Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 1

La Solitudine 1.   Una trama sottile, imperforabile 

Dal cane vagabondo all’uccello solitario. Quel cane che si aggira “per le strade della solitudine” nell’alba di un capodanno appena concluso, tra “Bottiglie vuote / e vetri rotti / borse di plastica / svuotate / residui filtrati / di anime che festeggiano”; quell’uccello solitario che tuttavia è parte di uno stormo, parte di una “impeccabile coreografia”, ma “Potrà lui chiudere le ali / rompere le fila / senza distruggere la danza?”. 

Perplessità, interrogativi di chi si immedesima, in versi, nell’anima di due creature apparentemente, inevitabilmente ai margini, che battono strade diverse perché non riescono a non essere sé stesse, il cane vagabondo “che lascia le sue impronte / sull’asfalto mondano” delle periferie, l’uccello solitario che si accinge ad abbandonare lo stormo. Creature che non scelgono la solitudine ma sembrano indossarla con un pessimismo consapevole e pugnace, disposto a misurarsi, ad accompagnarsi forse, con altre solitudini. Zingonia Zingone, poetessa e scrittrice bilingue (italiano-spagnolo), nel suo L’equilibrista dell’oblio mette in campo un percorso poetico che vibra tra due estremi: una franchezza insolente e un abbandono immediato, spesso frammisti: “Forse, alcuni / vogliono sapere / di me // (in ogni momento / e a tutte le ore). // Qualcuno compone / il mio numero di telefono / e io rispondo: / dove sei? / che fai? / quando arrivi? // Chi / gli avrà concesso / il diritto / di saperne tanto di me?”. E sono estremi, questi, che denunciano la stessa origine, lo stesso scopo: tracciare una linea verso il simile, verso l’altro, verso chi non ci appartiene, ma sapendo che il viaggio, troppo spesso, porta ben oltre e superando l’oggetto del desiderio, la meta inseguita, il sogno ad occhi aperti, ci riconduce alla nostra coltivata solitudine. 
Una solitudine diffidente, che porta a dubitare di tutto, perfino del proprio viso, dei lineamenti: “È scomodo / guardarsi allo specchio // ci sono stagioni / in cui il tuo volto / migra dal suo volto // e scrutarsi è / scavare la tomba / del vecchio volto”. Accade quando una nuova maschera si sovrappone alla prima, ci spinge all’esterno e al contempo ci trasforma, facendoci perdere contatto con un universo che credevamo complice; e così, in cerca di qualcosa, ancora una volta ci allontaniamo dal punto di partenza, diveniamo diversi senza volerlo, senza capire, senza averne autentica volontà. Meglio allora “Rifuggire lo specchio / chiudere il volto tra le mani / e cercare lì / il riflesso / di un’umiltà ingannata”. E superando la diffidenza, c’è anche una solitudine che urge, che anela di essere infranta, che vuole liberarsi dai ceppi sperando in un cambiamento non illusorio, non irriconoscibile, una solitudine aspra e tenera, che invoca chiarezza: “Se è amore, dillo! Se è passione, taci // ed esci da questo corpo / debole chiudi / veloce la ferita / prima che fuggano / con furia / tutte le farfalle”.
Ci sono tante solitudini. Ricorrenti, sfuggenti. Mitologiche: “gli uomini, miei amici, / amavano / la solitudine, l’aria / più distante, / l’onda delle sirene”. Accidiose: “Aspetta paziente che io mi stanchi di redimerlo / per iniziare il viaggio / all’est della notte; // che io ingoi il suo vizio / per uccidere la solitudine”. Insidiose, persistenti: “Non è depressione latente / ma un lamento contenuto / che obbliga la solitudine / a scavare di continuo / alla ricerca di un pozzo / d’acqua cristallina”. Iconiche, beffarde: “Dalla finestra / si affaccia la luna / e immobile osserva / gli svaghi dell’aria / una figura in bilico / una donna disarmata // i giochi di prestigio della solitudine”. Il viaggio in versi nella realtà, da un estremo all’altro, da una sincerità indifesa ad un’agguerrita controdialettica, gira in tondo, si morde la coda; ma è il viaggio da compiere. “Mi chiamo Zingonia Zingone / sono poeta e non uso / pseudonimo”: così la dichiarazione, orgogliosa, perentoria; e poi la confessione: “entro ed esco da case / odori voci sorsi / mi perdo e torno / all’unica residenza / fissa // la città invisibile”. Lì dove la Solitudine, a proprio agio, tesse la sua sottile imperforabile trama. 

Zingonia Zingone, L’equilibrista dell’oblio, Raffaelli 2011

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