lui chiudere le ali / rompere le fila / senza distruggere la danza?”.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 5

Il Mistero 5.   Quella realtà seconda

 

   È vero: l’universo è un po’ strano. Perché negarlo? Una stranezza di cui facciamo parte, indubbiamente, a cui anzi contribuiamo in maniera determinante. Coi nostri gesti, coi nostri pensieri, con le nostre ipotesi. Che tentando di chiarire misteri all’apparenza insolubili suscitano nuovi interrogativi, propongono ulteriori articolate spiegazioni in merito a fenomeni la cui occulta dinamica sembra peraltro resistere ad ogni chiarimento. 

   Prendiamo l’enigma delle porte, sia quelle chiuse sia quelle aperte. “In ogni casa c’è una porta che non viene aperta quasi mai”, scrive Alessandro Trasciatti nel suo Prose per viaggiatori pendolari, “È quella per la camera degli ospiti di riguardo, aspettati invano da un anno all’altro. È quella del salotto buono, con i mobili coperti da lenzuola in attesa del pranzo di nozze del figlio quarantenne. È quella dove si conserva imbalsamato il caro estinto fino al giorno del Giudizio”. In questa casa solo il capofamiglia possiede la chiave della porta sempre chiusa, che è quella del bagno; gli altri componenti del nucleo devono utilizzare i servizi igienici dei vicini e “Naturalmente paghiamo loro il disturbo”. Situazione difficile anche per gli abitanti della casa con la porta sempre aperta perché impossibile da chiudere, malgrado ogni sforzo: “Così l’abitazione si riempie di vento e di pioggia, di mosche e di zanzare. Si fermano i passanti e le comitive di turisti, c’invadono le stanze e restano a cena. I ladri vanno e vengono e così la polizia. Ogni giorno nuovi arrivi, nuove scorrerie su per le scale e lungo i corridoi”. 

   Non si tratta di inconvenienti bizzarri, di misteri da poco. Anche solo rimanendo alle abitazioni, come regolarsi se “Al centro dell’universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori”? Certo, si gode a pieno della stanza, gli occhi e i sensi possono riempirsi di tutte le trasmissioni, “Si può fare l’amore con noi stessi fino al completo appagamento”. E tuttavia, “Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo”. Chi non scherza, viceversa, è l’autore, è Trasciatti: che prende molto sul serio queste brevi prose, rifinite con eleganza, con un umorismo lieve capace di indagare senza trafiggere quell’universo sospeso che galleggia accanto al nostro, quella realtà seconda dove le cose accadono con studiata lentezza o con un’accelerazione imprevista. Vedi, nel primo caso, l’Ufficio delle Lettere Morte, luogo labirintico dove le missive non si decidono a partire, forse per un indirizzo sbagliato, forse perché intercettate dalla censura, forse perché risucchiate da un archivio onnivoro; vedi, nel secondo caso, la pianticella innocua posta nel salotto, un fico che improvvisamente prende a crescere di un centimetro all’ora, invadendo l’abitazione, ramificandosi nel pavimento, sfondando il soffitto, costringendo gli inquilini a fuggire: il tutto accade in sedici righe e nell’ultima l’autore si limita a riferire che “La magistratura di Pisa ha aperto un’inchiesta”. 

   Una realtà seconda, dunque, specchio distorto, della prima? Forse una realtà prima che scivola irresistibilmente nella seconda. Che scivola consenziente, con diversi gradi di oscillazione, di consapevolezza, di consenso. Che pende verso il Mistero accettando la stranezza, postulandola anzi quale elemento fondante. Come nel caso di Rigoli. Il paese, la cui ubicazione geografica appare indiscutibile, è lambito da una ferrovia che procede da Lucca a Pisa (e ritorno); dettaglio significativo: il paese gioca a nascondino con il treno. “Magari Rigoli sta acquattato dietro un cespuglio e fa passare il treno. Poi, sempre di nascosto, corre svelto per certe vie che sa solo lui, supera la locomotiva e gli si ferma davanti all’improvviso, cosicché il macchinista è costretto ad inchiodare i freni”. Perché il paese adotti questo comportamento, perché eluda puntualmente le legittime attese dei passeggeri e dei macchinisti, non è detto. L’autore, diligente cronista dell’assurdo, riporta solo la frase udita a mezza bocca da un ferroviere: “Anche stavolta c’ha fregato”. Ed annota: “Ed io penso che parlasse di Rigoli”. 

Alessandro Trasciatti, Prose per viaggiatori pendolari, MobyDick 2002

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 4

Il Mistero 4.   C’era una volta l’Uno. E c’è ancora

“Questa è una storia piena di amore e devozione, paura e violenza – e di scienza all’avanguardia”.
Così Heinrich Pas nell’introduzione al suo volume, L’Uno. L’idea antica che contiene il futuro della fisica. Ed ha perfettamente ragione. Quella che racconta, infatti, è una vicenda dalle infinite, tumultuose variazioni, infinita perché da sempre l’essere umano si interroga su un duplice mistero, ovvero sul mondo e sulla sua posizione nel mondo; da sempre elabora ipotesi che tenta di dimostrare, da sempre si esprime attraverso assiomi e raggiungimenti che poi regolarmente mette in discussione e supera, ricredendosi e tornando sui propri passi, per quindi contraddirsi di nuovo e procedere imperterrito alla ricerca di continue (impossibili?) certezze. Una ricerca non semplice né indolore, anzi costellata di rischi, di umiliazioni e sacrifici anche estremi – Galileo che abiura, Giordano Bruno al rogo – ma anche coronata da impreveduti successi: la carriera di Cusano, giunto ai vertici ecclesiastici malgrado le sue sintesi ardite, Marsilio Ficino fondatore di una nuova Accademia platonica che comprendeva maestri come Botticelli e Michelangelo.  Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 3

Il Mistero 3.  Il piano di sopra

 

Fuggono fotografie dalla testa dell’uomo affacciato al finestrino del treno. Foto di famiglia che volteggiano sparpagliate anche in seconda, terza e quarta di copertina. Sono ricordi che viaggiano all’indietro, frammenti di una realtà che la sua testa non è più in grado di custodire. Continua a leggere