
Il Cibo 5. Mettere qualcosa sotto i denti
Il desiderio trattenuto, le schermaglie equivoche, la malizia più o meno involontaria; e quello stomaco, che ininterrottamente brontola… Certo, il dialogo è all’insegna della concretezza e della cortesia, i gesti, le azioni sono quelli giusti, conseguenziali; ma la giovane donna pensa ad altro, prova sensazioni incomunicabili, diverse. Quando, finalmente sola, può stendersi sul pavimento del piccolo appartamento, la schiena a contatto col cemento, il corpo che prende possesso dell’ambiente, le luci basse che corteggiano il buio, allora, lasciandosi andare con candido sarcasmo, rivela quanto tutto ciò sia diverso da “come si vede nei film e nei programmi TV; non emetto fumo, non sfrigolo, non prendo fuoco. Piuttosto, la mia pelle brucia come se non avesse alcun pigmento, come se fossi senza melanina, completamente e perfettamente bianca”. E comunque lo stomaco brontola…
La fame di Lydia è perfettamente comprensibile tenuto conto della sua doppia natura, delle sue legittime esigenze; e tuttavia lei per prima si fa degli scrupoli a nutrirsi. Perché il cibo di cui ha bisogno, il cibo che brama, è il sangue di coloro che la circondano, con cui instaura rapporti, con cui allaccia legami. Lydia è una vampira e le Cronache della mia fame, romanzo d’esordio della musicista e critica letteraria inglese Claire Kohda, sono il resoconto delle sue ambigue avventure, del suo dubbioso dibattersi tra contrastanti stimoli, tra laceranti empiti, in una grande metropoli, Londra, che accoglie i talenti e favorisce le solitudini. Narrativa di genere e romanzo di formazione giungono a fondersi nell’intreccio, che si concede all’ironia restando profondamente drammatico: Lydia è stata generata da un umano e da una vampira, e le due metà convivono in lei a patto di continui sforzi, continui aggiustamenti di tiro, entusiasmi, compromessi: quelli tipici di una giovane artista alle prime armi, in cerca di ispirazione e consensi, che però si tiene a bada frequentando gli altri senza poter scoprire fino in fondo le proprie carte.
“Siamo esseri innaturali, disgustosi e brutti. Guardaci; siamo fatte solo di peccato”, le ricorda la madre, che rifiuta di piantare i suoi canini nella carne del prossimo, rifiuta di seguire l’istinto, e le ha insegnato a sostituire il sangue umano con il sangue fresco di maiale, procurato a prezzo di infiniti espedienti nelle macellerie disponibili. Un cibo di seconda mano per loro, capace di garantire la sussistenza ma non di procurare piacere, non di condurle ad una realizzazione piena completa soddisfacente del proprio essere. Ed è questo il punto. È qui che la ricerca del cibo diviene la ricerca del sé, dell’intima radice; è qui che si manifesta il contatto col mondo, il tramite negato eppure necessario, il filo tra persone e sensazioni, quel filo teso e contorto che regge l’impalcatura della vita. Mangiare, abbeverarsi, non significa semplicemente nutrirsi. Per chi ha sete di sangue ma coltiva umani sentimenti, l’atto d’amore, benché consumato, è un atto parziale; un atto d’amore ancor più grande è quello basato sulla rinuncia, sulla negazione autoimposta di ciò che si è.
Risparmiando il suo innamorato – un ragazzo tenero ma indeciso, che porta avanti una relazione di vecchia data e non riesce a fare chiarezza –, abbandonandolo senza lasciargli alcun segno sul collo, Lydia, giovane vampira, sceglie con rabbiosa disperazione un appagamento smarrito, randagio, sceglie di coltivare un fuoco segreto destinato a spegnersi e riaccendersi secondando l’impulso non più resistibile, non più rimuovibile, del momento; sceglie altri corpi, altri ricordi, altre dimensioni in cui immergersi, in cui provare a dimenticarsi: “Sta di nuovo piovendo con forza. Tutto è avvolto nell’oscurità della notte. Ritrovo la strada per il fiume. C’è vita ovunque, e la vedo che si espande dai corpi della gente, per decenni e decenni dietro di loro, o magari solo un decennio, o qualche anno, o qualche settimana”. Immortale invulnerabile infelice, per Lydia il suo cibo siamo noi. E inevitabilmente, pur nella sua irriducibile diversità, non può che subire (solo in parte?) la nostra sorte, non può che divenire, a suo modo, una di noi.
Claire Kohda, Cronache della mia fame, HarperCollins 2023
