
di Patrizia Baglione
TRE FISSE a Federica Maria D’Amato
Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?
Bellezza, dolore e amore sono di certo una triade ben presente nei miei tentativi poetici, al di là delle vicende biografiche che variamente occupano, sovente in modo trasfigurato, le tematiche della mia scrittura. Ma tengo a sottolineare come queste intensità non fondano sic et simpliciter la mia poesia, bensì spesso ne sono solo il pretesto, dato che il fine è un altro: cercare di comprendere come, variando e modulando il verso, bellezza, dolore e amore spingano un po’ più in là il limite della risorsa linguistica impiegata. La bellezza, in ogni sua accezione, ci stupisce e turba, ed è istintivo volerne comunicare il prodigio, ma credo che, quando questo accade in poesia, bisogna fare di tutto per spremere sino in fondo tutti gli strumenti (retorici, metrici, fonici, etc.) a nostra disposizione, al fine di aggiungere in modo memorabile una qualità ulteriore alla bellezza stessa, arricchirne la definizione ovvero la visione. Quando Vittorio Sereni, in Stella variabile (1982), scrive un madrigale dedicato a Nefertiti, non sta solo omaggiando la bellezza immortale e numinosa della regina egizia, ma ci sta anche dicendo – ricorrendo alla propria formidabile sapienza metrica – che quella bellezza è qualcosa di più di una semplice storia: è un enigma, e intimamente definisce la storia occulta, ma originaria, d’ognuno di noi. La stessa riflessione vale per amore e dolore; prendiamo, a riguardo, Tema dell’addio (2005) di Milo De Angelis, libro di poesie che unisce amore e dolore in una endiadi esemplare. I testi che Milo dedica alla moglie nella tragedia di malattia e morte, risalendo con la memoria ai tempi euforici del primo amore e dell’unione coniugale, non vogliono solo essere un omaggio e insieme la cronistoria d’un rapporto e d’una luttuosa fine: con quei testi Milo ci sta dicendo che ogni attimo del nostro respiro è una scuola d’addio, e che nessuno è salvo dal tema finale.
C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?
A prescindere dalla loro resa poetica, sono legata a diversi miei testi, dato che al loro sviluppo hanno concorso anche occasioni biografiche che mi sono care e che non necessariamente sono presenti nei testi medesimi. Per il resto, come accade a molti poeti, guardando alla produzione precedente l’impulso di accendere un bel falò è forte, ma sarebbe riduttivo e puerile farlo. Con certezza, posso affermare di essere legata a un mio libro, Avere trent’anni (Ianieri edizioni, 2013), perché in esso ho cercato di portare avanti un discorso paradossalmente politico; in parte anche, in quel luogo poetico, ho tentato di condividere con la mia generazione l’oblio in cui presagivo saremmo stati gettati. Purtroppo, avevo ragione. Riporto uno dei testi della raccolta, a titolo esemplificativo:
Abbiamo inventato una bugia
c’era già prima di entrarci
dentro con gli occhi mamma
adoro i tuoi risi opalescenti ma
il linguaggio era la menzogna
più evidente
la bugia reale era l’infanzia.
Non possiamo entrare uscire dal tempo
disse il terribile fanciullo addormentato
ai piedi del letto angelo sull’uscio
del tendone fabbrica di pane e finimondo
una stretta nella memoria
la mia mitologia.
Sono le tempie ad allacciarsi più tardi
in nodi mercuriali, gassa d’amante
asfissia nodo bulino cappio del bombardiere
che non scivola mai in una più terrestre
pace o sassofrasso del perdono
abbandono della signoria sul dolore
della cosa.
Come vedi il futuro della poesia?
Più che di futuro della poesia, penserei ad un futuro del linguaggio, e questo mi sembra sia drammaticamente indirizzato verso il silenzio.
